lunedì 18 giugno 2018

L’inchino finale di Marika Marianello

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Quando ci definivano un Paese accogliente, ospitale, gentile con tutti e persino (me lo ricordo perfettamente) esterofilo, in realtà lo dicevano perché vedevano una facciata smaltata, ma come vediamo la cultura fascista autoritaria stava solo aspettando un pretesto per uscire allo scoperto. C'erano già molti segnali evidenti decenni fa, ma tutti dicevano 'che vuoi che sia'. Allora lo voglio ribadire fino allo sfinimento mio e vostro: il fascismo è quel tipo di cultura autoritaria che è fondamento di questa società, e che viene perpetuata attraverso l'educazione, l'istruzione, la programmazione, l'addestramento dei bambini. Anche se ti reputi un progressista difensore dei diritti umani, se tu credi di avere bisogno dei governi, se non sai pensare a una vita senza padroni e poteri che ti scrivono le leggi, se la libertà totale e incondizionata degli individui ti mette terrore, sei già un fascista.

Paolo Schicchi

L’inchino finale 
di Marika Marianello

Arriva, come ogni anno, assieme allo scioglimento delle tensioni, l’esaurimento nervoso, il sonno arretrato, i giudizi, le votazioni, i recuperi e le morse nello stomaco; le lacrime, le risate isteriche, le bestemmie, gli abbracci e i discorsi di commiato di studenti, docenti e dirigenti.

Arriva, con lo scirocco africano, la schiuma in classe e i primi caldi che si portano dietro i sabati e le domeniche di Pontina bloccata dalle colonne di auto e scooteroni diretti in spiaggia.

Arriva, con le piccole gioie inaspettate del novantesimo minuto o dei tempi supplementari o addirittura dei calci di rigore: quelle piccole, immense gioie covate nell’intimo profondo, in quel luogo non meglio definito tra il cuore, la bocca dello stomaco e il colon irritato. Arriva, dopo averlo desiderato ardentemente e soltanto dopo il conto alla rovescia dei giorni che spietati vi separano; dopo le preghiere dei vespri che speranzose recitano Dammi la forza di non sbroccare neanche domani, rimetti a loro tutti i debiti formativi del mondo e dammi oggi la mia gioia quotidiana.

Arriva, finalmente, dopo tanto ardore: l’ultimo giorno di scuola.

Non li sopportavi più e manco loro, parliamoci chiaro: vi teneva uniti quel sentimento confuso e incoerente, ubicato in quella zona grigia che va dalla malinconia sottile e all’intolleranza più smaniosa, sentimento che tiene saldi numerosi matrimoni italiani del Vorrei andarmene ma non posso, perché in fondo ci amiamo. Sono i momenti di delirio gratuito e diffuso, quando nessuno ti si fila più e allora anche tu cominci a mollare un po’ la presa e quindi Prof posso andare in bagno, Mah sì, vai pure, basta che torni entro domani e ’sti cazzi, tanto è quasi finita. E allora, tra un congiuntivo e una preposizione articolata sganci le tue perle di saggezza, quelle da Bacio perugina, del tipo Non è importante come entri nel palcoscenico della vita degli altri, l’importante è l’uscita di scena. Ed è per quello che non li mandi a fanculo come vorresti. Perché in fondo gli hai voluto bene, ah se gli hai voluto bene. E ti mancheranno, un po’ ti mancheranno, sì, quasi come lo stipendio a fine mese.

E allora al suono dell’ultima, fatidica, liberatoria campanella, prendi fiato, sorridi e fai il tuo inchino migliore, così, in silenzio, sola con le tue contraddizioni, in attesa che cali il sipario: vorresti uscire di scena in seguito a uno scroscio di applausi, ma ognuno è impegnato nel proprio dramma. Tuttavia qualcuno si avvicina a darti un bacetto, a porgerti un fiore, a dirti Prof grazie di tutto, ci mancherà, ci vediamo l’anno prossimo, vero?, oppure ti abbraccia e tu pacca sulla schiena e un benevolo Mi raccomando, oppure Ci vediamo agli esami, Prof, sia magnanima, oppure, tra lacrime e singhiozzi, Prof mi bocceranno ma l’anno prossimo mi metto sotto giuro, mentre qualcun altro ti fischia e vorrebbe vedere la tua testa rotolare giù dalla ghigliottina piazzata sul patibolo apposta per te e per tutti i capri espiatori del proprio male.

E allora metti in moto ed esci di scena, senza concedere alcun bis, ma solo un sorriso a Mariolino che ti insegue, ti lancia un bacio e ti grida: Ciao Prof, non me lo darà il debito, vero?

No, Mariolino, nessun debitore: stiamo a pace così.
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