lunedì 25 giugno 2018

O capitano mio capitano


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A Genova abbiamo provato a dirvelo: questa globalizzazione provocherà disastri. Ma voi avete fatto spallucce e siete rimasti dalla parte dell’ordine e della legge anche quando hanno indossato i panni del boia. Mica solo dei nostri carnefici. Quelli di Carlo Giuliani, dei poveri cristi della Diaz e di Bolzaneto, delle migliaia di persone massacrate in piazza. Ma pure dei vostri. Dovreste rifletterci: noi abbiamo provato a dirvelo che si stava globalizzando lo sfruttamento e non i diritti. Che si stava allargando la forbice fra ricchi e poveri anche in occidente, e che fra quei poveri sarebbe stata scatenata ad arte una guerra.

Cosa metterete oggi a tavola, ammesso che abbiate soldi a sufficienza per riempire il frigo? Pesce surgelato in arrivo dal Pacifico, in un paese come il nostro che è tutto costa e mare? Frutta e verdura dalla sponda settentrionale dell’Africa? Hamburger con scadenza di dieci minuti che arrivano da allevamenti costruiti sulle terre rubate ad altri poveracci di un’altra parte del mondo? E già che ci siete guardatevi pure i vestiti, le scarpe, la sedia sulla quale siete seduti, la tv e il monitor dove lasciate che si perda il vostro sguardo.

Tutto proviene da ogni parte. Ovunque sia economicamente conveniente produrlo, pescarlo, allevarlo, coltivarlo, assemblarlo, brandizzarlo, rubarlo, esportarlo o importarlo. E poi quotarlo in borsa trasformandolo in capitale finanziario. Di cosa vi meravigliate, quindi, quando sotto la vostra finestra ci sono donne e uomini in carne e ossa che arrivano dai ogni angolo di questo pianeta? Anche le donne e gli uomini sono una merce, non ve l’ha mai detto nessuno? E se il capitalismo va a casa loro a comprare un’ora del loro lavoro, mettiamo a un dollaro, cosa vi stupisce se fanno il movimento inverso provando a vendere qua quell’ora di lavoro fosse pure solo a due dollari?

È la stessa logica di quell’economia di mercato contro la quale noi avevamo provato a mettervi in guardia indicandovi la luna della globalizzazione. La stessa che spinge i giovani italiani, spagnoli, portoghesi, greci, in Francia, Inghilterra e Germania. La stessa che mette in competizione italiani e stranieri in Italia. Ma voi avete preferito guardare il dito dell’estintore. Un estintore vuoto a sette metri di distanza dal retro del minuscolo finestrino di un defender. E poi l’avete chiamata legittima difesa, anche se erano ore che un corteo autorizzato veniva caricato, gassato, bastonato, rincorso, umiliato.

Noi ci siamo difesi, quando nemmeno scappare è bastato più, provando indirettamente a difendere le ragioni di tutti. Voi quando inizierete a farlo pensando che la risposta non sia un insensato nazionalismo, ma la difesa collettiva del genere umano contro un’esigua minoranza di carnefici transnazionali?"

di Rosario Dello Iacovo 21 luglio 2015

O capitano mio capitano

Ormai mancano pochi giorni. Che data infame. 12 anni sono passati. Sembra ieri, cosi si dice no? Pioveva, anche se era luglio, i primi, pioveva. Davanti al grande fiume, lento e placido, lanciai nel vento le tue ceneri. La corrente le portò via subito, neanche il tempo di salutarti. Scomparse tra i mulinelli grigi. Tre giorni rimasi lì. Senza tenda, senza sacco a pelo. Non volevo andare via, non volevo. Sei stato tu, dopo tre giorni, a dirmi di andare. Io sarei rimasto tutta la vita. Quanta pioggia ho preso. Anche il cuore si era bagnato. Non lo sai ma, quando sono andato via, ho provato a raggiungerti. Ma era impossibile, me lo avresti vietato. Tu, che eri contro tutti i divieti, anche quelli dell'amore, non me lo avresti mai permesso. 12 anni, e cosa mi rimane, qualche frase, altri sguardi e una montagna alta, come l'everest, di libri anarchici. Tutto qui? Pensavo di più. Pensavo mi avresti lasciato le tue mani, le tue braccia, il tuo sorriso. E invece no, solo un mucchio di libri dove piangere la sera. Perchè? Li ho letti tutti sai? Alcuni anche due volte, così, senza motivo, per farti piacere. Per dimostrarti che ti volevo bene. Sai Babbo, la società in cui viviamo è terrificante, io non lo so che devo fare. Hai passato metà della tua vita in manicomio, alcune volte ti ho tenuto anche compagnia, ti ricordi? Te lo ricordi vero? Eri piccolo, minuto, ma io ti vedevo come un gigante. Ti hanno fatto decine di elettroshock, eppure non sei mai guarito. Me lo ricordo sai cosa mi dicevano: "Stai tranquillo bimbo, il tuo Babbo guarirà". Ma tu non eri malato, eri solo diverso. Eri solo diverso da questa società di soldati. Sai Babbo, da bimbo non capivo, non lo sapevo che malattia avevi, poi, quando sono cresciuto ho compreso. La tua malattia si chiamava anarchia, ti hanno rinchiuso in manicomio perchè eri un anarchico. Bastardi. Infami. Eri solo un anarchico, bastardi. Però Babbo non ho dimenticato il tuo consiglio:
.
Avevo 18 anni quando mi disse queste parole. 18 anni. Quelle parole mi fecero mettere lo zaino in spalla, mi misero le scarpe buone. E girai il mondo. Oggi cosa mi resta, una vita a lottare senza aver mai vinto una sola battaglia. Non sono mai stato un bravo anarchico. Gli anarchici non sono bravi, sono solo amanti. Amanti della libertà. Perdono tutto ma amano sempre.
"O capitano mio capitano" quando ti penso Babbo, penso ai versi di Walt Whitman:

Esultate coste, suonate campane!
mentre io con funebre passo
percorro il ponte dove giace il mio Capitano,
caduto, gelido, morto.

Quando sei morto in tanti hanno esultato, in tanti hanno suonato le campane a festa. Pure i medici, terrorizzati dalle tue eventuali denuncie. Idioti con la laurea, mediocri con i libri dietro la scrivania mai letti. Arroganti, prepotenti, fulgidi esempi della "terza categoria". Mio padre non vi avrebbe mai denunciato, era una persona perbene, non riconosceva la giustizia dello Stato. Era un anarchico. Certo, vi è andata bene, poteva investirvi, era un anarchico. Ma non lo avrebbe mai fatto. Lui era un sognatore, sognava che in fondo le categorie erano solo due: gli sfruttati e gli sfruttatori. E che in qualche modo eravate pure voi vittime di questa società. Era un uomo perbene, non come me. Io non vi perdonerò mai. Ricordo ancora l'ultima volta che ci siamo salutati col sorriso. Gli altri saluti non li voglio più ricordare. Eri in piedi, fuori dalla porta di casa, una casa vecchia, scrostata. Una casa di ringhiera della vecchia Milano. Quella casa non esiste più, rasa al suolo dai panzer del comune, per costruire dei grattacieli. Quando li hanno inaugurati era pieno di automi felici, orgogliosi che la loro città si stava trasformando in una piccola Nuova York. Che tristezza, li hanno costruiti con i soldi rubati alle stesse persone povere che, esaltate, salutavano gli architetti di successo. Si chiamava "Monumentale" la zona, era vicino, maledettamente vicino al tuo amore: Brera. Il quartiere degli artisti. Meno male Babbo che non hai visto la tua casa in cenere e il tuo amato quartiere trasformato in pub e macchine sportive. Eri in piedi su quel ballatoio arruginito,solo, io in strada, solo, di fianco il centro sociale che tanto amavi, pieno di ragazzi e ragazze ribelli che venivano sempre a bere il caffè da te. Ti chiamavano "Papà" ma io non ero geloso. Eri un pò il papà di tutti e di tutte. Anche il centro sociale, Babbo, lo hanno incenerito. Alzai lo sguardo, ti vidi, accennai un saluto e tu, con quel tuo sorriso meraviglioso, alzasti il pugno in cielo e gridasti: "No Pasaran!". Tenero che eri. Sono passati Babbo, sono passati. Ma quel pugno non lo dimenticherò mai. Quel pugno è il mio, non ti preoccupare. Quanto mi manchi, cristo. Non basta una nave di notti per farmi dimenticare quel pugno. Tra qualche giorno torno a salutarti, su quel grande fiume. Io lo so che adesso non soffri più. Non possono più farti del male, ma questo non mi aiuta, mi manchi lo stesso. Mi mancano i tuoi occhi grigi del colore della tempesta.
Come dicevi sempre:

La vita è una, non la sprecare, gira il mondo,
ama chi vuoi, tendi la mano a chi crolla per terra,
sputa in faccia alle divise e bacia le labbra delle ribelli,
non farti legare, nè ai letti nè alle fabbriche,
sogna un mondo diverso, ascolta la natura
non comprare e non farti comprare,
apri le tasche e dona a chi non ha
e se non hai, dona le tue braccia, la tua fatica
tappati le orecchie alle sirene delle catene
strappale coi denti ma non le ascoltare...

Ciao Vecchiaccio

Il tuo piccolo rompicoglioni

(La foto è di un anarchico qualsiasi,
mio padre non amava le foto. Come me.
Ma era fatto così: stesso sguardo, stessa barba,
stesse rughe, stessi stracci, stesso amico)

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Stava per finire nella ciotola d'acqua dei cani e Maya l'ha notata...
Mezz'ora ad osservare una coccinella, darle una goccia d'acqua da bere e posarla su un fiore. Le cose da fare aspettano quando capitano queste piccole pause rilassanti...
Ogni essere, anche il più piccolo merita rispetto e magari qualche coccola.

domenica 24 giugno 2018

LA VERITA' NASCOSTA DIETRO LE UOVA!

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Viaggiare seduti o sedersi a viaggiare

Riflettere per lottare o lottare per riflettere
potere agli oppressi o potere a nessuno
delega o autodeterminazione
30 secoli di promesse o promettere tempesta
Giolitti o Malatesta
gerarchia o orizzontabilità
antispecismo debole o resistenza animale
piramide o sentiero
sovrani o Durruti
maggioranza o unanimità
voto o mutuo appoggio
politica o partiti
legacci coniugali o connessione dei corpi
educazione alla libertà o indottrinamento
Trotsky o Práxedis Guerrero
animalismo o antispecismo
poltrone o passaggi dei contrabbandieri
partito degli onesti o abbattimento delle frontiere
prati o gabbie confortevoli
movimento animalista o animali in movimento
giustizia con la G o giustizia con la g
protezionismo radicale o radicalità al protezionismo
palazzi di vetro o vetri nei palazzi
istituzioni o solidarietà
i senza voce o voci diverse

X in un'urna o alfabeti dei viventi.


LA VERITA' NASCOSTA DIETRO LE UOVA! 

"Le uova di mio nonno che tratta le galline come figlie, le posso mangiare?"
Va tenuto presente che quando c'è allevamento, c'è sempre macellazione, SEMPRE! Non esistono e non possono esistere allevamenti in cui gli animali siano lasciati morire di morte naturale. Quando non producono più abbastanza, quando non sono più utili, vengono uccisi, punto e basta, e non può essere altrimenti.
Quindi, illudersi che, siccome lo scopo di un dato allevamento non è la produzione di carne, allora gli animali non verranno uccisi, è irrazionale e illogico. Che si tratti di latte, di uova, di lana, di piume, qualunque sia il "prodotto" che si ricava dagli animali, quegli animali finiranno al macello, e usando quel prodotto si condannano a morte quegli animali.
E' sempre così, in ogni genere di allevamento, anche quelli "familiari".
Se i parenti ci assicurano che non faranno mai del male alle galline che allevano, non possiamo crederci, perché, anche loro, quando le galline smettono di produrre le uova, non le terranno in vita, con molta probabilità le uccideranno, per quanto promettano di non farlo. Inoltre, quelle galline da dove arrivano?
Vengono comprate, e per ogni pulcino femmina che viene venduto come gallina ovaiola c'è un pulcino maschio che invece viene ucciso appena nato perché "inutile". Quindi, anche questo genere di allevamenti familiari uccidono animali.
L'unico caso in cui questo non si verifica è quando si adottano delle galline salvate dagli allevamenti (caso comunque molto raro): in quel caso, le stiamo semplicemente ospitando per salvare loro la vita, quindi si può pensare che se fanno le uova non c'è nulla di male nel mangiarle. Invece, togliendo loro le uova si danneggia la loro salute, perché se gliele si lascia, loro le covano e anche se non nasce il pulcino (perché ovviamente non sono fecondate), comunque non ne producono altre, se gliele si toglie continuano a produrne e questo fa esaurire le loro riserve di calcio e quindi sono esposte ad osteoporosi, fratture ossee ed altri disturbi.
Teniamo conto, inoltre, che la quantità di uova che per una gallina in natura è normale fare è molto bassa, non più di 2 al mese in media, quindi in un'ottica di rispetto degli animali e della loro natura non ha alcun senso pensare di usarle come fabbriche di uova da mangiare.
La femmina del pollo rosso della giungla, l'antenato selvatico del pollo domestico, depone circa 25 uova l'anno.
Gli uomini hanno cominciato a selezionare gli animali in modo da massimizzare la produzione di uova. Prima degli anni 40, l'industria avicola aveva creato una gallina che poteva deporre un centinaio di uova l'anno, ma naturalmente non erano ancora soddisfatti.
Nei moderni allevamenti le galline depongono in media 260 uova all'anno, circa 10 volte la quantità di uova deposta dai loro progenitori selvatici. La quantità di calcio richiesta per produrre così tante uova è tremenda, quando le galline sfornano uova in continuazione esauriscono le loro riserve di calcio e quindi sono esposte ad osteoporosi, fratture ossee ed altri disturbi, come detto prima.
Grazie a www.vegfacile.info,


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A una certa ora, va sempre al solito posto. L'unico punto nella vallata da dove si vede il sole tramontare tra uno scorcio di alberi...
Arriva alla sua postazione e si blocca immobile a guardare il sole, rimane così per 5 min e pensa...
Dopo svariati giorni di osservazione per capire cosa stesse pensando sono arrivata alla conclusione! 
Pensa che un'altra giornata è finita e deve prepararsi il giaciglio di paglia per dormire prima che diventi buio.
Giaciglio che prepara molto accuratamente spostando filo X filo di paglia e quando è soddisfatta si sdraia, brontola un po' e poi chiude gli occhi.
Questo rituale accade ogni sera poco prima di dormire.
Quanta sensibilità c'è nei vostri piatti...neanche lo potete immaginare! 
Emma è davvero un maiale straordinario...ha una spiccata intelligenza e sensibilità. Vederla osservare in silenzio i tramonti mi rilassa e mi riempie il cuore.

sabato 23 giugno 2018

SUPPLICA AL BEATO IMMIGRATO


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Caro "non sono razzista ma... abbiamo già i nostri delinquenti... se ti entrassero in casa..."
Sicuramente se qualcuno entrasse a casa mia e magari mi rompe un po’ di cose, visto che non troverebbe ne’ oro né soldi, mi incazzerei di brutto perché chi ha fame o vuol semplicemente delinquere lo faccia là dove abbonda la ricchezza, così almeno ruba a chi ha “legalmente” rubato. Detto questo sappi che quelli, e ce ne sono, che vengono qui con l’intenzione di far prosperare la propria mafia non arrivano coi barconi ma bensì con il visto di turista in comodi aerei, per poi rimanere, e non vanno a raccogliere pomodori, anzi, è più facile che si candidano con qualcuno.
Il lavoro che il 99% degli immigrati trova in italia è un lavoro da schiavi e pagato stra-malissimo, quindi non ci portano via niente, semmai ingrossano le file degli sfruttatori di merda tutti italiani.
Ora, secondo me, il punto cruciale è questo: vuoi eliminare ogni sfruttamento, piccola e/o grande delinquenza fatta da chiunque o vuoi mantenerle purchè siano “nostrane col marchio doc itagliota”?
Io preferirei eliminare tutti i soprusi che vengono effettuati da qualsiasi persona di qualsiasi colore sia la sua pelle. E come si fa? Bisogna avere il coraggio di eliminare la causa che induce a “delinquere”; Se uno ha fame prima o poi ruberà, se gli si da la possibilità di sfamarsi non lo farà. Se elimino la causa che impedisce a tutti di lavorare, cioè lavorare per arricchire altri, a favore del sano lavoro comunitario tutti si lavorerebbe per poche ore.
Se elimino la finanza, il capitalismo, il denaro elimino quelle cause che creano, sfruttamento, delinquenti e mafie varie. Se elimino le religioni, il patriarcato e le competizioni svanirebbero altre cause che danno luogo a sfruttamenti e/o a violenze.
In pratica non è l’immigrato il problema ma le società, democratiche o meno, che lo causano.
L’unica via possibile per un mondo sano è l’Anarchia 


SUPPLICA AL BEATO IMMIGRATO

Stranieri (come disse qualcuno più grande di me), vi prego, non lasciateci soli con gli italiani.

Albanesi, nord-africani di tutte le coste, somali, moldavi, rumeni, ucraini: ascoltate la nostra preghiera nascosta, sottovoce per non farsi sentire dall’opinione pubblica di prima pagina.

Non lasciateci in balìa di certi nostri connazionali.

Non abbandonatici nelle mani di quelli che vanno a passeggiare al centro commerciale, di domenica, di quelli che vanno da McDonald per far tacere i figli, nelle grinfie di quelli che si sfasciano alle slot-machine ed in quelle dei malintenzionati che si gonfiano le labbra col botulino.

Stranieri, vi supplico: non fatevi convincere da questo nuovo razzismo di tendenza, da questo chiacchiericcio di moda nei condomini della provincia purulenta e dei quartieri-a-bene.

Non date retta ai giornali, ai tg, alle signore sull’autobus: in realtà, vi vogliamo tantissimo!

Perché l’alternativa di restarcene tra di noi, con la nostra poraccitudine, ci atterrisce.

La possibilità che le nostre frontiere non accolgano persone provenienti da altri paesi presuppone uno scenario orrendo: che, cioè, si resti tra di noi.

Tra di noi a stordirci di pasta, calcio e De Filippi; tra di noi a non masticare neanche più uno straccio consunto di inglese, francese o spagnolo, ma a spiccicare il nostro italianese dai congiuntivi estinti.

Tra di noi a farci rubare soldi e tempo dalla pubblica amministrazione e dall’esattoria, convinti che sia meglio farsi saccheggiare il futuro dai propri connazionali che, eventualmente, la borsetta da uno che, tra di voi, potrebbe essere criminale almeno quanto un quindicenne italiano.

Stranieri, vi scongiuriamo, non date retta ai giornalisti, ai ministri che si fidanzano con le vedettes, ai nostri genitori, storditi da vent’anni di politica in odore di mafia.

In verità, dentro ai nostri cervelli si nasconde un grido che desidera sollevarsi da una terra polverosa come poche e saltar fuori dalle nostre povere gole arrugginite: non lasciateci soli.

Proseguite il percorso tipico proprio del flusso migratorio, da sempre: un cammino insolente, inarrestabile, capillare e destinato, lode a Dio, allo straordinario epilogo della contaminazione.

Stranieri, vi scongiuriamo: contaminateci!

Non lasciateci qui, a riprodurci coi concorrenti dei quiz televisivi, con le blogger di cosmetici, con gli imprenditori che guidano le Ferrari arancioni e vi scendono indossando mocassini blue elettrici con le nappine, blazer giallo limone e jeans skinny coi risvoltini.

Prostitute nigeriane, salvateci dai risvoltini con la vostra dignità, infinitamente più ampia dei vostri clienti.

Indiani, filippini, amici boliviani, stateci vicini, non andatevene!

Restate con noi a qualunque costo, restate con noi anche senza permesso di soggiorno ma non abbandonateci.

Non togliete i vostri figli dalle scuole, lasciando i nostri bambini a rimbecillirsi, chiusi nel piccolo recinto della loro città: fate respirare loro il profumo di terre lontane che insegnano più dell’ora di matematica.

Va bene anche la puzza di quelle terre perché offrono molto più di un centro estivo.

Stranieri, vi prego, restate.

Non lasciateci soli coi nostri connazionali che leggono libri di cucina ma comprano surgelati, che salgono sul tram senza biglietto ma cambiano il guardaroba ad ogni stagione, che prenotano la vacanza dall’altra parte del mondo ma restano dentro al villaggio turistico.

Stranieri, nel caso vi accorgeste di che paese puzzone è il nostro, vi prego, portateci con voi.

Se non volete tornare laggiù, nel vostro paese, dove i problemi sono realmente problemi, troveremo un altro posto dove andare.

Un paese, forse, meno bello di questo, dove però non incontreremo gente che porta a spasso i cani nei passeggini, un paese dove non ascoltano i nuovi rapper, un paese in cui l’immigrazione è un valore aggiunto, non il capro espiatorio di un male locale, collezionato nei secoli.



PS/NB: La frase “Stranieri, vi prego, non lasciateci soli con gli italiani”, non è mia ma è una delle citazioni più belle che si possano fare e l’autore è un famoso anonimo.


Fonte: Madame Pipì

venerdì 22 giugno 2018

Idiocracy


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Oggi è la giornata mondiale del Selfie. 
Pensavo mi stessero prendendo in giro al bar e invece no: 
E' la giornata mondiale del selfie. 
Il vino alle 8 del mattino è l'unico rimedio.
Essere in questa società o non essere in questa società, 
questo è il dilemma....
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Selfie o non selfie, questo è il problema: 
se sia più nobile d'animo sopportare le foto, 
i sassi e i calci dell'iniqua fortuna, 
o prender er modello nuovo 
contro un mare di sottomarche e combattendo, disperderle. 
Morire, dormire, selfiegrafare, nulla di più, 
e con un tasto dirsi che poniamo fine al cervello 
e alle infinite miserie, naturale retaggio della società. 
E' soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, selfiegrafare, sognare forse: 
ma qui é l'ostacolo, quali foto possano assalirci 
in quel cesso del bar quando siamo già sdipanati 
dal groviglio della carta igienica, ci trattiene: 
é la legge questa che di tanto prolunga la vita ai nostri ritratti.
Chi vorrebbe, se no, sopportar le minchiate e le foto continue, 
il sorriso del tiranno, il disprezzo del bastone da selfie, 
le angosce del respinto sorriso, gli indugi delle dita, 
il tremolio della messa a fuoco, i calci in faccia 
che il merito vicino vi dà, come se piovesse, 
quando di mano propria potrebbe fotografare di suo conto, 
con due dita negli occhi? 
Chi vorrebbe caricarsi di grossi bastoni imprecando 
e sudando sotto il peso di tutta una vita di selfie, 
se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, 
il vero ritratto inesplorato donde mai non tornò alcun coglione, 
a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci 
di sopportare le nostre catene piuttosto che 
correre in cerca d'altri selfie che non conosciamo? 
Così ci fa vigliacchi e brutti il telefono; 
così l'incarnato color seppia della determinazione 
si scolora al cospetto del pallido obiettivo. 
E così imprese di grandi niente e bassorilievo 
sono distratte dal loro naturale corso:
e dell'azione perdono anche la foto.
Selfie o non selfie, questo è il problema...
William Shakespeare Junior



Idiocracy

“Questo è un governo Salvini, che farà di Di Maio il suo Alfano” – Vittorio Sgarbi

There can be only one. Ci può essere soltanto un Re Sòla, e Salvini lo sa bene. Sfruttando come sempre il fascismo endemico degli italiani, la paranoia, l’odio razziale, la patetica predilezione per l’Uomo Sòla al Comando, dopotutto sta avendo davvero gioco facile ad arrogarsi il trono, riducendo Di Maio al ruolo di velino, e i suoi toninelli penduli ad utili idioti della Lega. Conte ovviamente non è neanche in gara. Conte è un calzino.
In realtà Minniti aveva già ridotto gli sbarchi di profughi dell’80% finanziando i lager libici, e ha sulla coscienza finora molti, ma molti più migranti di quanti non ne abbia il suo petulante successore padano, ma come ha detto lo stesso Di Maio, i dati non contano, conta la percezione. Salvini è più bravo ad atteggiarsi a Difensore della Razza Bianca, quindi il popolo acclama lui.
Il M5S ha già perduto qualsiasi identità e dignità, il governo è di fatto un monocolore leghista. Una Mat-teocrazia.
Déjà vu, niente di nuovo sotto il Sòla. Periodicamente gli italiani s’invaghiscono d’un Cazzaro. La reincarnazione farsesca di Mussolini, già tragicamente farsesco di suo.
Saivini è l’erede diretto di Craxi, Berlusconi e Renzi, e il fatto che sia arrivato al potere anche grazie a Beppe Grillo è una nemesi beffarda.
Il vaffanculo è stato un boomerang.
Come ho già detto, non ho voglia di ricordare agli elettori grillini di sinistra la loro idiozia, anche perché in questi giorni tutto gliela ricorda continuamente. E non ho molta voglia neanche d’insultare Salvini, benché se lo meriti. Salvini non è più stronzo di Minniti o Macron, ci tiene a sembrarlo perché gli frutta voti. Non gli manifesterò contro accanto ai renziani, che ora sventolano la carta costituzionale che volevano rottamare. In mano a loro la Costruzione dovrebbe prendere fuoco come una Bibbia in mano a un vampiro.
Salvini non è la causa, è l’effetto.
E anche Salvini cadrà, come tutti i suoi predecessori. Travolto dalla sua stessa vanagloria, dalla sete di potere, dall’invidia vendicativa dei suoi vassalli, dalle manovre occulte dei suoi sponsor, dallo spread, forse dagli scandali, e sicuramente dalle promesse impossibili da mantenere.
E dopo quasi certamente arriverà un altro tetro curatore fallimentare. Un altro repossessore.
Memento Monti.
Stavolta cosa resterà di questo paese tragicamente farsesco?
Impareranno mai gli italiani a non affidarsi ogni volta a un arrogante cazzaro, il cui inevitabile fallimento dia la scusa ai nostri veri padroni di stringere ulteriormente il guinzaglio attorno al nostro collo?
Non ci resta che sperare che lo scioglimento dei ghiacciai alzi il livello del mare abbastanza da trasformare l’Italia in un arcipelago di isolotti indipendenti.
Dobbiamo augurarci la dissoluzione dello Stato italiano, non solo marxiana, ma proprio fisica.
Siamo un popolo di inutili idioti.
L’effetto serra è la nostra unica speranza.

giovedì 21 giugno 2018

Non sono razzista, figurarsi, ma...

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Le elezioni consegnano al paese un autoritratto impietoso. È inutile prendersela con Salvini quando i sondaggi lo dànno in crescita. Si continua a dire questo è populista, quello parla alla pancia delle persone. Ma chi sono queste persone? Sono milioni di italiani che amano essere stronzi, parliamoci chiaro, i governanti non hanno nessuna colpa se non quella di render conto al loro elettorato.
L’elettorato è stronzo, questa è l’Italia, il paese delle leggi razziali, che al riapparire del fascismo ha preferito gridare al complotto rosso, che ha salutato il ritorno degli autoritarismi facendo quadrato contro un non identificato pericolo di comunismo (ma quando, ma dove? D’Alema? Bersani? Prodi? Erano questi i bolscevichi pericolosi?)
La più grande vittoria di Berlusconi è avere reso imbecille il Paese.
Ed ora il paese è malleabile come il pongo.
Salvini non è nemmeno un uomo forte, è un tipetto barzotto, che piange sui social e pubblica le foto del mare, la cui personalità è modellata solo dai suoi no. Ma all’Italia basta, come era bastato Mussolini, un omarino incazzoso che piaceva tanto al Paese. Gli italiani sono talmente soggetti al fascino delle sberle che nemmeno la catena di comando ha più senso, c’è un presidente del Consiglio che non conta un cazzo, ma parla 8 lingue, un tipettino che sarebbe socio di minoranza ma decide il futuro del paese e un mancato presidente del consiglio che prova a dire sottovoce che la maggioranza ce l’avrebbe lui ma è troppo preso, lui e i suoi elettori, a capire se quello che fa e quello che dice sono la stessa cosa.
E mentre a destra basta dire che si è di destra e tutto fa brodo, tanto nessuno legge i programmi, avanti forza; a sinistra si fa a gara a chi è più a sinistra, e alle prossime elezioni il partito più in là di quello in là, si dirà soddisfatto della propria coerenza e dirà che è in crescita, con lo 0,01 per cento di bravi cittadini.
E in autunno, quando questo paese dimostrerà di essere talmente geniale da finire in crisi economica persino quando la crisi è finita, la campagna elettorale sarà un nuovo tripudio di insulti. Però abbiamo difeso la costituzione più bella del mondo che nessuno ha letto mai. La grande sfiga di Berlusconi, e cioè che Mediaset ottiene l’esclusiva dei mondiali proprio quando l’Italia non si qualifica, è il gran culo di Salvini, che se c’era l’Italia ai mondiali, col cazzo che gli italiani si ricordavano di odiare i negri e gli zingari.
Il social in questo è impietoso, basta scorrere le pagine a caso. Ovviamente ce la prendiamo col social, ma dire che i social rovinano la gente, sarebbe come dire che lo specchio ci imbruttisce. Riassunto delle sedute in parlamento: zero pensieri mille dichiarazioni.


Non sono razzista, figurarsi, ma...

Oggi un associazione legata ai nuovi governanti mi ha chiesto di scrivere una "poesia" per l'orgoglio italico, secondo loro, sempre insultato. Dei versi in prosa che ineggiassero ai pregi del popolo dello stivale e alla pazienza che gli italiani hanno nei confronti dei Rom o di quelli che sbarcano, a decine di milioni di milioni di miliardi, sulle "nostre" coste. Una sorta di "poesia" nazionalistica (giuro, sembra un film ma è accaduto). Ho accettato.
Mi servono soldi.

Questi sono i versi che ho spedito per Mail:

-Continuare in modo ignobile a dire che i Rom, tutti i Rom, sono ladri (senza capire la tabellina che si impara in seconda elementare, e cioè che i ladri puri, quelli che fottono realmente la povera gente, quelli che possono fregiarsi del termine "Ladro", siedono in parlamento, nelle poltrone amministrative delle società, nei consigli delle banche, dietro scrivanie assicurative, nelle stanze delle aziende farmaceutiche) è non solo falso ovviamente, ma qualifica chi lo dice: Spazzatura razzista di qualsiasi ordine e grado, che siano ricchi o poveri, uomini o donne, lavoratori o disoccupati, non mi interessa, è la stessa immondizia razzista. Dire che tutti i Rom sono pericolosi è come dire che tutti i siciliani sono mafiosi o i calabresi tutti amici delle andrine o i napoletani tutti camorristi, i toscani tutti fascisti, i laziali tutti criminali, i piemontesi tutti senza cuore, i lombardi tutti pallidi, i veneti tutti ubriaconi molesti, gli emiliani tutti allevatori intensivi, i liguri tutti tirchi e bavosi, i francesi tutti ignoranti, gli inglesi tutti colonialisti, i tedeschi tutti nazisti, i russi tutti papponi, gli americani tutti obesi, gli africani tutti eleganti col telefonino, i greci tutti artisti, i turchi tutti che fumano 100 sigarette al giorno, i messicani tutti fanulloni, i norvegesi tutti suicidi (al maschile e femminile s'intende) e se volete aggiungere qualche altra cazzata "popolar-luogo comune" che mi son dimenticato, fate pure. Ah!: i caucasici tutti badanti. Generalizzare nei confronti di un popolo è già accaduto. Lo facevano Himmler e Heidrich, Mussolini e Pol Pot, Stalin e Ceausescu, Videla e Pinochet e per venire ai nostri giorni Putin o quello col parrucchino americano o l'"Alberto da Giussano" italiano che pensa di essere Napoleone. Ora, il novello "Bonaparte" si vuole vendicare dei calci in culo, da mezzo quartiere, che ha preso quando era giovinetto o delle merendine che gli hanno rubato. Esattamente come Hitler, che da giovane prendeva calci in culo da tutti e crescendo si è voluto vendicare. Generalizzare nei confronti di un popolo è rendersi complici delle didatture del passato e del presente, complici delle nefandezze che vengono perpetuate ai danni dei più deboli, complici di un sistema che ci indottrina ad odiare chi è sfruttato e ad amare chi ci sfrutta, complici di un mondo che non mi appartiene. Generalizzare nei confronti di un popolo è un'aberrazione, un insulto alle migliaia di persone che hanno lottato e sono morte contro ogni fascismo, uomini e donne che si sono sacrificate per un mondo che sognavano diverso ma che è rimasto sempre legato a idiozie e terrificanti luoghi comuni. Un mondo malato pervaso da odio e invidia, un mondo sbagliato. I prossimi che mi dicono che i Rom devono essere schedati come gli italiani (senza muovere un neurone e capire la differenza tra schedatura anagrafica cittadina e schedatura per etnia) o che gli sono entrati in casa o che gli hanno rubato il portafoglio o che mandano i bambini a chiedere l'elemosina o che li dovrei tenere in casa io: Lo prometto! anche se sono contro il matrimonio, mi sposo una meravigliosa donna Rom (per farvi dispetto) e vengo a svaligiarvi le vostre cazzo di casette tutte luccicanti e blindate. Pure gli stipiti delle finestre vi porto via. Pure i tubi del lavandino di cucina vi porto via. Consapevole degli sberloni che mi darà la principessa, se lo faccio, poichè lei è ovviamente onesta.
Non come me, che sono italiano.

Ci arrivate a comprendere i luoghi comuni? Non è difficile, basta contare fino a dieci. Prima di sbraitare ai 4 venti la vostra superiorità razziale, contate fino a dieci, è il tempo necessario perchè vi rendiate conto di quanto siete stronzi.

Vi è piaciuta la poesia? Stronzi-

Ora non mi resta che aspettare l'assegno per il lavoro svolto....

Olmo Vallisnera

mercoledì 20 giugno 2018

DA QUANDO HO SMESSO DI MANGIARE LA CARNE…


Viviamo tutta la vita in stanze, alcune perfino senza pareti. Ma restano stanze. Il mio sogno ricorrente? Morire in quella stanza dove lo scoiattolo balla con l'assiolo, il ginepro con l'istrice, il barbagianni con il rosmarino. Il bambino con il vento...



Recentemente ho pubblicato un post (da quando ho smesso di mangiare la carne…) in cui ho condiviso le ripercussioni che la scelta di non mangiare più carne ha avuto sulla mia vita.
Questo post ha ricevuto moltissimi consensi ma è anche diventato il bersaglio di forti critiche.
Sono stata accusata d’intolleranza nel definire ingiusta la morte di tante creature innocenti al solo scopo di soddisfare il piacere degli esseri umani, e sono volati i commenti con considerazioni inneggianti all’uccisione e alla tortura.
I contenuti offensivi e razzisti non saranno pubblicati ma riporto qui un passaggio esemplificativo:
“Per me siete voi vegani o vegetariani a eleggervi razza giusta e superiore, non rispettando minimamente le opinioni di chi mangia carne. Vi credete migliori, ma sbagliate di grosso. Io non ti/vi critico per la vostra scelta e vi rispetto. Rispettate dunque la scelta di chi mangia carne.Smettiamola con questi discorsi assurdi, assurdi veramente! Al limite del ridicolo. Datevi tutti una regolata con le cazzate perché qui si sta esagerando.”

Molte persone cercano la polemica e lo scontro perché sentono intimamente l’importanza della scelta vegana e tentano in questo modo di combattere il richiamo della propria anima.
Spesso l’aggressione nasconde un desiderio sentito interiormente come impossibile e perciò proiettato e combattuto all’esterno.
A tutti quelli che ritengono irrispettosa la mia decisione di non uccidere per vivere, rispondo che non è possibile “tollerare” la violenza.
La violenza è una patologia e pertanto non può essere “rispettata”, deve essere compresa e curata.


DA QUANDO HO SMESSO DI MANGIARE LA CARNE…

Da quando ho smesso di mangiare la carne, mi succede spesso di sentirmi diversa e anormale in un mondo che considera con indifferenza l’uccisione per il solo piacere del gusto.
Ma devo ammettere, con un certo imbarazzo, che da allora molte cose per me sono cambiate.
Fino al momento in cui ho preso la decisione di non nutrirmi più con la vita di qualcun altro, mi era sempre sembrato naturale addentare una bistecca chiacchierando allegramente con gli amici.
E certamente non ignoravo che la carne, prima di essere cucinata, condita e servita in un piatto, era un corpo e apparteneva a qualcuno.
Qualcuno che sicuramente non voleva morire per soddisfare il mio appetito ma che, probabilmente, desiderava vivere ancora.

Lo sapevo anche allora, solo che la mia mente cercava di dimenticarlo perché anche io, proprio come chiunque altro, non volevo pensarci e nascondevo con noncuranza questa informazione facendo finta che non fosse così.
Guardavo il sangue e sentivo soltanto l’acquolina in bocca.
Lasciavo che il mio palato venisse soddisfatto dagli aromi, mi abbandonavo al piacere della conversazione e ammutolivo la consapevolezza, annegandola nel cibo e nella compagnia.
Da quando ho smesso di mangiare la carne, però, questo meccanismo di difesa (chiamato in gergo psicologico “rimozione”) ha smesso di funzionare e così sono sempre terribilmente lucida su ciò che è vita e ciò che invece è morte.
Adesso, quando vedo tutti quei pacchetti incellofanati, con dentro le membra squartate e sanguinolente di tante creature miti, fiduciose e innocenti, sento le lacrime pungermi gli occhi e il mondo mi appare in una luce intensa e senza ombre.
Da quando ho smesso di mangiare la carne, la vita ha assunto una chiarezza che evidenzia la verità, senza censure e senza mistificazioni, e una trasparenza che mette in luce i lati negativi di me stessa in tutta la loro dolorosa realtà.
C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e quella di diventare vegana non è stata facile, mi è costata molte privazioni e sacrifici.
Ho rinunciato a credere nella bontà, mia e degli altri, e ho dovuto ammettere la crudeltà di un mondo che ignora la sofferenza.
Ho sacrificato la mia ingenuità, imponendo a me stessa di guardare l’indifferenza negli occhi quando con dolore ne ho scoperti i sintomi fin dentro la mia stessa anima.
Avrei preferito poter salvare almeno la coerenza e non dover riconoscere i crimini, commessi con superficialità e ignoranza, per aver concesso al mio bisogno di approvazione di seguire il branco in quei riti tribali, chiamati pranzi e cene, dove si compiono i sacrifici di tante vittime innocenti.
Ma come molti altri anche io ho goduto, ignorando la morte e il dolore, convinta che fosse del tutto naturale uccidere per soddisfare il piacere del gusto.
Ho dovuto privarmi della mia immacolata perfezione e accettare che, proprio come il peggiore dei nazisti, per mano dei miei sicari ho torturato e ucciso creature che non mi avevano fatto niente, giudicandole inferiori e perciò passibili di morte e di ogni abominio, sulla base dei tratti somatici e di una cultura differente da quella della razza in cui mi riconosco e sento di appartenere.
Avrei voluto scoprirmi migliore e proclamare a testa alta la mia innocenza davanti ai delitti di chi ammazza per divertimento, per sport e per il piacere del proprio palato.
Ma ho dovuto rinunciare al vantaggio di stare dalla parte del giusto e confessare che, come tutti gli altri, sono stata spietata, cinica, indifferente, insensibile e priva di umanità perché anche io ho lasciato che la morte si perpetuasse senza sosta, solo per il piacere di sentire un sapore buono in bocca.
Che brutta sorpresa scoprirmi così crudele e priva di discernimento!
Che sofferenza tollerare di essere gregaria, conformista, qualunquista e opportunista, priva di amore, di pietà e di rispetto per gli altri esseri che insieme a me popolano la terra.
Esseri che non distruggono il pianeta per mangiare innumerevoli volte in un solo giorno, che non soffrono di sovrappeso, cellulite e obesità, che non prendono psicofarmaci e che non hanno malattie mentali, prostituzione, pedofilia, sfruttamento, inganno e usura.
Esseri che rispettano la natura e che convivono con le altre specie senza distruggere ciò che hanno intorno per divertimento.
Esseri miti che si lasciano condurre a morire piuttosto che ribellarsi alla violenza e alla ferocia dei loro carnefici.
Quando ho smesso di mangiare la carne, ho dovuto anche smettere di credere a quello che dicono tutti, per cominciare a seguire le istruzioni del mio cuore.
E ho scoperto che non è possibile vivere sereni cibandosi di morte, perché la nostra anima conosce i crimini commessi nel silenzio e in quel silenzio li osserva, senza giudizio e piena di dolore, aspettando con pazienza che arrivi il momento di liberarsi da quella zavorra di angoscia che appesantisce il cuore.

Ma tanti strati di sofferenza inespressa creano una coltre sulle percezioni e intorpidiscono la comprensione della vita rendendola greve e priva di significato.
Scoprirsi complici di tanti abomini oscura l’immagine idealizzata che vorremmo avere di noi stessi e ci costringe a cambiare per diventare migliori.
Perciò, da quando ho smesso di mangiare la carne, a malincuore ho dovuto rinunciare a credere nella mia bellezza illuminata di essere prescelto da Dio per portare la saggezza in un mondo popolato di bestie, rozze e prive d’intelligenza.
E ho dovuto ammettere con umiltà che proprio quelle bestiesono i maestri venuti a dimostrare con l’esempio della loro esistenza cosa vuol dire rispettare il creato, la natura e la vita.
Così, da quando ho smesso di mangiare la carne, non sono più l’eletta rappresentante di una razza superiore ma una fra tanti, colpevole di aver creduto con presuntuosa arroganza che al mondo esistano vite di serie A e vite di serie B.
E con umiltà ho dovuto riconoscere che la vita è sempre un valore assoluto, a chiunque appartenga.
Oggi, quando mi trovo in mezzo a una di quelle belle riunioni conviviali, ricche di antipasti e di tante portate succulente, sono oggetto di curiosità, di scherno o di commiserazione, da parte di quelli che, proprio come me, occultano a se stessi la consapevolezza in nome di un sapore a cui sacrificano il valore della vita.
Spesso mi piacerebbe raccontare cosa si prova scegliendo di non cibarsi della morte, e spiegare come il percorso verso il raggiungimento dell’umanità passi attraverso il riconoscimento che ogni creatura ha diritto alla propria esistenza, senza essere il pasto di nessuno.
Ma so che è inutile intestardirsi nel tentativo di combattere la rimozione per proporre un’idea che ancora non può essere accolta nella coscienza.
So che io stessa in passato sono stata così, insensibile e priva di umanità.
Ognuno deve fare il suo percorso e trovare da solo, nascoste in fondo all’anima, le ragioni per cui la vita è degna di essere vissuta con amore, con umiltà e con rispetto.
Perciò, da quando ho smesso di mangiare la carne, lascio che tutti compiano i propri sbagli con noncuranza, convincendo se stessi di essere nel giusto e soffrendo un dolore di cui diventa sempre più difficile scovare le radici perché strati di prevaricazione censurata impastano l’anima dando forma a una vita senza chiarezza.
E mentre cerco di condividere il mio pensiero e le mie scelte, capisco che ciò che è giusto per me è incomprensibile per qualcun altro, convinto di appartenere a una razza prescelta da un Dio che fa figli e figliastri, e perdona e punisce secondo un criterio arbitrario e pericolosamente narcisista.
Allora parlo, sapendo che le mie parole raggiungeranno soltanto le persone pronte per condividerle, e con gratitudine ringrazio chi, nel passato, ha avuto con me la stessa risoluta determinazione, mentre da sola costruisco un mondo in cui non ci sarà sopraffazione, ma tutti potremo vivere in armonia scambiando i doni delle nostre culture gli uni con gli altri.
Carla Sale Musio

martedì 19 giugno 2018

La deriva del governo


Non è più il momento di scrivere soltanto, parlarci tra noi: si sta costruendo uno stato di polizia in un Paese reso isterico che sbava su cose irreali come “difendere i confini” da neri, plutocrati e alieni, sul “facciamoci rispettare” che non passa per cultura, intelligenza e cose che sappiamo creare da secoli e abbiamo insegnato al mondo ma per pose da bulli. Dobbiamo schierarci, e parlare ad alta voce, in strada, ovunque.

Da oggi, da subito, cominciamo a scardinare la narrazione folle dell’ “invasione”, a minare la paura con cui hanno minato il Paese: basta dedicarsi a una sola persona per volta. Il portiere, la zia, il collega, il tipo in palestra, chiunque. Non qui: di persona.


Se siamo in un luogo di sbarchi, di tendopoli, di passaggi, andiamo a vedere se possiamo dare una mano, incontriamo gli operatori, mettiamoci a disposizione anche per cose piccolissime (portare infradito, un thermos di tè freddo, un sorriso), non facciamo sentire soli gli ultimi, testimoniamo ciò che pensiamo.

Non perdiamo occasione per dire la nostra: immischiamoci nelle conversazioni di strada, di bar, di sala d’aspetto (che oggi sono agghiaccianti). Insinuiamo il dubbio, usiamo l’ironia, cambiamo il tono (un buon sistema è sorridere mentre si parla, anche se costa).

Un ottimo modo per cominciare è seguire e appoggiare le battaglie de @isentinellidimilano : diventiamo tutti sentinelli in piedi, seduti, sdraiati e come vi pare, per difendere i diritti, la cosa più preziosa che abbiamo.

Non smettiamo di vigilare: siamo già oltre, e non ce ne siamo accorti. Occorrono subito #gestidiresistenza


La deriva del governo 

Soltanto negli ultimi giorni, il neoministro dell’interno Matteo Salvini ha dichiarato che “per gli immigrati clandestini è finita la pacchia”; ha impedito l’attracco della nave Aquarius con 629 persone a bordo in un porto italiano; ha definito “una crociera” il pericoloso viaggio dell’Aquarius verso la Spagna in cerca di un approdo; ha condiviso sui suoi canali social i video del blogger Luca Donadel, già responsabile della diffusione di una serie di fake news sull’immigrazione; ha definito un “problema” l’uccisione di Giulio Regeni, una vicenda che non dovrebbe riguardare l’Italia perché “per noi è fondamentale avere buone relazioni con l’Egitto”; ha fatto visita e portato solidarietà ai due agentiresponsabili della morte – a Genova il 10 giugno – dell’ecuadoriano Jefferson Tomalà durante un intervento per un tso.

Nel frattempo, negli stessi pochissimi giorni, anche l’aria che si respira in tutta Italia si è adeguata a questo clima: tre giornalisti che seguivano l’inchiesta della procura di Genova sui presunti flussi finanziari della Lega verso il Lussemburgo sono stati trattenuti e interrogati per tre ore in questura a Bolzano senza nessun motivo apparente; a Firenze, il corteo funebre di un ragazzo di 29 anni investito e morto in un incidente causato da due rom si è trasformato in una spedizione punitiva verso il campo in cui abitano i due responsabili: praticamente tutte le forze politiche hanno condannato l’intera comunità rom, indistintamente, e il sindaco Dario Nardella si è impegnato a smantellare il campo in un anno o poco più; un’insegnante di Torino, indagata per avere insultato i poliziotti durante un corteo contro CasaPound, è stata licenziata; una bibliotecaria di Todi che aveva fatto una selezione di libri per introdurre i bambini alle questioni di genere è stata rimossa dal suo incarico; a Roma la giunta comunale ha approvato l’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante, uno dei fondatori della Repubblica sociale italiana (la sindaca Virginia Raggi è stata costretta a dichiarare che presenterà una mozione contraria per impedirlo). Si potrebbe continuare.

In un tempo limitatissimo, l’insediamento del governo ha spostato l’opinione pubblica su posizioni sempre più fasciste, determinando già alcuni fatti gravissimi.

Le forze dell’ordine si sentono sostenute dal governo con una benevolenza che è sinonimo di legittimazione dell’impunità. Varie volte, negli anni passati, Salvini si è schierato pregiudizialmente con la polizia e i carabinieri anche nei casi di abusi da loro commessi, ricorrendo allo stesso meccanismo retorico: se ci sono delle mele marce devono pagare, ma secondo me non ci sono. Per esempio nel caso delle due studentesse stuprate a Firenze (nel novembre del 2017 aveva scritto su Facebook: “Permettetemi però, fino a prova contraria, di avere dei dubbi che si sia trattato di uno stupro, e di ritenere tutta la vicenda molto ma molto strana. Sono l’unico a pensarla così?”). O sul caso di Stefano Cucchi, il ragazzo picchiato e ucciso dalle forze dell’ordine durante la sua detenzione, a maggio scorso ha detto: “Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri. Se l’1 per cento sbaglia deve pagare, anche il doppio. Però mi sembra difficile pensare che ci siano poliziotti o carabinieri che hanno pestato per il gusto di farlo”. Poi ha attaccato la sorella Ilaria, dicendo che “si dovrebbe vergognare” e che un suo post su Facebook in cui aveva pubblicato la foto del carabiniere indagato per la morte del fratello “fa schifo”. Inoltre Salvini ha manifestato più volte la sua vicinanza al Sap, il sindacato di polizia che ha difeso a spada tratta i poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi, e che si dice entusiasta del ministro e del programma di governo, “che nella parte dedicata alla sicurezza, riprende esattamente quelle che da anni sono le battaglie del Sap”, spiega il sito del Sap.

La forzatura di termini come populismo e antisistema da parte del governo è decisamente vicina a una prospettiva fascista

Nel suo discorso al senato, il giorno dell’insediamento, il presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva parlato dell’alleanza tra Movimento 5 stelle e Lega rivendicandone il suo essere “populista” e “antisistema” (“Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni”). Nei fatti, la forzatura di termini come populismo e antisistema da parte del governo è decisamente vicina a una prospettiva fascista: limitazione delle libertà fondamentali, legittimazione degli abusi della violenza delle forze dell’ordine, razzismo esplicito, nazionalismo basato sull’idea degli italiani come una comunità di sangue.

Il fascismo funziona sempre allo stesso modo: usa le contraddizioni sociali non per innescare un conflitto di classe, ma per aizzare il conflitto all’interno della classe degli oppressi, il ceto medio impoverito, che sente di non avere più sicurezza sociale (il welfare scomparso, le misure di sostegno al reddito clamorosamente insufficienti, un ascensore sociale che invece di salire precipita in basso), contro la nuova classe proletaria (migranti ed emarginati) che i diritti sociali non li ha mai avuti.

Se la diagnosi non è difficile, la prognosi è invece molto più complessa, perché il fronte delle forze che si oppongono a questo neofascismo è invece molto diviso se non polverizzato.


lunedì 18 giugno 2018

L’inchino finale di Marika Marianello

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Quando ci definivano un Paese accogliente, ospitale, gentile con tutti e persino (me lo ricordo perfettamente) esterofilo, in realtà lo dicevano perché vedevano una facciata smaltata, ma come vediamo la cultura fascista autoritaria stava solo aspettando un pretesto per uscire allo scoperto. C'erano già molti segnali evidenti decenni fa, ma tutti dicevano 'che vuoi che sia'. Allora lo voglio ribadire fino allo sfinimento mio e vostro: il fascismo è quel tipo di cultura autoritaria che è fondamento di questa società, e che viene perpetuata attraverso l'educazione, l'istruzione, la programmazione, l'addestramento dei bambini. Anche se ti reputi un progressista difensore dei diritti umani, se tu credi di avere bisogno dei governi, se non sai pensare a una vita senza padroni e poteri che ti scrivono le leggi, se la libertà totale e incondizionata degli individui ti mette terrore, sei già un fascista.

Paolo Schicchi

L’inchino finale 
di Marika Marianello

Arriva, come ogni anno, assieme allo scioglimento delle tensioni, l’esaurimento nervoso, il sonno arretrato, i giudizi, le votazioni, i recuperi e le morse nello stomaco; le lacrime, le risate isteriche, le bestemmie, gli abbracci e i discorsi di commiato di studenti, docenti e dirigenti.

Arriva, con lo scirocco africano, la schiuma in classe e i primi caldi che si portano dietro i sabati e le domeniche di Pontina bloccata dalle colonne di auto e scooteroni diretti in spiaggia.

Arriva, con le piccole gioie inaspettate del novantesimo minuto o dei tempi supplementari o addirittura dei calci di rigore: quelle piccole, immense gioie covate nell’intimo profondo, in quel luogo non meglio definito tra il cuore, la bocca dello stomaco e il colon irritato. Arriva, dopo averlo desiderato ardentemente e soltanto dopo il conto alla rovescia dei giorni che spietati vi separano; dopo le preghiere dei vespri che speranzose recitano Dammi la forza di non sbroccare neanche domani, rimetti a loro tutti i debiti formativi del mondo e dammi oggi la mia gioia quotidiana.

Arriva, finalmente, dopo tanto ardore: l’ultimo giorno di scuola.

Non li sopportavi più e manco loro, parliamoci chiaro: vi teneva uniti quel sentimento confuso e incoerente, ubicato in quella zona grigia che va dalla malinconia sottile e all’intolleranza più smaniosa, sentimento che tiene saldi numerosi matrimoni italiani del Vorrei andarmene ma non posso, perché in fondo ci amiamo. Sono i momenti di delirio gratuito e diffuso, quando nessuno ti si fila più e allora anche tu cominci a mollare un po’ la presa e quindi Prof posso andare in bagno, Mah sì, vai pure, basta che torni entro domani e ’sti cazzi, tanto è quasi finita. E allora, tra un congiuntivo e una preposizione articolata sganci le tue perle di saggezza, quelle da Bacio perugina, del tipo Non è importante come entri nel palcoscenico della vita degli altri, l’importante è l’uscita di scena. Ed è per quello che non li mandi a fanculo come vorresti. Perché in fondo gli hai voluto bene, ah se gli hai voluto bene. E ti mancheranno, un po’ ti mancheranno, sì, quasi come lo stipendio a fine mese.

E allora al suono dell’ultima, fatidica, liberatoria campanella, prendi fiato, sorridi e fai il tuo inchino migliore, così, in silenzio, sola con le tue contraddizioni, in attesa che cali il sipario: vorresti uscire di scena in seguito a uno scroscio di applausi, ma ognuno è impegnato nel proprio dramma. Tuttavia qualcuno si avvicina a darti un bacetto, a porgerti un fiore, a dirti Prof grazie di tutto, ci mancherà, ci vediamo l’anno prossimo, vero?, oppure ti abbraccia e tu pacca sulla schiena e un benevolo Mi raccomando, oppure Ci vediamo agli esami, Prof, sia magnanima, oppure, tra lacrime e singhiozzi, Prof mi bocceranno ma l’anno prossimo mi metto sotto giuro, mentre qualcun altro ti fischia e vorrebbe vedere la tua testa rotolare giù dalla ghigliottina piazzata sul patibolo apposta per te e per tutti i capri espiatori del proprio male.

E allora metti in moto ed esci di scena, senza concedere alcun bis, ma solo un sorriso a Mariolino che ti insegue, ti lancia un bacio e ti grida: Ciao Prof, non me lo darà il debito, vero?

No, Mariolino, nessun debitore: stiamo a pace così.
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domenica 17 giugno 2018

War Job: educazione alla guerra

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Antispecismo e animalismo
(liberazione e gerarchie)

<<..Per "animalismo" si intende quella corrente di pensiero fondata sul rispetto per gli animali non umani (Si useranno I termini "animali umani e non umani" solo per una maggiore chiarezza di esposizione, e non per rimarcare quella linea di confine che idealmente separa gli umani dai non umani in base al concetto, discutibile, di specie biologica). L'antispecismo si differenzia (in maniera profonda) dall'animalismo perché, dal momento che anche l'essere umano e' un animale, considera anche le problematiche legate alla discriminazione, allo sfruttamento e al dominio comprendendo anche gli animali umani. Inoltre, riconoscendo un legame tra la discriminazione e il dominio in base alla specie e la discriminazione e il dominio in base ad altre caratteristiche, reali o presunte, come la razza, il genere, l'orientamento sessuale, la classe sociale, l'abilità fisica e altre, l'antispecismo assume quella connotazione politica necessaria per opporsi al dominio, al potere, nelle sue dis-funzioni, alle gerarchie, alle istituzioni, alla società verticale (in essa la competizione tra abili e non abili in concetto generale) in cui un gruppo di individui privilegiati prevarica i gruppi di individui considerati inferiori (per le caratteristiche sopra elencate). Già da questo si può capire che l'antispecismo e' totalmente incompatibile con ideologie di destra, autoritarie, reazionarie, discriminatorie e totalitarie; e ha come fine la liberazione di tutti gli animali, umani e non, e la creazione di una società orizzontale, basata sui valori della solidarietà e del rispetto e sui diritti fondamentali di tutti gli animali, in quanto esseri capaci di provare dolore e piacere e di ricordare queste sensazioni per evitare il dolore e per cercare il piacere, quindi capaci di autodeterminarsi, come, del resto, dimostrano le varie esperienze di resistenza animale, animali che fuggono o si ribellano allo sfruttamento. Ovviamente per diritti fondamentali si intendono I diritti naturali e inalienabili, non certo diritti concessi da autorità e istituzioni che, come detto in precedenza, sono per forza di cose e naturalmente sistemi oppressivi. L'antispecismo quindi considerato come "movimento" filosofico, politico e culturale che lotta contro l'antropocentrismo e l'ideologia del dominio veicolata dalla società umana..>>


War Job: educazione alla guerra 



Il 25 aprile 2018 mentre in Italia si celebrava il 73° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, una ricorrenza ormai privata di ogni rispetto verso la memoria storica considerato il clima politico attuale (internazionale e non), il Pentagono siglava un contratto da 1 miliardo e 400 milioni di dollari con la Lockheed Martin per l’ampliamento della flotta di F-35 destinati anche alla fornitura estera.
Tale accordo, che vede la multinazionale in questione beneficiare di 736 milioni di dollari destinati a materiali e componenti, prevede la fornitura di 3.000 velivoli che si vanno ad aggiungere agli oltre 300 F-35 già consegnati in precedenza e smistati presso 15 basi militari differenti.
Primo paese a beneficiarne è stato il Regno Unito che il 6 giugno scorso ha ricevuto i primi 4 F-35B (forniti di tecnologia avanzata made Lockheed Martin & Leonardo) destinati alla Royal Air Force e alla Royal Navy, e che si vanno a sommare ai 15 velivoli già in possesso delle forze armate britanniche.
In questo nuovo ordine figurano anche 8 ulteriori F-35 ordinati dall’Italia che si vanno ad aggiungere ai 18 già acquistati in passato, nell’ambito di un accordo con la Lockheed Martin che prevede la fornitura complessiva di 90 velivoli.
Un’operazione da 14 miliardi di euro, a cui però vanno aggiunte le spese operative e di supporto logistico necessarie a coprire i 30 anni di vita dei cacciabombardieri, per un costo complessivo che sfiora i 50 miliardi.
L’Italia, attraverso Leonardo (ex Finmeccanica), svolge un ruolo chiave nell’immissione sul mercato degli F-35 in quanto, come già evidenziato, tali velivoli vengono assemblati presso lo stabilimento FACO di Cameri (Novara), grazie alla partnership aperta con la stessa Lockheed Martin.
Fondata nel 1995, la Lockheed Martin è specializzata in ingegneria aereo-spaziale e della difesa, tra cui la progettazione e il perfezionamento degli F-35 che gli hanno permesso negli anni di stringere partecipazioni con numerosi paesi, tra cui: Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Israele, Italia, Giappone, Olanda, Norvegia, Turchia, Inghilterra, Stati Uniti, Corea.
Tra questi fa senza dubbi scalpore la presenza di Turchia e Israele, paesi attualmente coinvolti in conflitti bellici che li vedono muovere pulizie etniche ai danni del popolo curdo e di quello palestinese.
Nel tentativo di appianare i rapporti con la Turchia, alleato Nato degli Stati Uniti dal 1952, la Lockheed Martin ha invitato il governo di Erdogan a partecipare ad una delle prossime cerimonie di consegna degli F-35, nella speranza di poter sbloccare una collaborazione che vede i turchi attualmente clienti della Russia per la fornitura di velivoli da guerra.
Diversa, invece, è la strategia messa in campo da Lockheed Martinper consolidale la partnership e gli affari tra la multinazionale statunitense e il governo israeliano.
La municipalità di Gerusalemme, recentemente, ha emesso un comunicato in cui si da notizia della prossima apertura (prevista per settembre 2018) di una scuola materna da parte di Lockheed Martin nella capitale, incentrata sulla scienza e la tecnologia.
L’asilo, che sorgerà nel quartiere di Kiryat Menachem, non è il primo progetto “educativo” di Lockheed Martin sul territorio israeliano.
Grazie alla stretta collaborazione con il Ministero dell’Istruzione israeliano, il Ministero della Scienza e della Tecnologia e la Rashi Foundation (un’organizzazione che offre supporto ai giovani), la multinazionale statunitense gestisce le scuole STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) presenti a Gerusalemme: la MadaKids rivolta a bambini in età prescolare, e la Kiryat Malachi.


La crescita futura dell’economia israeliana richiederà una fornitura costante di talento tecnico altamente qualificato e altamente capace.

Questa la candida dichiarazione di Marilyn Hewson, presidente e amministratrice delegata Lockheed Martin, che senza troppi giri di parole esprime chiaramente le intenzioni dell’azienda di diffondere una cultura della guerra che faccia di Gerusalemme la “capitale dell’innovazione educativa”, come dichiarato dal sindaco Nir Barkat.

Attraverso l’infiltrazione nelle strutture educative, il supporto economico ad organizzazioni giovanili e la promozione di subdoli contest come le finali della LEGO Junior League (video), una competizione rivolta a 200 classi tra terze e quarte elementari impegnate, tra le altre cose, nell’assemblaggio di apparecchi militari, la Lockheed Martin ha avviato un progetto per l’allevamento privatizzato dei/delle futur* tecnici e piloti degli F-35.

Fonte: Earth Riot

sabato 16 giugno 2018

Pezzata rossa e bionda naturale in una stalla

sezione-pezzata-rossa

Lontano dal bosco

Il grillo è presente
in angoli esposti dove
gracchiano i corvi in bilico 
su cime di pino mugo
anche loro, come le ghiandaie
attenti al respiro del vento
incuranti del mio

Pesante come macigni mai sollevati
stanco come il terreno arido
inutile come la brezza torrida

Un sussulto
le foglie secche, sgretolandosi 
imprigionano i formicai

Vita infame
deserto per gli occhi
attrazione fugace
mai compresa
vita lontana
sguardo staccato
lacrime in torrenti di secca

Partenza
sosta breve
passi inespressi

Sorrisi dimenticati
parole in echi
troppo rumorosi

Roccia non parli
mille domande 
senza risposta
pensieri, pensieri 
nient'altro che legno
del frassino bagnato
da ossa leggere

Panche consumate
gambe nervose
ormai invecchiate

Libertà
questa sconosciuta
sempre urlata, mai difesa

Il falco risponde 
passeggero di boschi
amico del resto
che poi non è niente
vigliacca esistenza salmastra 
fresco inquinato 
da generazioni dormienti

Allegrie
attimi
senza dimora

Ridete signori
ridete
vi è vicina la tomba

Del vostro incespicare servile
siete ignari spettatori
bruciando le luci
accecanti
dolorose
infami 
per anime scomparse

Viva la vita per chi sa dipingere
orli di pizzo, vecchi tarli
carrelli schiodati

Ombre di tuoni, 
nuvole scure, 
sorelle, continuate a cantare

Cantate
anche solo per me
gli altri sereni 
del bel tempo fasullo
cantate per me
Io 
vi posso ascoltare


Pezzata rossa e bionda naturale in una stalla

Una bella ragazza bionda ammicca verso l’obiettivo della macchina fotografica mentre, vestita di soli indumenti intimi, viene colta nell’attimo di indossare una tuta da lavoro. Sulla testa una bandana, che però non nasconde, anzi, evidenzia, i lunghi capelli biondi. Alla sua sinistra si scorgono le terga di tre Mucche in fila l’una accanto all’altra. Si capisce che ci troviamo dentro una stalla. Queste scarne informazioni ci dicono che la ragazza sta per mettersi al lavoro. Il lavoro possiamo facilmente immaginarlo: mungere le Mucche, o forse accudirle, probabilmente entrambe le cose.

La fotografia proviene da una pagina di un social network, la didascalia recita: Sezione Pezzata Rossa di ARAV (acronimo per Associazione Regionale Allevatori del Veneto).
La Pezzata Rossa è una razza di Mucche molto apprezzata sia per le sue carni, che per il latte. Le sue caratteristiche produttive, riportate da un sito web, sono:

“Il bovino Pezzato Rosso è animale rustico, precoce, docile e presenta due attitudini: latte e carne.
Questa razza a duplice attitudine oltre a produrre latte e carne si caratterizza per una elevata resistenza alle mastiti e per una accentuata fertilità.
Il latte contiene un’alta percentuale di proteine.
Buone prestazioni come produzione di carne.”1.

Nell’immagine prende forma e si attua una duplice violenza, una sul piano simbolico, e l’altra reale.
La prima è quella della riduzione della donna a oggetto sessuale, il cui corpo è utilizzato per stuzzicare l’appetito degli istinti di chi guarda, l’altra quella reale della Mucca che viene fatta nascere e allevata al solo scopo di produrre carne o latte. La prima però, ossia la violenza simbolica della riduzione della donna a oggetto, si sostiene e rafforza sull’accostamento all’altra: entrambe sono nient’altro che merci la cui essenza d’individui viene nullificata, svilita e ridotta all’uso, che è la forma primaria di relazione che la società dei consumi ci induce a coltivare, perché una società capitalista senza istigazione al consumo non sarebbe tale.
Si ottiene così un duplice effetto sinergico o un potenziamento, se vogliamo, dei ruoli che la società ha preteso di stabilire per noi. Nella mente di chi osserva scatta immediato l’accostamento delle sue qualità della Mucca a quelle della ragazza: qualità che assumono così un significato ambivalente. Sia di soddisfazione di un appetito legato al cibo (la Mucca dà carne e latte), sia quella di un appetito legato al sesso e alla maniera in cui dovrebbe essere una donna per poterla più facilmente sottomettere. Delle Mucche si può abusare (e del resto vengono inseminate artificialmente con un metodo affatto gentile, per usare un eufemismo: quindi letteralmente stuprate), delle donne anche. Questo sembra suggerire l’immagine, anche se a un livello subliminale.
C’è inoltre, anche se ancora più sottile, il rimando linguistico Donna=Vacca. La “donna vacca” nell’immaginario comune è una donna ridotta alle sole funzioni di accoppiamento e riproduzione, quindi privata di tutta la sfera intellettiva, che è l’attributo con il quale abbiamo pretesto di differenziarci ontologicamente dagli altri Animali, innalzandoci oltre quella che abbiamo definito la bruta animalità, stabilendo arbitrariamente che possedere funzioni della mente superiori, significhi essere una specie superiore legittimata a sfruttare tutte le altre per il soddisfacimento dei propri capricci.
Donna e femmina animale sono così ridotte alle sole funzioni di soddisfacimento delle richieste del mercato, che siano sessuali o culinarie, della nostra società.

Il 25 novembre è stata celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Stigmatizzare certe forme di abusi fisici facilmente riconoscibili è facile; più difficile diventa analizzarne le cause.
In una società fortemente specista, sessista e maschilista come quella in cui viviamo, alcune pratiche e comportamenti rischiano di passare inosservati proprio perché accettati e sdoganati in quanto “normali”. Così non fa quasi più effetto l’ostentazione di corpi di donne nude sezionati (che la dissezione avvenga simbolicamente solo attraverso l’obiettivo della fotocamera poco importa) per pubblicizzare prodotti commerciali, mentre i corpi degli Animali macellati e venduti un tanto al chilo nei supermercati, è del tutto normale che non siano nella realtà nemmeno quasi più riconducibili agli individui cui sono appartenuti. Ma dal piano simbolico a quello reale il passo è breve.
Nell’odierna società capitalista inoltre il dominio non è soltanto verticistico, ma anche trasversale. Individui resi deboli (deboli non si nasce, ma ci si diventa quando si viene sviliti nella propria essenza, e resi interscambiabili gli uni con gli altri, poiché ciò che conta è solo il ruolo che si è destinati a ricoprire) mettono in atto inconsapevolmente lo stesso giochino di potere su altri individui ancora più deboli. Così la ragazza che si presta ad ammiccare a chi la fotografa, che se ne renda o meno conto, è complice di uno dei tanti crimini che la nostra specie commette nei confronti di altre: l’abuso e lo sfruttamento di altri individui senzienti, proprio come lei, anche se di specie diversa.

Fonte: Veganzetta

venerdì 15 giugno 2018

Nuovo studio scientifico conferma che una dieta 100% vegetale è il modo più potente per ridurre il nostro impatto sul pianeta


I nostri pronipoti troveranno barbara l'usanza di nutrirsi di animali. Nei prossimi anni milioni di persone sceglieranno di mangiare a un gradino più basso della catena alimentare, così da permettere che milioni di altri possano ottenere quanto occorre per sopravvivere. Se ciò succederà, aumenterà il livello di salute globale - nostra, del Sud del mondo, del pianeta.
- Jeremy Rifkin, autore di "Ecocidio"

Nuovo studio scientifico conferma che una dieta 100% vegetale è il modo più potente per ridurre il nostro impatto sul pianeta

E' stato da pochi giorni pubblicato sulla rivista scientifica Science un grosso studio sul tema dell'impatto ambientale delle produzioni alimentari, durato diversi anni e giudicato il più completo da vari esperti del settore.

Ha preso in considerazione 570 studi pubblicati, 38700 aziende in 119 paesi e 40 prodotti alimentari che rappresentano il 90% delle fonti di calorie e proteine nel mondo.

Lo studio ha considerato le diverse fonti di impatto ambientale: uso dei terreni, dell'acqua (pesato sulla scarsità d'acqua locale), emissioni di gas serra, di sostanze acidificanti ed eutrofizzanti.
I numeri

Il risultato conferma in pieno la già nota pericolosità per l'ambiente del consumo di prodotti animali di ogni genere: carne, pesce, latte e latticini, uova. Alcuni numeri ricavati dal nuovo studio fanno ben comprendere come l'impatto dei prodotti animali sia notevolmente più elevato di quelli vegetali: la produzione di carne, pesce uova e latticini utilizza l'83% dei terreni dedicati alla produzione di alimenti e contribuisce per circa il 57% alle emissioni di vari inquinanti (sempre nel settore delle produzioni alimentari), pur costituendo solo il 18% delle calorie globali della dieta.


I prodotti animali consumano l'83% del terreno destinato alla produzione alimentare, ma danno solo il 18% delle calorie totali.


Questo significa che, a parità di calorie, il consumo di terreni per la produzione di cibo animale è 22.3 volte maggiore di quello necessario per la produzione di vegetali. Come dire: se da una certa estensione di terreno usata per l'allevamento si ricavano 100 calorie, usando invece quello stesso terreno per coltivare vegetali per il consumo diretto umano, il nutrimento ricavato per le persone è più di 22 volte tanto, 2230 calorie. Il che vuol dire che possiamo nutrire un numero di persone molto maggiore.


Con lo stesso terreno possiamo fornire le stesse calorie a 22 persone, se coltivato a vegetali, a 1 persona se utilizzato per l'allevamento.


Sempre a parità di calorie, le emissioni di inquinanti per i cibi animali sono pari a 6 volte tanto quelle causate dai cibi vegetali, il che significa che sostituendo i cibi animali con quelli vegetali si risparmierebbe l'83% di emissioni inquinanti, una proporzione enorme.


A parità di calorie, la produzione di vegetali causa 1/6 di emissioni di inquinanti rispetto alla produzione di carne, pesce, latticini e uova.


Passando, a livello mondiale, dall'attuale dieta onnivora a una 100% vegetale si dimezzerebbero le emissioni di gas serra, quelle di sostanze acidificanti e di sostanze eutrofizzanti e i terreni necessari sarebbero 1/4 rispetto ad oggi - vale a dire che si "risparmierebbe" un'area pari a Unione Europea, Stati Uniti, Cina e Australia messe assieme.

Questo a livello globale, in un mondo dove ancora la maggior parte delle persone non ha alti consumi di carne come nei paesi occidentali. Ma negli USA, in Europa e in altre aree in cui il consumo di carne è il triplo della media mondiale, il passaggio a una dieta 100% vegetale farebbe risparmiare ancora di più: le emissioni di inquinanti non diminuirebbero del 50%, ma del 61%-73% (a seconda dei vari tipi di emissioni).
I commenti dell'autore

Il dott. Poore, autore principale dello studio, ricercatore della Oxford University, ha dichiarato in un'intervista al quotidiano inglese Guardian: "Una dieta vegan è probabilmente la singola azione più efficace per ridurre il proprio impatto sul pianeta, non solo per l'emissione di gas serra, ma anche per contrastare l'acidificazione, l'eutrofizzazione, l'utilizzo di terreni e di acqua. Si ottiene molto di più cambiando dieta che non diminuendo il numero di viaggi in aereo o comprando un'auto elettrica".

Ed ha aggiunto, a scanso di equivoci e per zittire chi sostiene la tesi assurda della "carne sostenibile", che evitare il consumo di prodotti animali consente di ottenere benefici per l'ambiente molto più elevati del cercare di acquistare carne, latticini e altri prodotti animali "sostenibili".

Il dott. Poore all'inizio del suo studio era ancora onnivoro, ma ha smesso di consumare prodotti animali negli ultimi 4 anni dello studio, dopo aver visto i primi risultati. Ha dichiarato al Guardian: "Questi impatti non sono necessari per sostenere il nostro attuale stile di vita. La domande è: 'Di quanto possiamo ridurli?' e la risposta è 'Moltissimo'".
I motivi dell'impatto

Nell'articolo, gli autori confermano quanto già noto dagli studi degli ultimi decenni, riguardo ai motivi per cui la produzione di cibi animali abbia un impatto ambientale tanto maggiore di quella di cibi vegetali per il consumo umano diretto. Tali motivi sono essenzialmente 3:


Indice di conversione
La conversione da mangime vegetale dato agli animali e "cibo animale" (vale a dire i corpi degli animaliuccisi) è sempre inefficiente, nel senso che per ottenere un kg di carne servono vari kg di mangime (appositamente coltivato, oppure serve un'ampia estensione di terreno per il pascolo)


Deforestazione
La deforestazione attuata per le produzione agricole è dovuta in gran parte alla necessità di coltivare i mangimi per gli animali o creare pascoli (e ricordiamo che le aree così deforestate durano pochi anni, poi si desertificano e sono necessarie altre deforestazioni).


Deiezioni degli animali dall'allevamento
Ulteriori emissioni di inquinanti, che causano effetto serra, acidificazione, eutrofizzazione, derivano dalle deiezioni degli animali, sia terrestri che acquatici (allevamento di pesci) e dal processo digestivo dei bovini che causa emissioni di metano e altri gas.

Nessuna di queste cause di impatto può essere rimossa, sono tutte intrinseche all'allevamento di animali, di qualunque genere esso sia: ciò significa che non si possono mitigare con tecniche agricole diverse, se non in minima parte, e che cercare degli allevamenti "sostenibili" non ha senso.
I commenti e le soluzioni

La soluzione suggerita dall'autore è già evidente dalle sue dichiarazioni sopra riportate: scegliere di passare a una dieta 100% vegetale. Per aiutare nella transizione verso questo obiettivo ottimale, gli autori suggeriscono che potrebbe essere un buon inizio quello di apporre etichette sui prodotti alimentari che riportino il loro impatto ambientale, in modo che i consumatori possano scegliere con cognizione di causa.

Ma il dott. Poore aggiunge che saranno necessari anche sussidi statali dati alle produzioni alimentari sostenibili e salutari (ora vengono assegnati soprattutto agli allevamenti, invece) e l'introduzione di tasse sulla carne e gli altri prodotti animali.

Infine, il professor Tim Benton, dell'University di Leeds, Regno Unito, ha aggiunto, in una dichiarazione al Guardian, che un tale cambio di dieta sarebbe molto positivo anche per la salute e che uno spostamento dei consumi dai cibi animali a quelli vegetali "ha il potenziale di rendere più sani sia noi che il pianeta".