lunedì 23 aprile 2018

Non c'è giustizia senza sensibilità


Non c'è un momento in particolare, un tempo preciso per liberarsi dalla schiavitù, la propensione all'osservare autonomamente può essere sufficiente. In opposizione al degrado che ci circonda è forse una delle ultime armi che ognun@ di noi ha, scardinare le catene guardando dal lato opposto di quello che il sistema ci indica. Così non si sbaglia mai. Diventa poi più semplice seguire la nostra attitudine al sentire l'altro, a chi, senza ragione alcuna, viene sfruttat@. Nessuna religione o potere laico può convincermi o distrarmi nella mia visuale, poiché ho la certezza che siano proprio loro a moltiplicare i nostri ferri. Oggi il vento giocava a rincorrere le nuvole in quota, peccato non essere riuscito a parteciparvi. Poi, poco dopo, il cielo è esploso con i colori della primavera, lacerando in lontananza i suoi ultimi lamenti. Che follia fermarsi a osservare, si rischia di tornare, senza dolore, liber#...


Non c'è giustizia senza sensibilità

Ieri un mio amico mi ha fatto riflettere su una cosa che molti di noi, presi come siamo dal dimostrare l'aspetto politico e sociale dell'antispecismo con argomentazioni razionali, abbiamo accantonato, ma dalla quale, non possiamo prescindere: la sensibilità.

Ora, è vero che la sensibilità è anche una questione culturale e sociale perché è la cultura in cui viviamo e in particolare l'ambiente in cui cresciamo che ci insegnano a dirigere il nostro sentire in particolare verso alcuni e meno o per niente verso altri, ma è altrettanto vero che senza questo sentire ogni nostra argomentazione, per quanto forte e inoppugnabile, cadrà nel vuoto, cioè non troverà gli appigli giusti per radicarsi e trasformarsi poi in una battaglia sociale.
Se la persona con cui stiamo parlando non ha la nostra stessa sensibilità, di fronte a video di animali al macello e dentro gli allevamenti non proverà mai i nostri sentimenti di ingiustizia o li proverà in maniera attenuata. Ciò che a noi indigna e fa star male - lo sguardo degli animali dentro i tir, i loro corpi ammassati e martoriati e poi fatti a pezzi - può lasciare altri del tutto o in parte indifferenti.
Le persone possono dirci: ok, per te è sbagliato uccidere animali, ma a me non importa nulla perché la loro sofferenza non mi tocca e di conseguenza non percepisco quanto ciò sia ingiusto.

Cos'è che ci fa dire che qualcosa è ingiusto? Il sentire che quello che si sta facendo a qualcun altro ci farebbe star male se fosse fatto a noi. Ma se questo sentire non c'è, l'ingiustizia non si percepisce.

E così noi ci sbracciamo e sgoliamo per spiegare quanto lo specismo sia affine al razzismo, al fascismo e ad altre forme di oppressioni; ci spertichiamo in sofisticate analisi politiche sulla nascita della società del dominio e facciamo analogie su questa o quell'altra forma di oppressione. Ma senza il sentire, cioè senza una certa forma di sensibilità, tutte queste argomentazioni scivolano via. O meglio, si riconoscono magari come vere e persino ovvie, ma non portano le persone a sentire quell'urgenza di volerle cambiare, a sentire quell'intima ribellione.

Se vogliamo cambiare la società, dobbiamo cambiare la sensibilità. Dobbiamo fare in modo che la cultura in cui cresciamo ci insegni a essere sensibili verso gli altri, allo stesso modo in cui ci insegna a essere sensibili verso i bambini o altre persone; dobbiamo fare in modo che non ci siano più individui di serie A e di serie B e che tutti siano considerati importanti.

Infine, l'altro giorno scrivevo che la nostra è una battaglia di giustizia e non di amore per gli animali; e lo penso ancora. Ma il il percepire qualcosa come ingiusto o giusto dipende dalla sensibilità, dal sentire.

La battaglia per i diritti animali non ha precedenti nella storia perché richiede una forma di sensibilità estesa ad individui che non sono come noi e che una cultura millenaria ci ha insegnato a considerare inferiori e utili al solo scopo di soddisfare alcuni nostri interessi; individui di cui non comprendiamo il linguaggio e nemmeno la mente. Anzi, a cui nemmeno attribuiamo un linguaggio o una mente.
Dobbiamo scendere in piazza in loro rappresentanza per chiedere il loro diritto alla vita e a non essere più considerati risorse rinnovabili. In piazza non ci sono loro, se non nelle foto o video. E non c'è questa sensibilità condivisa che porta le persone a percepire la tragedia del loro sfruttamento.
Dobbiamo tener conto di tutto questo se vogliamo essere efficaci.
Dobbiamo smetterla di illuderci che basterà dire alle persone cosa avviene dentro gli allevamenti e mattatoi per farle schierare dalla parte degli animali.

Forse verrà il giorno in cui, anche se in pochi, dovremo pretendere la loro liberazione, anche se non sarà ancora capita dai più. Ma per pretenderla dovremo arrivare a essere una massa critica abbastanza significativa da essere ascoltata da chi detiene gli strumenti legislativi; si dovrà arrivare a una sorta di circolo virtuoso in cui l'aumento della sensibilità porti all'approvazione di determinate leggi e misure educative (per misure educative ovviamente non intendo nulla di coercitivo, bensì fare cultura nelle scuole, attraverso l'informazione, l'arte, la letteratura, il cinema, il linguaggio, la filosofia, l'economia ed entrando in ogni settore perché non c' settore che non sia intriso di specismo) e queste, a loro volta, modifichino la sensibilità e così via attraverso una serie di cerchi concentrici che arrivino al cuore della liberazione animale.

Per ora le leggi tutelano in parte solo gli animali cosiddetti da affezione e questo perché appunto c'è una sensibilità condivisa dalla maggioranza.

Oppure, può essere che semplicemente lo sfruttamento degli animali finirà quando non sarà più conveniente sotto il profilo economico. Finirà per motivi economici e non etici.

domenica 22 aprile 2018

CANE FERALE. Questa Terra è la mia Terra


A mio padre

E' solo la libertà che può far crescere le ali 
poter fuggire dalle gabbie che soffocano

Incatenati a convinzioni di superiorità 
donando così la vita alle belve

Loro ci monteranno con briglie di acciaio
fino a strapparci la pelle di dosso

Osservate il sorriso genuino 
che intraprende vie diverse
sempre in direzione del tramonto

Esseri speciali che lottano per un flebile respiro
mai domati, mai ascoltati

Guardate dritto negli occhi le "verità in tasca" 
nemiche della nostra attitudine a volare

Spingerle al di là del sentiero
non potranno più farci del male



CANE FERALE. Questa Terra è la mia Terra

Ieri, sabato in un giorno di lavoro in un canile del nord, abbiamo ricevuto chiamate di residenti nei pressi della struttura, che trovavano adiacenti alle loro abitazioni scatoloni con al loro interno cuccioli di cane.
In un giorno 20 cuccioli!
Tutti in evidente stato di sofferenza fisica e psicologica, molti di loro in ipotermia e non sappiamo quanti ce la faranno a sopravvivere!

Sono stato male, non ho dormito.
Ho pensato cosa posso fare?
Mi sono detto: ho il dovere di non tacere, di fare cultura, offrire strumenti per sensibilizzare le persone!

Scrivo un articolo!
Senza paura di espormi a nessuna critica e senza paura di denunciare il sistema! Senza paura di eventuali ritorsioni!

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Il fenomeno del randagismo o i "fenomeni" del randagismo?
Tra realtà artefatte e bisogni di business!

Attraverso questo articolo, che non ha la presunzione di essere la verità, vorrei mettere in luce alcune mie riflessioni, che riguardano la situazione di allarme randagismo.
Nel farlo tento di raccontare come potrebbero essere i fatti e di come alcuni interventi dell’umano, nel tentativo di migliorarle, si siano presto trasformati in qualcosa che di migliorativo non ha nulla, anzi con il trascorrere del tempo, si siano addirittura trasformate, parossisticamente, in un business scellerato di alcuni individui senza scrupoli.

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Partiamo su come potrebbero andare le cose se l’umano non fosse mai intervenuto o non intervenisse più.

In Italia, potremmo definire che tra le specie autoctone selvatiche ne esiste una che può essere definita la linea di confine tra il selvatico e l’inselvatichito: il cane ferale.
Questi cani hanno trovato la loro nicchia ecologica, da moltissimi anni in ambienti lontani dai centri abitati, preferendo vivere allo stato selvatico in campagne incolte, macchia mediterranea, boscaglie e in alcuni casi ai margini delle discariche o delle zone industriali ove all’interno sono presenti anche filiere che producono alimenti.
I cani ferali sono animali con grandi competenze relazionali e si riuniscono costituendo branchi, all’interno dei quali le dinamiche sociali non sono strettamente di natura parentale diretta come sembrerebbe per il lupo, ma più aperte a ingressi di nuovi componenti.
Per vivere, il cane ferale si dovrebbe procacciare, come ogni animale selvatico il cibo, affrontando gli sforzi che questo comporta, naturalmente questo bisogno di nutrirsi porta a una prima selezione: I cani più dotati fisicamente e più forti possono nutrirsi con maggiore facilità.
I meno resistenti, i malati e i più anziani, come avviene sempre in natura, avrebbero maggiori difficoltà e parte di essi morirebbe attraverso quello che si chiama selezione naturale. Non è una legge barbara della natura, è un patrimonio della salvaguardia di ogni specie, avere un numero di soggetti adatto alle risorse che offre l’ambiente in cui essi sono chiamati a vivere.
Ho così descritto come i cani ferali trovano il primo equilibrio tra numero e risorse: la sopravvivenza garantita solo ai soggetti più sani e prestanti.
La ricerca del cibo per alimentarsi per il cane ferale non è cosa semplice o scontata, la ricerca degli alimenti richiede al branco notevoli sforzi fisici e performance, distanze da percorrere si uniscono allo sforzo di catturare prede in movimento, tranne le rare volte che la discarica offre risorse a basso costo di prestazione fisica.
Questo sforzo per procacciarsi il cibo offre l’opportunità di sopravvivenza ai cani con più competenze nella strategia su come reperire gli alimenti, ma necessità anche di prestazioni atletiche, una volta che si sono avvistare le prede, per raggiungerle, catturarle e infine ucciderle per consumarle.
Questi sforzi si comprende bene che provocano nelle femmine quello che capita anche nella nostra specie: di fronte a grandi sforzi atletici o con difficoltà alimentari, il genere femminile non è più fecondo, l’ovulazione vene meno e il ciclo mestruale si interrompe. Questo fenomeno "programmato" a livello genetico, è naturale. Come se il corpo si accorgesse dei momenti di forte stress o bassa nutrizione e decidesse, che non è il momento adatto di fare figli.
Nel cane ferale avviene la stessa cosa, i periodi di calore si ridurrebbero verosimilmente da due l’anno a uno, come avviene per i cugini lupi, e le cagne meno prestanti e quindi sotto alimentate non sarebbero feconde.
Le cucciolate del cane ferale, senza la mano dell’umano, si ridurrebbero probabilmente a essere pessimisti, della metà. Questa è un ulteriore selezione naturale, funzionale al numero dei soggetti in relazione all’ambiente che hanno a disposizione.
Il numero delle cucciolate ridotte dalla selezione naturale, come ho appena descritto, verosimilmente non sarebbero così numerose in termini di soggetti, non tanto per quanto riguarda gli ovuli fecondati, ma per il numero di questi che arriverebbe vivo alla nascita. Inoltre, una volta nati, è chiaro che senza l’intervento dell’umano, solo i cuccioli sani, più forti e maggiormente resilienti possono sopravvivere e diventare soggetti adulti.
È verosimilmente che il numero dei cuccioli che diventerebbe adulto sarebbe proporzionale al tasso di mortalità che si riscontra nel branco, per tutte le ragioni che ho descritto in precedenza.
Questo fenomeno da origine a una stabilizzazione selettiva del gruppo sociale sotto-specie cane ferale, in equilibrio nel suo ambiente.

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Cosa avviene quando interviene l'umano

Avviene che l’umano si divide spesso tra buoni e cattivi. E se i cattivi sono quegli umani che sparano con le doppiette o investono i cani ferali che si avvicinano alle zone urbane, i buoni per la legge del contrappasso sono quelli che si occupano di loro, anche se in buona fede, nel farlo fanno guai in termini etologici.
Ma tra i buoni e i cattivi, come spesso avviene ci sono i furbi, quelli che dicono male dei primi, quelli dalla doppietta facile. Però, allo stesso tempo adoperano i secondi usando le loro emozioni e sentimenti, il vero fine ultimo è di utilizzarli, dopo averli raggirati e infinocchiati, come lavoratori a gratis. Strumenti umani che lavorano gratuitamente per garantire un cucciolificio di cani ferali, dove tra slogan di: "non comprare il cane ma adottalo", i cani da adottare sono a loro volta della merce prodotta, e diciamo la verità in nero e senza nessun controllo in termini di benessere e di salute.
Il vero motto dietro questo slogan sembra essere: "Non comprare il cane in allevamento, adottalo in canile, tanto li riempio io i canili dopo quelli del sud, anche quelli del nord, prezzo modico faccio tutto con 60/80 euro a cane per viaggio di solo andata dal Sud al Nord". Destinazione, non Paradiso, ma scatolone nei pressi di qualche canile dall’Emilia Romagna in su.

Quanto sta accadendo è ormai visibile da tutti.
I cani ferali vengono cercati da molti volontari in buona fede ma spesso capitanati dalle menti di progetto subdolo, cinico e senza scrupoli.
Una volta avvistati questi cani i volontari portano loro alimenti, ripari di fortuna, si prendono cura dei cani meno abili.
A prima vista ci verrebbe da dire che sono proprio persone amabili e sensibili.
E infatti è vero!
Ma purtroppo la loro sensibilità non è sufficiente, ignorano che quello che stanno facendo porterà risultati disastrosi. Ed è compito dei Professionisti e delle istituzioni descriverlo, io tento di farlo con i miei limiti e mezzi.

I volontari sono persone perbene e se fanno degli errori è perché nessuno li ha messi nella condizione di compredere quali questi possono essere.
Il primo errore è nutrire i cani ferali. Nutrire artificialmente i cani ferali li porta a non muoversi più per procacciarsi cibo, la selezione naturale in base alle competenze e alla forza del gruppo viene meno. Dare ripari di fortuna, anche posticci, permette a questi cani di non avere più la possibilità di avere una certa dispersione areale e tutti i benefici che questa comporta per la distribuzione dei gruppi in aree molto più estese.
I cani ferali alimentati artificialmente dall’umano diventano di sedentari e quasi tutte le femmine hanno due calori l’anno la competizione essendoci tante risorse viene meno e così non si assiste neppure a una leadership dei soggetti di genere femminile con il “diritto” di riprodursi.
Nello stesso branco le femmine riproduttrici diventano allora molte e gli accoppiamenti multipli con più soggetti di genere maschile rendono le cucciolate particolarmente numerose.
Il tasso di mortalità naturale di questi cuccioli viene compromesso ancora una volta dall’intervento dell’uomo che avendo controllato la posizione dei cani ferali attraverso il sistematico foraggiamento, può controllare il momento delle nascite fare in modo che artificialmente ne sopravviva il numero maggiore possibile con interventi sistematici di alimentazione, intromissione e forzate alimentazioni artificiali. E infine prendere queste cucciolate appena svezzate e inserirle nel mercato dei trasporti con la destinazione al nord. Alcune spedizioni vengono fatte da staffette che portano i cani verso gli stalli offerti da volontari in buona fede tenuti volutamente all’oscuro e “ignoranti” su come stanno le cose, e finita la disponibilità degli stalli queste cucciolate e ogni tanto qualche soggetto adulto vengono abbandonati nei pressi dei canili, naturalmente come prima tutto questo avviene con menta Centro/Nord – Nord Italia.

Forse bisognerebbe davvero ragionare se il problema si risolve con le campagne di sterilizzazione e tutto quello che ci viene detto sul come arginare il fenomeno del randagismo.
A volte penso che il vero modo per arginare il fenomeno che abbiamo creato in parte in buona fede e in parte da pochi che ne hanno trovato vantaggi di business, potrebbe essere facile facile. Smettere di occuparci di un fenomeno che non esiste, perché è stato da noi umani creato.

Probabilmente per fare in modo che il fenomeno scompaia, dovremmo smettere di fare noi i fenomeni, lasciando in pace una sotto-specie: il cane ferale, che saprebbe bene come inquadrarsi, gestirsi, riequilibrarsi e stabilizzarsi numericamente in base al territorio e alle risorse che esso può garantire.

sabato 21 aprile 2018

NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE


Un oggetto di design è il frutto dello sforzo comune di molte persone dalle diverse specifiche competenze tecniche, industriali, commerciali, estetiche. Il lavoro del designer è la sintesi espressiva di questo lavoro collettivo. Quello che caratterizza la progettazione è proprio il rapporto continuo tra parecchi operatori, dall' imprenditore all'ultimo operaio.
(Achille Castiglioni)

NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE

Lo diceva Dario Fo ma è una legge applicabile in moltissimi contesti: il furto può essere una benedizione. Ecco il pezzo scritto per il centenario di Achille Castiglioni, in occasione della serata organizzata con la Fondazione Castiglioni, a Milano, durante il Salone del Design 2018, al quale siamo sopravvissuti.

***

L’etimologia del nome Achille, non è chiara.

Alcune fonti sostengono che il nome derivi dalla parola Akòs, dolore.

Altre dicono che venga da Làos, gente.

Che poi, nella maggior parte dei casi, le due cose sono collegate: la gente provoca un sacco di dolore.

Poi ci sono le fonti nutrizioniste, anche in campo etimologico, che sostengono la tesi secondo cui Achille vorrebbe significare nutrito senza latte, da kìlos, appunto, latte, con l’alfa privativo che, come al solito, contraddice qualsiasi cosa venga dopo di esso.

I greci erano un po’ così, ti facevano credere di essere dei tipi ottimisti: ti scrivevano un aggettivo perfetto, inconfondibile, positivo e poi, per dirti, mentre eri distratto, l’esatto contrario di questo, ci piazzavano davanti una piccola, minuscola ma potentissima A che dimostrasse il matematico contrario di ciò che era stato scritto.

E lo usiamo anche noi, eh, l’Alfa privativo.

Esempio: oggi sono una persona morale.

Domani potrei essere una persona a-morale.

Per servirci della matematica abbiamo rubato agli arabi e, per il lessico, abbiamo rubato tanto ai greci, noi, che facciamo quelli che hanno creato tutto ciò che c’è di figo, in giro e che, in quanto italiani, non vogliamo gli immigrati che contaminino la nostra razza pura.

Eppure il confine tra furto e contaminazione, l’operazione che arricchisce più di tutte, è un confine molto labile: l’arte, la cucina, l’agricoltura, l’architettura, l’ingegneria e tantissimi altri settori che cooperano alla fioritura dell’intelletto umano, hanno sempre rubato.

Rubato dalle altre culture, rubato una dall’altra.

Il design ha rubato più di Craxi ma, per fortuna, con risultati migliori per il nostro paese: il design ha rubato all’arte, alla filosofia, al cinema, alla meccanica, all’industria e ha lasciato che quest’ultima facesse altrettanto.

Achille Castiglioni è stato un ladro geniale perché ha rubato di qua e restituito di là: ha rubato ai dadaisti, alle lampade usate nelle fabbriche e sulle automobili ed ha restituito alle case, alle persone, al design industriale, l’ingrediente che mancava come l’acqua nel deserto: la gioia e la bellezza assemblata alle superfici di oggetti quotidiani, presenti da sempre ma nati già spenti e morti, nei posti di lavoro, negli appartamenti, negli studi tecnici.

Achille, ha dato a questi spazi e a quegli oggetti, qualcosa di simile alla linfa bianchiccia che fa brillare e respirare le piante.

Allora, anch’io, a mia volta, voglio rubare qualcosa ad Achille.

In realtà, ho preparato una lista di cose che voglio rubargli.

Prima di tutto, il desiderabilissimo Codice Bambino: la capacità di riattivare, attraverso le proprie opere e le proprie produzioni, la manine e lo stupore allegro del moccioso che siamo stati e, a partire da lì, ruberò anche tutto il senso di spensieratezza e le risate che riposano in pace, tra le pieghe nascoste del cervelletto del mio pubblico adulto per farlo tornare minorenne in età prescolare.

Poi ad Achille ruberò l’ironia che applicò al suo lavoro, in maniera così spontanea e unica, la predisposizione a non prendersi sul serio, a rendersi conto o a far credere al pubblico, che producesse lampadine e sgabelletti per cui c’era poco da fare i fighi perché è il pubblico che deve giudicare se un prodotto o un personaggio pubblico sia figo, non il contrario.

Voglio rubare ad Achille la disciplina, forse inconsapevole, della cosiddetta presa-a-bene, la tecnica di divertirsi mentre si lavora.

L’unico metodo professionale efficace: farsela prendere bene.

Mica ho finito, eh: a questo punto, riempio il sacco e a Castiglioni rubo anche la semplicità, intesa come ottimizzazione e pulizia ma anche intesa come cazzo di semplicità e punto.

Perché sono una femmina e ho tanto, tanto bisogno di semplicità.

Achille, abbi pazienza, se mi senti da lassù mentre organizzo la rapina ma tu, di semplicità e divertimento ne avevi da vendere quindi, adesso che sei morto e che i soldi non ti servono più, fattele rubare queste due cosine.

Divertimento e semplicità: il mix essenziale che ti ha permesso di creare oggetti senza tempo, liberi dalle fesserie delle mode di stagione, un mix per cui oggi vieni considerato talento, allo stato puro.

E poi, già che ci sono, visto che sono ancora viva e quindi i soldini mi vengono un filo utili, abbi pazienza, Achille, verrò anche a rubarti in casa.

E’ un furto in nome dell’arte, eh.

Ti rubo in casa, in Fondazione e al museo.

Ho sempre voluto lo sgabello Sella, per dondolare mentre scrivo, la poltrona Sanluca starebbe benissimo nel mio salottino di 2 mq.

E poi, già che ci sono, metto nel sacco nero anche la sedia allunaggio che fa tanto modernariato e poi l’abat-jour fatta col faro della macchina che fa tanto studio creativo!

Manca solo la borsetta di tua moglie, l’argenteria e abbiamo finito.

Achille, ti si potesse rubare anche l’anima, sai come si starebbe meglio all’università, al politecnico?

Hanno tolto la giacca elegante e si son messi il dolcevita nero ma non si sono inventati nient’altro che le file in segreteria.

Hanno eliminato il concetto di oggetto senza tempo per creare oggetti di cui ci si stanca dopo una settimana.

No, l’anima te la lascio, non te la frego quella, così puoi andare a tirare i piedi a sti stronzi.

Se serve una torcia, per trovarli nel buio della notte, dovresti riuscire ad organizzarti, anche da lassù.

Fonte. Madame Pipì

venerdì 20 aprile 2018

Contro tutte le discriminazioni, una sola lotta: Liberazione Totale


Vi è un termine che indica, con semplicità, l'assoluto bisogno, la necessità fisica di riappropriarsi della libertà: Diserzione. Diserzione verso tutto quello che ci opprime. E' chiaro che ci chiameranno traditori, individui non individui, renitenti, schegge che abbandonano, "ingiustificatamente" il "corpo" in cui si presta servizio, vigliacchi e animali ingestibili. E' cosi da sempre. Siamo anche stanchi di credere alle vostre litanie, cantilene omologate e ripetitive. Il "corpo", che tanto tenete in piedi e nutrite quotidianamente, si chiama dominio. Ed è con orgoglio che ne vogliamo tradire tutte le sue funzioni, i suoi pilastri, la sua eterna macchina conquistatrice. Disertori! Che bella parola. Almeno fino a quando ogni gabbia non sarà cenere...




Contro tutte le discriminazioni, una sola lotta: Liberazione Totale

Ormai da alcuni anni nella lotta di liberazione animale fa capolino con sempre più determinazione il concetto di antispecismo anarchico o lotta globale alle discriminazioni, tutte le discriminazioni. Appare evidente che in una società dove le profonde diseguaglianze (nel senso più ampio del termine) spingono gli individui ad accellerare quel sintomo esasperato costante di ribellione (in contrapposizione a una illusoria lotta conforme dettata solo da emancipazioni personali o tornaconti da etichetta), smascherando quindi in tal senso tutte le tipologie di prevaricazione in direzione di una nuova comprensione del disastro in atto, risulta manifesto questo "nuovo" grido di liberazione, una liberazione che per le anarchic# antispecisti o è totale o non è liberazione. L'antispecismo anarchico è contro tutte le discriminazioni, siano esse sessuali, di genere, di razza (che la razza non esiste è un concetto fascista, parliamo di popoli), di intimità e di specie. Esso non ritiene che tutti siano uguali, ma che tutti debbano avere gli stessi diritti inalienabili alla vita, al rispetto, alle scelte nelle rispettive peculiarità e proietta queste colonne fondanti anche, ovviamente, agli altri animali. Sia gli animali umani che i non umani devono beneficiare di tali diritti (per diritti s'intende la genesi profonda del termine "diritto", quindi estensione naturale a vivere una vita piena e libera e non la locuzione falsa istituzionale che amplifica gli squilibri, "donando" la vita ad alcuni e non ad altri) proprio perchè alla base costruttiva di una società liberata. Una società orizzontale, nella sua più alta definizione, per definirsi tale, non deve prevedere o mantenere in esercizio predomino, disparità o sopraffazione alcuna, per nessun@, nè tantomeno sofferenza o paura indotta, che rientrano, come spettro, a pieno titolo in dinamiche di dominio. Tutti liberamente, devono avere la facoltà, in completa autonomia, a calpestare questa terra poichè, non siamo come umani, reggenti di alcun titolo ma solo differenti, abitanti semplici. Bisognerebbe disaddomesticare se stessi e i rapporti sia con le altre unità umane sia con gli altri animali. Questo non perchè è "naturale" bensì perchè è più confacente all'ipotesi di sviluppo individuale della felicità. Noi non lottiamo per i diritti degli altri animali, non vogliamo considerarli dei "cittadini", secondo un diffusissimo modo di intendere l'animalismo. Noi stessi non chiediamo diritti e cittadinanza, in quanto riteniamo che servano solo a rafforzare il dominio di chi viene investito del potere di concederli, di rafforzare confini, di innalzare muri e moltiplicare gabbie. La capacità di avvertire su di sè l'altrui sofferenza e un'attribuzione di valore a questa capacità, non è dettata da organi coercitivi che sollevano la stessa oppressione ma dalla libera consapevolezza del singolo, il "traguardo" a una esistenza dignitosa, scelta in completa libertà. "Siamo tutt# terrestri in armonia col circostante", non è sollecitazione superficiale ma determinazione al salto di prospettiva di una totale autodeterminazione. "Nessuno è straniero" deve necessariamente scardinare quel dispositivo che genera alfabeti nei corpi (animali di serie A,B,Z) fino a una desertificazione di quelle architetture che amplificano la distruzione dei corpi stessi. A molti sfugge che la liberazione totale non ha, e non consente, compromessi. In una dimensione di sè si colloca il nostro rifiuto di esercitare potere sia sull'essere umano che sul non umano. L'antispecismo anarchico è una prospettiva di liberazione del vivente in tutti i suoi aspetti, di equità nelle differenze, di dignità. Lo sfruttamento dell'uomo avrà sempre continuità e sistematica oppressione fino a quando vi sarà sfruttamento animale non umano. In sintesi, liberando l'essere umano dal giogo del sistema si potranno liberare gli altri animali e la proposizione è identica: liberando dalla violenza e lo sfruttamento gli altri animali si potrà giungere alla liberazione dell'umano. Diversamente è impossibile. Dovremmo cominciare a partecipare a quella rivoluzione totale che si prefigge di tranciare tutte le sbarre, sia mentali che fisiche, una volta per tutte, e allontanarci dal concetto inculcatoci di asservimento e difesa delle catene, umane e non umane, iniziando finalmente a comprendere che finché vi sarà un essere segregato la sua libertà è obbligo morale. La sua libertà è la nostra libertà. In conclusione, spingere l'ideale di liberazione totale fino allo scardinamento di quel pensiero dominante di divisione antropocentrico che è il "Noi e loro" (a prescindere dalla specie di apparteneneza).
Siamo tutt# animali.

giovedì 19 aprile 2018

Perché sei anarchico.. perchè non lo siamo tutti?



“Lo Stato, il potere esecutivo, quello giudiziario, l'amministrativo, e tutte le ruote grandi e piccole di questo mastodontico meccanismo autoritario, che le anime deboli credono indispensabile, non fanno che comprimere, soffocare, schiacciare ogni libera iniziativa, ogni spontaneo aggruppamento di forze e di volontà, impedire insomma l'ordine naturale che risulterebbe dal libero giuoco delle energie sociali, per mantenere l'ordine artificiale disordine in sostanza della gerarchia autoritaria assoggettata al loro continuo e vigile controllo.”
Pietro Gori 
Il vostro “ordine” e il nostro “disordine” (1896)



Perché sei anarchico.. perchè non lo siamo tutti?

Spesso mi capita di sentirmi chiedere come mai sono anarchico e francamente non mi interessa di fare delle discussioni a riguardo con chi so che tanto poi non capirebbe ed è prevenuto perché come quasi sempre avviene la parola anarchia viene associata erroneamente alla violenza.

Proprio ieri ero in terrazza a telefonare e stava passando una ragazza incinta,ho avuto come un flash che mi ha portato a fare delle considerazioni che sono poi sempre le stesse e mi sono posto io la domanda di come sia possibile non essere anarchici.

In realtà lo siamo stati tutti nella vita almeno per i nove mesi della gestazione quando fluttuavamo liberi da ogni assoggettamento nel liquido amniotico. Veniamo al mondo e insieme a noi nascono i primi guai,ancora intrisi di placenta e attaccati al cordone ombelicale ecco che diventiamo proprietà dello stato,veniamo immediatamente registrati all’anagrafe.

Poi inizia subito un vero e proprio percorso di addestramento,inizia la scuola dove verrai modellato plasmato e indirizzato verso una “libera schiavitù”,inizia proprio a scuola l’indottrinamento e l’istituzionalizzazione.
Ti viene fatto credere che l’uomo sia malvagio per natura e per questo motivo servono leggi,che l’autorità e il rigore siano una cosa necessaria e giusta,che le guerre facciano bene e che i valori dello stato e della patria siano concetti irrinunciabili per l’unione dei popoli.

Intanto cominci a farti grande ma non ti devi preoccupare perché lo stato ti vuole bene e ha già pensato al tuo futuro, ti manderà in un luogo dove sono stati costruiti servi e padroni dove trascorrerai gran parte della tua giornata e il tuo tempo verrà quantificato in denaro sostituendo il termine schiavitù con la parola lavoro,diventerai una vera e propria macchina da produzione.

Ti viene inculcato a piccole dosi che sia giusto credere in un dio e che i preti parlano per il tuo bene,e se conduci una vita da bravo cristiano ti guadagnerai un bel futuro pure dopo la tua morte. Ti dicono che devi andare a votare altrimenti non sarai mai un bravo cittadino e se non lo fai sei considerato come un menefreghista senza diritti come se dovesse essere una croce su una scheda a riconoscerti i diritti di umano.

Ti dicono poi che devi rispettare la legge,il governo,la polizia e tutto il potere costituito e che lo stato siano buoni e che tutto questo serve a garantirti la democrazia per poterti esprimere liberamente ma solo sulla carta però,non ti azzardare mai a dissentire pubblicamente perché allora quella democrazia sarà subito li pronta a redarguirti facendo vibrare il bastone su di te.

Ti dicono anche che il razzismo, l’omofobia,e lo specismo siano una cosa insita nell’uomo e non la conseguenza di una politica sbagliata,che la donna debba essere subordinata all’uomo,che gli animali siano esseri inferiori. Tutto questo non mi appartiene affatto, voglio io essere libero di poter sceglier ciò che voglio,senza nessuno che mi comandi e mi dica o mi obblighi in nessun modo.

Esigo, pretendo di essere valorizzato come essere umano prima di ogni cosa,lo rifiuto un mondo dove a farla da padrone è chi detiene più denaro,rifiuto le leggi nate dalla borghesia, le quali, tutelano solo le classi abbienti ad scapito dei deboli. Io voglio morire come sono nato,voglio morire libero privo di ogni assoggettamento.

Quindi per tutto questo a chi mi chiede perché sono anarchico rispondo come fa a non esserlo pure lui.

Ale

mercoledì 18 aprile 2018

Intervista ai Giardinieri Sovversivi Romani

alberi_tree

Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. Li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancora di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire a una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche.
(Herman Hesse)





Intervista ai Giardinieri Sovversivi Romani



A cura di Danilo Gatto

1)Come nasce la vostra attività e con quali finalità?

Noi Giardinieri Sovversivi Romani nasciamo nel 2010, dalla passione per la natura e per la lotta al sistema di una ragazza sovversiva, che decide di mettere insieme un gruppo di persone per riappropriarsi ed autogestire spazi verdi della città.

Nasciamo, quindi, come movimento dal basso; le nostre finalità sono quelle di riuscire a sensibilizzare uno sguardo critico nei confronti delle brutture che ci circondano e di conseguenza a risvegliare un desiderio di bellezza.

Siamo un gruppo orizzontale, non ci sono capi, ognuna e ognuno di noi propone idee che vengono discusse in assemblea. Siamo apartitici, non prendiamo sovvenzionamenti dalle istituzioni, né accettiamo sponsor privati. Siamo aperte e aperti a tutte le forme di collaborazione, purché rispettino i fondamenti di antifascismo, antirazzismo, antisessismo, antispecismo e di favolosità queer.



Le nostre guerriglie partono dalle periferie, nello specifico dalle aiuole abbandonate nelle periferie, con l’intenzione di costruire riflessioni sull’importanza che la presenza del mondo vegetale ha nelle nostre vite cittadine. Il mondo vegetale è per noi fonte di ispirazione ideologica: nel mondo vegetale la diversità e la convivenza sono legge, le specie imparano a dividere lo stesso spazio, a condividere le risorse nutritive ed energetiche, non vi è il dominio di un sesso sull’altro, alcuni alberi cambiano persino sesso nel corso della loro esistenza (e non c’è lattuga che si scandalizzi).



2)Ritenete possibile la creazione, oltre che di giardini, anche di orti urbani?

Assolutamente sì. Nella stessa Roma sono presenti numerosi orti urbani, esperienze spesso partite da collettivi e associazioni che si sono riappropriati di un bene comune, il più delle volte lasciato all’incuria e alla negligenza delle istituzioni o dei privati.

Grazie all’amore ed al sudore queste riappropriazioni sono divenute luoghi di aggregazione, gestione collettiva, scambio di saperi e, in alcuni casi, anche di sostentamento, in nome dell’autoproduzione e dell’autosufficienza.



3) Se sì, esistono degli ostacoli tecnici (ad esempio il tipo di terreni)?

Sì, esistono ostacoli tecnici quando si decide di realizzare un orto urbano, dal momento che, a differenza delle piante ornamentali, gli ortaggi verranno mangiati, quindi sarà necessario effettuare analisi biochimiche del terreno.

Gli ortaggi, a differenza della frutta, si trovano a contatto diretto con il suolo e rischiano quindi di essere contaminati da metalli pesanti ed altre eventuali sostanze nocive presenti nella terra.

Tuttavia non dimentichiamoci che frutta e verdura che nascono fuori dalle città, in modo industriale, sono spesso trattate chimicamente con pesticidi, fertilizzanti ecc…

Per il resto, con il tempo, quasi ogni terreno potrebbe essere bonificato, per esempio con interventi di fitodepurazione: si sfruttano le capacità delle piante (es. i Pioppi, specie arborea a rapido accrescimento) di eliminare, trattare, stabilizzare o contenere gli inquinanti presenti nel terreno.

L’ostacolo tecnico maggiore, però, è rappresentato dal fattore umano: infatti dovremmo capire che gli spazi comuni appartengono a tutte e tutti, e che non dovremmo limitarci ad attendere passivamente l’approvazione delle istituzioni o la vincita di un bando di finanziamento per modificare le nostre vite e direzionarle verso un approccio più ecosostenibile e verso la riappropriazione delle terre.



4)Qual è l’elemento che più di tutti trovate costante nelle vostre guerriglie?

La curiosità dei passanti (cani inclusi), l’entusiasmo dei bambini, l’interazione con le persone che abitano il quartiere scelto per la guerrilla e il loro coinvolgimento nelle fasi successive alla guerriglia stessa. Come è avvenuto, ad esempio, a Centocelle, in via dei Noci, dove parte del quartiere ha continuato a curare l’aiuola nata durante la guerriglia e l’ha resa un punto di ritrovo e un fiorente giardino nel bel mezzo del trambusto e del caos quotidiano.



5)Com’è il rapporto con le istituzioni e con gli abitanti dei territori in cui svolgete le vostre azioni?

Non vogliamo avere rapporti con le istituzioni, in quanto non crediamo in esse ed il potere ci nausea. Dire che abbiamo un rapporto con le istituzioni sarebbe un ossimoro, dal momento che schifiamo i verticismi e non vogliamo trovarci nella condizione di essere strumentalizzati dal governante di turno.

Con gli abitanti dei quartieri in cui svolgiamo le guerrille è diverso. In alcuni tutto il quartiere si è mosso per rendere l’aiuola durevole nel tempo. Ma non è sempre così: c’è da dire che, purtroppo, a volte, il coinvolgimento attivo e la collaborazione da parte del quartiere non ci sono stati, addirittura è capitato che alcune piante venissero prese dall’aiuole anche poche ore dopo la guerrilla gardening.

Ma questo è nelle regole del nostro “gioco”. Noi mettiamo un seme, tentiamo
di far capire che è possibile una cittadinanza attiva… poi sta al quartiere coltivarlo e renderlo frutto.



6)Credete possibile un aumento della socialità e dell’autonomia dei quartieri attraverso pratiche simili alla vostra? Avete avuto esperienze in tal senso? La guerriglia può quindi ricoprire un ruolo prettamente politico?

Crediamo assolutamente all’aumento della socialità e all’autonomia dei quartieri attraverso queste pratiche, l’aiuola in via dei Noci a Centocelle ne è l’esempio.

La guerriglia, così come per definizione, è un’azione fatta da piccoli gruppi contro un grande potere. Quando zappiamo o rendiamo verde e fiorita un’aiuola noi contrastiamo le istituzioni, la nostra vita è politica. Questa è una delle tante pratiche per dichiarare “guerra” ad un sistema che non ci appartiene e ci soffoca.

La guerriglia gardening nasce come lotta multicolore contro quel sistema di potere che ci vuole omologati al grigio e alle brutture delle nostre culture cittadine. Si tratta di una pratica politica in senso olistico, non solo propone un riavvicinamento al verde e alla Natura (che è fuori ma anche dentro di noi), ma combatte il capitalismo che si manifesta nello spazio urbano attraverso un disegno iperlavorista che pone la velocità, l’efficienza produttiva, la prestanza fisica, il successo (reale o simbolico), l’eccesso di norme securitarie, la tendenza al controllo delle singole vite.

Quello che vogliamo proporre è una prospettiva dove i lenti ritmi delle persone, degli animali e delle piante ricalibrino i nostri orologi, dove le persone che sono (o si percepiscono) fuori dagli schemi dell’efficienza capitalista (ovvero le donne e gli uomini non-in-carriera, i froci e le frocie fuori norma, le immigrate e gli immigrati, le bambine e i bambini, le anziane e gli anziani, le disabili e i disabili) possano riappropriarsi degli spazi urbano e viverli mettendo al centro le persone, la terra, l’alimentazione prodotta da sé, la vicinanza tra le generazioni, la condivisione dei saperi, la convivenza tra culture e specie viventi diverse.







7) Sapreste indicarcii realtà simili alla vostra in Italia o all’estero?

Il movimento di Guerrilla Gardening è oggi attivo in tutta Italia.

Possiamo nominarne alcuni:

-Piante Volanti (Milano);

-Terra di Nettuno (Bologna);

-Libero Orto (Latina);

-Friarelli Ribelli (Napoli);

-Ammazza che Piazza (Taranto);

-Gnomi Giardinieri (Cagliari);

-Guerrilla Gardening (Palermo);

-Fluid Flower (Sulmona);

-Badili Badola (Torino).

All’estero la GG nasce in maniera differente, come forma di attivismo di singoli individui, prima che di gruppi. La prima GG nasce nel 2004 dall’idea di un inglese, Richard Reynolds, che iniziò con l’intenzione di abbellire un quartiere periferico di Londra.

uno dei molti gruppi esteri è per esempio

-The Brussels Farmers (Bruxelles), ideatori della “International Sunflower Guerrilla Gardening Day” che si svolge ogni 1° maggio in tutto il Mondo.



8) Come vi vedreste, qualora già non ne facciate parte, all’interno di una rete di quartieri sempre più in cerca di una minima indipendenza alimentare?

Siamo favorevoli, e ci stiamo attivando. Queste pratiche oltre a dare una minima indipendenza alimentare, creano un modo per uscire in piccola parte da un sistema capitalistico e di produzione di massa, rendendo il cittadino sempre più consapevole ed indipendente dalle reti di lobby industriali che attraverso la produzione di cibo, inquinano il pianeta e finanziamo guerre e progetti eticamente scorretti e deleteri.

In questo periodo di forte crisi imposta, dove lavoro e pensioni sono al collasso, l’autoproduzione di cibo può essere un’alternativa importante, che oltre a sostenere le persone può inviare un messaggio forte, sia alle istituzioni, che ai cittadini stessi.

GS 10
Fonte: L'Irragionevole

martedì 17 aprile 2018

Nuova Guinea: l’isola supermercato


Solo

Sono nato solo 
ho portato traballante i quaderni da solo
camminato in città notturne da solo
nonostante tutti sono
cresciuto da solo

ho ballato allo sfinimento da solo
distrutto dal lavoro in gabbie da solo
sono scappato nelle strade da solo
senza nessuna vergogna ho rubato da solo

Ho girato il mondo solo
letto e compreso altre lingue da solo
coltivato campi di zafferano da solo
staccato pezzi dal muro di berlino da solo
sono corso e caduto da solo

senza bende ho visto tramonti nascosti
e centinaia di albe gelide da solo
ho perso affetti da solo
attraversato foreste impenetrabili da solo

Mi sono addormentato all'aperto 
nelle spiagge e nella neve da solo
e solo visto il mare del nord in tempesta
ho navigato nell'oceano indiano da solo
e solo sono naufragato

pianto da solo
riso fino a star male da solo
mi sono ribellato da solo
e solo ho perso tutto

Mi sono liberato da solo
e solo ho liberato
ho visto i piccoli di aquila in picchiata da solo
arrampicato le montagne solo
sono stato abbandonato da solo

Immaginate quanta paura abbia 
ad invecchiare e morire da solo
immaginate quanto interesse abbia 
per la mia salute, per il mio amor proprio

immaginate quanto ci metto a dimenticare
il tempo di uno zaino...




Nuova Guinea: l’isola supermercato

Un paradiso terrestre tramutato in zona di saccheggi e nuovo teatro della deforestazione mondiale a causa delle opere di land-grabbing condotte dalle multinazionali, con l’immancabile sostegno degli stati.
La Nuova Guinea, isola dell’oceano Pacifico sotto il controllo del governo indonesiano, terzo tratto di foresta pluviale dopo quella amazzonica e del Borneo sta scomparendo, sostituita da un’implacabile deforestazione che si allarga a macchia d’olio: di palma!
Una deforestazione cresciuta del 70% nel giro di due anni che, solo tra il 2015 e il 2016, ha visto la conversione di 500.000 ettari di foresta in monocolture di palme da olio e la conseguente perdita di infinite specie vegetali indigene, oltre a mettere a rischio di sopravvivenza numerosi viventi tra cui gli uccelli del paradiso e i canguri degli alberi.
Tra quelli più colpiti c’è il distretto di Marauke, Papua occidentale, area della Nuova Guinea dove il neo-colonialismo affonda radici storiche, offrendo terreno fertile alle opere delle multinazionali grazie ad accordi che risalgono all’epoca del governo Nixon.
Un patto segreto siglato negli anni 70′ tra l’allora presidente degli Stati Uniti e Mohammad Suharto, che permise a quest’ultimo di instaurare una dittatura in Indonesia durata oltre 30 anni, ma i cui effetti ancora ricadono sulla libertà della West Papua.
Questo accordo fu la miccia di una guerra segreta le cui conseguenze riecheggiano ancora oggi e che, fino ad ora, ha provocato oltre 500.000 vittime tra i/le papuani.
Il patto siglato all’epoca tra Nixon e Suharto era funzionale a garantire al governo degli Stati Uniti il controllo dei giacimenti di oro e rame presenti in Papua: il monopolio delle miniere e l’importazione di questi minerali veniva risarcita con la fornitura di armi necessarie al presidente indonesiano per mantenere intatto il regime dittatoriale.
Da allora la Nuova Guinea vive un regime di perenne occupazione dove saccheggi e genocidi sono all’ordine del giorno, anche grazie ai contratti di affitto stipulati dal governo indonesiano che prevedono la concessione delle terre a multinazionali e aziende per 99 anni.
Invece di rilanciare lo sviluppo agricolo della zona, questi contratti hanno aperto le porte alla deforestazione che si è estesa anche in quelle aree per lungo tempo difese, tutelate e preservate dai popoli nativi.
La minaccia adesso è rappresentata dalle monocolture di palme da olio che nel distretto di Marauke hanno già convertito 34.000 ettari di foresta data in concessione alla multinazionale coreana POSCO Daewoo.
La POSCO Daewoo (derivazione della foreste più nota Daewoo che alla fine degli anni 90′ produsse alcuni modelli di automobile) multinazionale della Corea del Sud con filiali sparse in America, Europa, Africa e Medio Oriente, tra i vari progetti estrattivi che la vedono operare su tutto il settore dei combustibili si occupa della produzione e fornitura di olio di palma per la realizzazione dei finti bio-diesel, nonostante quest’ultimo (come per la soia e il mais) non rivesta i parametri necessari per essere impiegato a tal scopo.
Pur avendo vissuto una flessione per quanto riguarda l’impiego da parte dell’industria alimentare, l’olio di palma (come diversi altri prodotti di origine vegetale) rappresenta ancora una delle tre principali cause di deforestazione al mondo, con il settore dei “bio-carburanti” che va ad incrementare una già vasta presenza di monocolture di palme da olio sopratutto in Africa e nel sud est asiatico, a discapito delle foreste pluviali.
La veste del greenwashing indossata da numerosi marchi e multinazionali non ha fatto altro che generare linee di prodotti palm oil free paralleli a quelli già esistenti, un processo di marketing funzionale all’accaparramento dei/delle consumatori/trici al fine di mantenere invariati gli introiti.
Il boicottaggio resta sempre uno strumento efficace, diretto e alla portata di tutt* per destabilizzare alla base le opere di land-grabbing, deforestazione e oppressione del vivente che le multinazionali conducono con il nostro “voto” quotidiano, delegando a loro una schiavitù della Terra che si traduce in una finta idea di libertà.
Fonte: Earth Riot

lunedì 16 aprile 2018

Facce della stessa medaglia





La paura del buio

Siamo così, nudi senza riparo. L'aria artificiale raccoglie un'infinità di sensazioni, angosce. Le alza e le trasporta rumorosamente più in là, verso sbarre immerse nell'oscurità. La solitudine, della segregazione, fa sempre paura. Fa paura a chi subisce la violenza, nel resistere, sentendo bruciare il segno feroce sul corpo. Corpi la cui diversità, marchiata, è sinonimo di non appartenenza. Al di là delle gabbie, sguardi severi, duri, illeggibili. Individui gelidi, calmi, osservano insensibili le grida stridule, soffermandosi solo sull'utilità di corpi divenuti oggetti. La solitudine si amplifica così a livelli siderali investendo i prigionieri, intrappolati in terrificanti fetide celle. Nessuna via di scampo. Lastre di cemento senza finestre, pavimenti resi scivolosi dal sangue, lager senza indirizzo. In questi tetri luoghi, la solitudine, si moltipilica, acquista nuovi significati, il termine sbalza dal piedistallo etimologico per affondare in un baratro senza ritorno. Le urla e i lamenti subiscono un'accellerazione tale che risulta impossibile contarli. Non esiste periodo difficile nella vita paragonabile all'inferno architettato per oliare la macchina del dolore di altri animali. Non esiste sofferenza individuale paragonabile alla infinita turbolenza, incontrollata, dei corpi, la cui unica destinazione è quella di essere nati prodotto. Quando ci troveremo nei periodi scuri della nostra vita e piangeremo per l'incomprensione che ci verrà "donata", spingiamo il nostro sguardo, nel lontano accanto, in quel baratro dove la morte è presente in ogni atomo di ossigeno e, chiudendo gli occhi un istante, crolleremo di vergogna. Fino a quando ogni gabbia non sarà vuota, non potremo mai considerarci liberi. Mai...





Facce della stessa medaglia

Per non essere più sfruttati gli "altri" animali non devono più essere visti come oggetti inanimati, macchine esauste o prodotti. Qualsiasi procedimento forzato atto a renderli strumenti mercificati di lavoro, siano obbligati a subire, concludono inesorabili la loro corsa sempre nelle aule del coltello, del bisturi o del profitto utilitaristico. Coloro che hanno il potere assoluto di mascherare il dominio con lustrini e confezioni all'ultimo grido, di carta riciclata o plastica biodegradabile, non aspettano altro che avere complici, consapevoli o meno, nelle file di chi si dovrebbe anteporre a loro. Diventando così compagni di gioco nella tradizionale gara alla "carne felice". La differenza tra un allevamento intensivo e un allevamento estensivo, non è nella sofferenza ma nei materiali. Nel primo caso: vivere miseramente una non vita calpestando celle metalliche fino a perdere l'esile fiato che ancora traspira dal corpo, sopportare temperature torride in estate e gelide in inverno, stipati tra ferro tagliente e vomito fino a essere trascinati con violenza verso l'ultima stanza. Nel secondo caso: delirare e impazzire in pavimenti di cemento armato contornati da simpatiche aiuole di terra inquinata, dove il piscio e gli escrementi sotterrano, senza appello, la convinzione ipocrita del "benessere animale". In ambedue i casi, celle o terra, vige il buio, l'assoluto buio terrificante della morte. Un buio che i signori vestiti casual e mocassini assolutamente cruelty free vedono ma non "comprendono", illuminati dai fari della notorietà e del compiacimento per i risultati folli dei "piccoli passi". Le vostre luci della ribalta mi danno il voltastomaco. Riuscite perfino a farmi sentire inadatto con le vostre idiote verità granitiche in tasca. Siete capaci, senza batter ciglio, a brindare insieme ai manager dei colossi della devastazione. Calici di cristallo che si elevano tra magliette divertenti raffiguranti animali e frasi ad effetto, fabbricate con le piccole mani di coloro che insultate. Avrete pure eserciti di soldatini che sbavano ai vostri inutili proclami, masse di soldatini che si sentono in pace con la coscienza per le vostre firme fatte coi mostri, ridendo spensierati in ristoranti lussuosi e chef vegani. Tranquilli "missionari" di un mondo che non rispettate, tranquilli, non avrete mai lo sguardo infinito della liberazione totale. La falsa salvaguardia dei "salvatori" sorridenti, seduti su poltrone morbide di velluto ecocompatibile, non fa altro che contribuire ad annientare i fratelli e le sorelle che, cercando un ultimo istante di vita, soffocano dal caldo di giorno e tremano dal freddo di notte. Fino a quando una sola gabbia grande o piccola che sia, confortevole o meno, un solo pavimento, un solo reticolato, una sola recinzione avrà la forza di schiacciare altri esseri mi troverete dall'altra parte; la vostra opposta. Esiste si, una differenza tra coloro che traggono profitto indiscriminatamente col pulsante del comando e i caporali della "salvezza" del pianeta; sta nel viso. I primi ridono fino a piangere, i secondi, falsi, piangono fino a ridere. Ambedue prosciugano la terra. Mentre saranno insieme al mare ad abbronzarsi o in montagna a sciare, milioni di occhi si spegneranno per scelte scellerate a cui avranno partecipato in accordo. I loro "passetti" sono la lama che li chiuderà.

Olmo Vallisnera

domenica 15 aprile 2018

DECISIVO FALLIMENTO DELLE FORZE STATUNITENSI


L'amore più bello

L'amore più bello 
l'ho visto nelle vite più difficili

E' quello di chi 
sa trasformare 
il dolore in forza 
il pianto in coraggio 
la sensibilità in rispetto 
la lontananza in cura 
gli attimi in eterno

L'amore più bello 
l'ho visto negli occhi 
dell'incompreso
del solitario 
del matto 
del disperato
dell'assurdo

Perché quando 
non si è solitari
matti 
disperati 
assurdi 
incompresi 
non si conosce l'amore più bello

L'amore più bello 
non è una brezza mattutina 
un lieve tepore primaverile 
è una tempesta 
sradica tutto ma 
quando passa 
rende fertile la vita

L'amore più bello 
è quello che ti fa bestemmiare 
urlare al vento 
ti fa perdere il sonno 
la ragione 
la parola
la stessa lucidità

Perché la normalità dell'amore 
uccide l'amore più bello



DECISIVO FALLIMENTO DELLE FORZE STATUNITENSI

All’inizio della mattina del 14 aprile, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno effettuato un massiccio attacco missilistico contro la Siria giustificando le loro azioni con il presunto coinvolgimento del governo di Assad nel “attacco chimico” del 7 aprile a Douma.

Il Minisitero della Difesa russo ha dichiarato che 103 missili da crociera e aria-terra sono stati lanciati su obiettivi diversi in tutta la Siria, aggiungendo che 71 di loro sono stati intercettati dalle Forze di difesa aerea siriane (SADF).

“Secondo le informazioni disponibili, sono stati lanciati un totale di 103 missili da crociera … I sistemi di difesa aerea siriana che comprendono essenzialmente armi di fabbricazione sovietica possono respingere con successo gli attacchi da parte di aerei e navi militari. Un totale di 71 missili sono stati intercettati “, ha detto il capo del dipartimento delle operazioni principali del generale russo, il colonnello generale Sergei Rudskoi.
Rudskoi ha detto che la SADF ha utilizzato i suoi sistemi di difesa aerea S-125, S-200, Buk, Kvadrat e Osa per respingere l’attacco.

Il comando generale siriano ha affermato che Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno lanciato 110 missili, aggiungendo che la maggior parte di essi è stata intercettata.

I numeri forniti sollevano domande serie fra gli esperti militari.

Alcuni esperti contattati da SouthFront hanno affermato che, anche teoricamente, la SADF non sarebbe stata in grado di abbattere più del 15-20% dei missili lanciati, utilizzando solo i sistemi S-125, S-200, Buk, Kvadrat e Osa. La SADF semplicemente non ha mezzi e misure di sufficienti per intercettare un tale numero di missili simultaneamente in una unica onda d’urto.

Missili antiaerei siriani

Quindi cosa è successo veramente?

Gli esperti hanno suggerito che l’esercito russo avrebbe probabilmente utilizzato i suoi sistemi di guerra elettronica (EW) all’avanguardia per contrastare i missili lanciati durante la fase finale della traiettoria di volo.

La maggior parte della traiettoria di volo, quella che guida per il missile da crociera Tomahawk è fornita dal GPS. Tuttavia, nella fase finale, il missile inizia a usare il suo sistema di guida interno. Durante questa fase della traiettoria di volo il missile è vulnerabile per le contromisure EW.

I missili colpiti dai sistemi EW iniziano a sterzare. La velocità dei missili si riduce in modo significativo e diventano un facile bersaglio per i sistemi di difesa aerea o cadono.

Un altro fattore, che “molto probabilmente” ha contribuito all’efficacia delle contromisure siriane, è che la Russia ha fornito ai militari siriani dati operativi dalla sua rete di ricognizione tecnica, compresi i satelliti e altri mezzi di sorveglianza. Probabilmente, anche l’Iran aveva fatto una cosa simile. Così, i missili lanciati dal Mar Rosso sono stati rilevati immediatamente e monitorati durante tutta la loro traiettoria di volo.

Utilizzando tali dati di tracciamento, i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa sono in grado di abbattere missili Cruise con un’efficienza relativamente elevata.

In ogni caso, i 71 missili intercettati su 103 lanciati sono un fallimento decisivo per gli Stati Uniti e i loro alleati. Non ci sono dubbi, la leadership militare statunitense non si aspettava questo scenario.

Se i dati forniti dal Ministero della Difesa russo saranno confermati, questa sarà la prima volta nella storia in cui alcune parti sono state in grado di respingere un massiccio attacco delle cosiddette armi / missili moderni di crociera ad alta precisione. In questo caso, se dovesse avvenire lo scambio nucleare tra Stati Uniti e Russia, i russi saranno in grado di intercettare e contrastare il possibile attacco nucleare statunitense. Il danno procurato alla Russia sarebbe minimo.

Finora [13:15 CET], gli Stati Uniti non hanno fornito commenti sui rapporti circa i 71 missili abbattuti e non hanno nemmeno fornito informazioni ufficiali sugli obiettivi e le armi coinvolte nel loro attacco alla Siria. Considerando che all’amministrazione del presidente americano Donald Trump piacciono le “mosse da PR”, una tale posizione può essere descritta come un’indicazione che qualcosa “è andato storto”.

sabato 14 aprile 2018

Dieci giorni alla fine del mondo



"L'amore più bello l'ho visto nelle vite 
più difficili. E' quello di chi sa trasformare il dolore in forza, il pianto in coraggio, la sensibilità in rispetto, la lontananza in cura. Gli attimi in eterno. L'amore più bello l'ho visto negli occhi dell'incompreso, del solitario, del matto, del disperato, dell'assurdo: perché quando non si e' solitari, matti, disperati, assurdi, incompresi, non si conosce l'amore più bello. L'amore più bello non e' una brezza mattutina, un lieve tepore primaverile, e' una tempesta. Sradica tutto ma quando passa rende fertile la vita. L'amore piu' bello e' quello che ti fa bestemmiare, urlare al vento, ti fa perdere il sonno, la ragione, la parola, la stessa lucidità. Perché la normalità dell'amore uccide l'amore più bello..."


Dieci giorni alla fine del mondo

I governi criminali di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, nonostante gli avvertimenti russi, stanno inviando una flottiglia di motocannoniere missilistiche e sottomarini, nonché una portaerei, ad attaccare la Siria. Quali saranno le conseguenze di questo oltraggioso atto di aggressione, basato su una menzogna palesemente orchestrata?

Non ci sono proteste da parte dei governi europei. Non ci sono manifestanti nelle strade delle città europee e statunitensi. Il Congresso non ha ricordato a Trump che non gli è stata data alcuna autorizzazione ad attaccare un paese sovrano, col rischio di far scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Sembrano tutti contenti dalla prospettiva della fine del mondo. I presstituti americani ovviamente la stanno incitando.

Ecco i possibili scenari:

(1) I russi, credendo a torto che i fatti e le prove siano importanti per l’Occidente e che il buon senso prevarrà, accettano gli attacchi. Questo risultato è il più pericoloso di tutti, perché incoraggerebbe ulteriori attacchi, fino a che la Russia verrà messa all’angolo e non avrà altra alternativa se non un attacco nucleare diretto contro gli Stati Uniti.

(2) La Russia prende l’iniziativa nel conflitto montante e scorta la nave missilistica americana, la USS Donald Cook, fuori del raggio d’azione della Siria prima che arrivi la flottiglia, per poi stabilire una linea oltre la quale questa diventa un bersaglio attaccabile. Costringerebbe così governo Trump e Congresso ad una resa dei conti.

(3) La Russia scorta il Donald Cook lontano dalla zona. Allo stesso tempo, spazza via gli eserciti di Arabia Saudita ed Israele, rimuovendo così gli alleati chiave di Washington nel suo attacco alla Siria. Agendo in tal modo, Mosca renderebbe manifesto che intende prevenire un attacco, non rispondere ad uno.

(4) La Russia, nell’illusa convinzione che debba dimostrare di essere nel giusto, accetta l’attacco ed i suoi imprevedibili danni prima di rispondere. Questo risultato è nefasto quasi come il primo, perché farebbe sicuramente scoppiare la guerra, a differenza delle opzioni (2) e (3) che in qualche modo forzerebbero il buon senso sugli americani.

(5) I più importanti politici tedeschi fanno presente alla Merkel che il sostegno di Gran Bretagna e Francia all’attacco statunitense in Siria potrebbe causare una guerra tra NATO e Russia. La Germania ha già avuto un’esperienza devastante con l’esercito russo, non ha bisogno di un’altra. Potrebbero costringere la Merkel a ritirare la Germania dalla NATO. La conseguente costernazione/confusione arresterebbe probabilmente l’attacco americano alla Siria/Russia.

(6) I capi di stato maggiore statunitensi potrebbero capire che, in caso di risposta russa ad un attacco alla Siria, l’intera flottiglia, portaerei inclusa, potrebbe essere persa; in vista di questa possibilità, i Joint Chiefs si pronunciano dunque contro l’annunciato attacco. Questa eventualità è probabilmente già avvenuta, visti gli ultimi tweet di Trump, che fanno intuire che qualche scrupolo potrebbe essergli venuto.

Anche se si verificasse un esito speranzoso come il (5) o il (6), saremmo comunque di fronte al fatto che alcuni elementi nei governi di Stati Uniti e Regno Unito sono stati in grado di orchestrare due eventi – il presunto avvelenamento di Skripal ed il presunto attacco chimico di Assad – e di strumentalizzarli per accusare Russia e Siria, e giustificare così un attacco militare illegale su un paese sovrano. Che un’orchestrazione così clamorosa sia possibile dimostra che non ci sono né democrazia né limiti nei governi di questi due paesi.

Paul Craig Roberts

venerdì 13 aprile 2018

Il Governo Gentiloni, di propria iniziativa, trascina l’Italia in guerra con la Siria e con la Russia

Stoltenberg con Gentiloni

Comunicato Congiunto Blogger Italiani

La situazione militare in Siria e attorno ha ormai raggiunto il livello di guardia. Il presidente americano si accinge a prendere decisioni la cui portata e la cui pericolosità sono inimmaginabili.

Le accuse ad Assad di avere bombardato con armi chimiche il centro di Douma non sono né provate né sensate. Il rischio di uno scontro diretto con la Russia, su qualcuno degli scenari che sono già da tempo in fibrillazione, è imminente. La Russia ha già messo in stato di allarme tutte le sue difese, su tutti i fronti.

Di fronte al silenzio e alla menzogna del mainstream italiano e occidentale, noi blogger italiani facciamo appello, tutti insieme, ai partiti italiani, affinché si esprimano immediatamente chiedendo al nostro alleato principale di non commettere altre sciocchezze e di attendere il risultato di una commissione internazionale che accerti le responsabilità.

Washington non può essere il giudice supremo. Né vogliamo correre il rischio di essere trascinati in guerra senza sapere il perché.

Per questo pubblichiamo, tutti insieme, questo comunicato. Abbiamo ormai la forza informativa congiunta non meno grande di un grande quotidiano nazionale. Facciamola valere.

Giulietto Chiesa Pandora TV
Claudio Messora Byoblu
Pierfrancesco De Iulio, Pino Cabras Megachip.globalist.it
Manlio Dinucci Comitato No Guerra No Nato (CNGNN)
Diego Fusaro
Fulvio Scaglione
Franco Cardini
L’Antidiplomatico
L’intelettuale dissidente
ComeDonChisciotte 
Franco Fracassi Popoff
Saker Italia
Pressenza
Marx XXI
Contropiano
Marcello Foa
Lettera 43
Irib redazione italiana
AntimafiaDuemila
Spondasud 
Blondet
CagliariPad
Vauro
Davide Riondino
Sabina Guzzanti


Il Governo Gentiloni, di propria iniziativa, trascina l’Italia in guerra con la Siria e con la Russia

di Luciano Lago

Si sapeva che i personaggi dell’attuale Governo (ormai sfiduciato dagli elettori) sono tutti sudditi e proni agli interessi esterni all’Italia ma non si poteva prevedere che un governo transitorio e sfiduciato dagli elettori si arrogasse il diritto di portare di sua iniziativa l’Italia in guerra, in violazione della Costituzione (art. 11- “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;…”) e in spregio del Parlamento, mai consultato.

Come volevasi dimostrare il Parlamento italiano non conta più nulla nell’attuale assetto istituzionale, le direttive si ricevono da fuori, dalla NATO, da Washington dalla UE ed il principale ruolo consentito al Parlamento italiano è quello di ratificare le decisioni prese dalle centrali transnazionali, anche quando queste (gravissime e foriere di effetti negativi) sono in palese contrasto con la Costituzione e con la volontà espressa dai cittadini.

Gentiloni, in accordo con i suoi interlocutori di Washington e di Bruxelles, ha operato con il criterio del fatto compiuto, per non dare luogo a possibili discussioni, ed ha provveduto ad inviare i primi aerei Italiani alle basi USA in Giordania (KC-767 per rifornimento in volo) per partecipare all’attacco della coalizione diretta dagli USA contro la Siria e le forze russe in Siria. Ne arriveranno altri se la NATO ce li chiede.

Su domanda esplicita di alcuni parlamentari, il conte Gentiloni ha risposto affermando che “L’uso di armi chimiche da parte di Assad non può essere tollerato» , dando per scontato che sia vera la ricostruzione fatta dalla propaganda USA di quanto avvenuto e che non ci sia necessità di una verifica di organismi internazionali indipendenti. La parola degli “Elemetti Bianchi”, notoriamente collegati ad Al Quaeda ed ai servizi britannici, per Gentiloni è sufficiente per scatenare una guerra contro un paese sovrano coinvolgendo l’Italia.
Le esperienze pregresse delle “armi di distruzione di massa” o dei pretesti falsi per aggredire la Libia non sono bastati per aprire gli occhi sulle vere motivazioni delle guerre USA e NATO.

Tanto meno Gentiloni ha sentito la necessità di consultare il Parlamento, cosa superflua per un fiduciario di Washington e della NATO, avrà piuttosto consultato Stoltenberg, il segretario della NATO che gli ha dato precise disposizioni.
Questa la “democrazia” italiana che porta in guerra un paese contro la volontà dei cittadini, senza consultare nessuno. Peggio di un qualsiasi dittatore africano di una colonia ex britannica.

Naturalmente contano le alleanze dell’Italia e quelle non si possono discutere. Già inorridiscono i commentatori politici di “Repubblica”, il tempio del Politicamente corretto e del “pensiero unico” filo atlantista e globalista, nel commentare le dichiarazioni fatte da Matteo Salvini che ha messo in dubbio la versione USA dell’attacco chimico e che ha difeso le ragioni della Russia di Putin. Non sia mai, affermano questi comemntatori al guinzaglio delle politiche atlantiste, che l’Italia di un nuovo governo con Salvini o Di Maio voglia cambiare le alleanze. Una sciagura per l’Italia, secondo i filo atlantisti che perderebbero i loro lauti compensi per trasmettere le informazioni manipolate che provengono dalle solite fonti: Ass. Press, CNN, Reuters, BBC, ABC News, ecc..


Ministro Gentiloni con i sauditi

Sono questi ultimi i “mega media” dell’apparato atlantista che ci indicano quali sono i “cattivi tiranni” (Assad, Putin, Roahani, Kim Sung, ecc.) e ci indicano quelli “buoni” per l’Occidente (il principe Bin Salman dell’Arabia Saudita, quello del Qatar, quello degli Emirati, Poroshenko dell’Ucraina, ecc..).

Loro sanno già quello che è “bene” per l’Italia, ovvero partecipare alle guerre USA per la “Democrazia”, come in Libia o in Iraq,mettere le basi militari USA sul territorio italiano a disposizione degli Alleati e aderire ad ogni campagna di sanzioni contro la Russia, l’Iran e la Siria.

L'”asse del male” secondo Washington e Londra, contrapposto all'”asse del bene” costituito da Washington, Londra, Rijad e Tel Aviv. Un asse che, solo nella storia recente, ha prodotto genocidi e stragi di massa in Iraq (un milione di vittime), in Libia, in Somalia ed in Siria (con il terrorismo jihadista appoggiato da USA ed alleati) ed in Afghanistan con le sue guerre infinite ma che ha portato molti benefici e profitti per il grande apparato industriale/militare degli USA e Gran Bretagna.

Intreventi “umanitari” NATO e USA

Non importa che le politiche di Washington ed alleati abbiano distrutto e destabilizzato paesi interi dal Medio Oriente al Nord Africa ed all’Asia, con l’esodo di milioni di profughi civili, con immani distruzioni, è questo il prezzo per “portare la democrazia” e punire i cattivi dittatori come Assad, Gentiloni ce lo ha messo in evidenza. Così come questa “battaglia per la democrazia” ci viene sottolineata in ogni momento dai personaggi come Roberto Saviano, la Boldrini, la Bonino, Migliore e gli altri della della solita compagnia di giro dei mondialisti e filo atlantisti .
Sono gli stessi che prima criticavano il presidente Trump per i suoi programmi politici “America the first” e adesso sono tutti appecorati con la sua poliitca bellicista e guerrafondaia.

Mentre questo coro di adulatori dell’Atlantismo e dell’America the first (gendarme del mondo) si alza dai media per esortare alla “guerra contro Assad e Putin”, da Sigonella e da Napoli partono gli aerei e le navi USA, NATO e italiane dirette a punire la Siria per non essersi piegata al dominio di USA e Arabia Saudita sul Medio Oriente. “Punire i colpevoli” tuonano indignati gli stessi che sono gli autori delle stragi in iraq, in Siria, in Libia, nello Yemen ed in Somalia. Loro sono i “giustizieri” e il conte Gentiloni “regge il moccolo” ai “padroni del mondo”. Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiede la Nato.

giovedì 12 aprile 2018

11 aprile: si parte e si torna insieme



È prevista per oggi l’udienza in Cassazione sul maxiprocesso notav, dopo la condanna in appello di 38 compagni e compagne per la resistenza allo sgombero della ‘Libera Repubblica della Maddalena’ del 27 giugno 2011, e l’assedio al cantiere di Chiomonte del 3 luglio successivo.
La Cassazione si pronuncerà su un processo surreale, che ha escluso dal dibattimento le testimonianze sulle violenze poliziesche, sui manifestanti feriti, sulle migliaia di lacrimogeni, sull’uso dei gas CS.
Un processo dove si è assistito al completo ribaltamento della realtà, al sabotaggio del diritto alla difesa, alla negazione del valore morale e sociale della lotta.
Per riaffermare questo valore, riannodiamo per un attimo i fili della storia.

La Libera Repubblica

Alla fine di maggio 2011, dopo l’annuncio dell’apertura del cantiere dell’alta velocità in Val Clarea, il Movimento No Tav organizzava un presidio alla Maddalena di Chiomonte per contrastare l’inizio dei lavori.
Nasceva così la Libera Repubblica della Maddalena.
Non era un semplice presidio. Migliaia di persone – valligiani e solidali di ogni età, compagni di ogni credo, intellettuali, artisti – sperimentarono quello che Gian Carlo Caselli – ai tempi Procuratore Capo della Repubblica di Torino – ebbe a definire come “un fatto eversivo”.

“Va ancora ricordata la cosiddetta ‘Libera repubblica della Maddalena’. Poco se ne è parlato, mentre la vicenda avrebbe meritato ben altra attenzione. Si è trattato di una “enclave” creata nei pressi del cantiere, con tanto di posti di blocco valicabili soltanto da coloro (forze dell’ordine comprese) che ottenevano il permesso dei sedicenti “repubblicani”. Dunque, un pezzo del territorio dello Stato italiano sottratto per qualche mese alla sovranità dello Stato medesimo. Un fatto che può serenamente definirsi “eversivo”.1


Non posso che convenire sulla definizione.
La Libera Repubblica – durata in verità 23 giorni e non “qualche mese” – era veramente un “fatto eversivo”, incomprensibile, inconcepibile, insopportabile per i guardiani dell’ordine costituito.
Un pezzo di territorio veniva temporaneamente sottratto dal suo popolo (colui che, per Costituzione, dovrebbe detenere la sovranità) ad uno Stato che ambiva a violentarlo per fini speculativi, ed in quel pezzo di territorio si cominciavano a praticare forme di scambio non mediate dalla merce, forme di democrazia diretta al di fuori dei meccanismi fasulli della rappresentanza elettorale.

“Aver creato un posto dove il denaro non esisteva più, dove eravamo tutti uguali, dove di faceva della cultura alta, dove si riusciva a discutere e a portare la cultura alta con dei termini bassi e facili che tutti potessero capire. Io ricordo le lezioni dei professori universitari, che tenevano lezioni ufficiali.
Mi ricordo una sera che è arrivata Margherita, che è una musicista che suona da dio la viola, e questa sul piazzale della Maddalena si è messa a suonare Bach.
Sembrava di essere in un altro mondo.
Un po’ più in là c’erano i ragazzi che stavano distillando la grappa. E questo mischiarsi, questo contaminarsi, questo unirsi, senza problemi, è stato un’esperienza incredibile. Avevamo gente che faceva da mangiare dal mattino alla sera, c’era la cucina aperta a tutte le ore. Si arrivava, si gioiva insieme, si cantava.
Era un’esperienza sconvolgente.
Non poteva durare. Doveva essere distrutta”.2


L’assalto

Il 27 giugno 2011 la Libera Repubblica veniva definita illegale da un’ordinanza prefettizia (nonostante il presidio fosse stato regolarmente autorizzato dal Comune di Chiomonte), notificata ai presenti da più di 2000 agenti antisommossa seguiti da blindati, idranti, elicotteri e mezzi meccanici da demolizione.
L’attacco al presidio, popolato da centinaia di persone, veniva portato da più lati e preceduto da fitti lanci di lacrimogeni a base di gas CS, per impedire che i No TAV contrastassero lo sgombero facendo resistenza passiva.

“Quella mattina abbiamo visto arrivare una imponente colonna con caschi neri e blu preceduta da un cingolato. Sembrava la scena di un film sull’ultima guerra mondiale.
Alcuni testimoni hanno riferito che molti manifestanti gridavano “mafia mafia” all’indirizzo della colonna, ed il fatto è vero; la colonna di FFOO era preceduta da un bulldozer della Italcoge, azienda molto chiacchierata in valle (chiacchiere poi dimostratesi fondate, da quello che si è saputo con le inchieste Minotauro e S. Michele). 
Quel bulldozer abbatterà poi il cancello dopo abbondanti lanci di lacrimogeni CS al nostro indirizzo…

In assemblea, la sera precedente si era deciso che, in caso di tentativo di sgombero avremmo attuato una resistenza passiva con i nostri corpi per rallentare l’avanzata delle FFOO per poi convergere tutti sul piazzale della Maddalena, lì ci saremmo seduti e fatti trascinare via a braccia. Cosa che non è stata possibile a causa del lancio di CS sul piazzale, prima che potessimo arrivarci”.3

Per la cronaca, i gas CS sono considerati arma chimica in tempo di guerra, ma usati tranquillamente sui manifestanti in tempo di ‘pace’. Oltre alla forte lacrimazione, soffocamento, nausea, vomito, irritazione e ustioni cutanee, i CS possono provocare effetti a lungo termine sui polmoni e vie respiratorie, cuore e fegato, causare danni oculari permanenti o aborti spontanei. L’esposizione ai CS può generare alterazioni del corredo cromosomico.4
Il 27 giugno sul presidio e sulla gente in fuga nei boschi ne vennero sparati 270, anche ad altezza d’uomo.
Questo è il racconto di una giovane donna, rivolto a uno schieramento di celerini dalle espressioni ostentatamente indifferenti:

“Io facevo parte di quelli che dovevano provvedere al soccorso delle persone. C’erano anziani che al mattino dicevano “Siamo qui anche noi. Siamo anziani. Io non posso credere che verranno ad attaccarci. Non vengono. Noi siamo persone pacifiche. Guarda, io ho ottant’anni. Io ho fatto la resistenza. Io sono qui, difendo la mia terra. State tranquilli, ragazzi, non vi attaccheranno. Siamo troppo pacifici”.

Ci siamo trovati nel prato, là sopra, che … cioè è una situazione … che voi avevate le maschere, magari non sentivate quello che abbiamo sentito noi. Io ero bocconi per terra, non riuscivo a respirare, mi sembrava di morire. Non avevo mai provato sta situazione, non sono abituata a fare le guerre di strada. 
A soccorrere gli anziani, asmatici magari, non ce la facevo, stavo morendo. 
Ho trovato quelli che voi chiamate insurrezionalisti, gli anarchici dell’area antagonista, i “violenti”, sono stati gli unici che ci hanno dato una mano, perché erano forse più preparati di noi a questa cosa. Ci hanno dato delle cose da mettere sul viso che ci hanno fatto stare meglio. Noi eravamo tutti completamente impreparati. 
Ci stavate ammazzando, eravamo sul bosco, e stavamo scappando perché oramai avevate preso il cantiere, cosa volevate di più? Ancora lacrimogeni nel bosco, con la gente che si saltava addosso per scappare”.5

Mentre il cancello del presidio vicino alla centrale elettrica veniva divelto dal Caterpillar, sul lato dell’autostrada le pinze demolitrici distruggevano il guardrail e le barriere per aprirsi un varco, sfiorando i corpi di chi cercava di frapporsi, arrampicato sulle reti.

Il giorno dopo lo sgombero gli attivisti di Pro-natura Piemonte, che erano tornati sul luogo per recuperare i materiali del presidio, trovarono le tende del campeggio tagliate a brandelli, sporcate di feci e di piscio.
Gli effetti personali sparsi a terra, distrutti o derubati.
“Una giornalista televisiva ci ha confermato di aver visitato il campeggio dopo l’occupazione dell’area da parte delle forze dell’ordine e di averlo visto intatto, con le tende chiuse: la devastazione e il saccheggio sono dunque avvenuti nelle 20 ore seguenti”6
Lo scempio non era stato dunque attuato nella concitazione delle cariche, ma nella calma dell’occupazione militare, per puro sfregio.

Oltre all’area di cantiere, anche quella del Museo archeologico – tombe neolitiche comprese – era stata circondata da una pesante recinzione di ferro e cemento, ed il Museo trasformato in campo base delle FFOO, al di fuori di ogni previsione dell’ordinanza prefettizia e del progetto del tunnel geognostico.
Parafrasando Caselli, la “porzione di territorio” era stata finalmente sottratta al dominio degli eversivi …


… e restituita alla sovranità dello Stato.


Gli effetti della riscossa dello Stato si estendevano anche oltre la Valsusa: a Venaria Anna Reccia, una pensionata 65enne veniva investita e uccisa da un blindato dei CC diretto al cantiere TAV. A Nichelino i Punkreas, di ritorno da un concerto, venivano gasati con spray urticante nella propria camera d’albergo da un gruppo di CC impiegati nelle operazioni a Chiomonte, che erano ospitati nella stessa struttura.
Intanto il movimento reagiva con la chiamata nazionale in difesa della Valle.

3 luglio: assedio al cantiere

Il 3 luglio decine di migliaia di persone accorsero da tutta Italia, accolti dagli abitanti con generi di conforto, calore e riconoscenza.

“Per tutta la giornata abbiamo attraversato strade, paesi, sentieri aggrappati ai fianchi delle montagne, sempre accompagnati dalla presenza di Valsusini sorridenti, determinati e incazzati, che ci spronavano a continuare, che ci indicavano la via verso i sentieri, o la fontanella più vicina.
Che ci ringraziavano, anche quando stavamo solo arrivando verso il paese da cui si scendeva alla Maddalena, dove la battaglia era già iniziata…
Mentre ci prepariamo a scendere, una signora del paese rifornisce di maalox chi non ne ha, prepara limoni da portare giù, dà da mangiare a chiunque ne chieda e poi augura buona fortuna, e ringrazia”.7.

I cortei partirono da Giaglione, da Chiomonte, da Exilles per accerchiare il cantiere da tutti i lati. Vennero attaccati.

“Vedo feriti che vengono portati via a braccia. Un ragazzo con il volto coperto di sangue, che continuava a zampillare da sotto il naso. E’ stato colpito da un lacrimogeno, sparato direttamente al volto. Un altro poco dopo, con un dente e il labbro spaccato da una pietra lanciata da un poliziotto, ed un altro ancora con uno squarcio su una guancia“.8

A Ramat caricarono in paese:

“Picchiano forte, iniziamo a correre tra le stradine di Ramats verso i boschi, dietro i consigli dei valligiani sempre così complici. “Prendete quel sentiero lassù, è lungo ma non vi beccano”. Io rimango giù, nelle strade di Ramats, non ho ancora raggiunto gli altri sul sentiero. La rabbia mi lascia davanti a loro che intanto aumentano. Arriva un altro plotone e penso ai miei compagni giù. Una signora sui cinquant’anni li riprende con il cellulare. Una manganellata in faccia e la buttano a terra: il marito, io ed un altro compagno ci mettiamo davanti, ci pigliamo qualche manganellata e corriamo via portando con noi la donna in lacrime per la rabbia“.9

Quel giorno piovvero sui cortei 4.357 lacrimogeni a base di gas CS: 2157 della polizia, 2000 dei CC e 200 della guardia di finanza.10
Numerosi video inquadrano gli agenti antisommossa mentre sparano i lacrimogeni ad altezza d’uomo, o tirano sassi sui manifestanti dall’alto dei ponti dell’autostrada.
Ne mostriamo uno per tutti:11



Il 3 luglio vennero fermate 5 persone. Sotto la custodia degli agenti tre di loro subirono gravi lesioni.
Due manifestanti vennero trascinati per terra per quasi un centinaio di metri, ricevendo numerosi colpi. Il video Operazione Hunter mostra il pestaggio collettivo di uno di loro, con calci, manganelli e anche un bastone.
Grazie alle riprese uno degli agenti coinvolti, appartenente al reparto dei CC dei “cacciatori di Sardegna”, verrà riconosciuto in base a un tatuaggio, ma il procedimento a suo carico sarà archiviato.
Un altro compagno catturato ha subito la frattura di un braccio, del setto nasale, trauma cranico, ferite al capo, oltre che umiliazioni, insulti, minacce, omissione di soccorso e altre vessazioni.



Anche nel suo caso, il procedimento contro i responsabili delle torture è stato archiviato.

Nessuna archiviazione, invece, per i manifestanti accusati di aver reagito a tutto questo, sottoposti a un processo che rappresenta una dimostrazione da manuale di come possa essere esercitato il ‘diritto penale del nemico’.
Ma del maxiprocesso avremo modo di riparlarne.
Oggi dimostriamo la nostra solidarietà agli imputati partecipando ai presidi in Valle, a Roma, a Bologna ed alle dimostrazioni di affetto che da Sulmona a Melendugno costelleranno la penisola.

SI PARTE E SI TORNA INSIEME !
Fonte: Carmilla on line