lunedì 29 maggio 2017

Sogno d’un mezzogiorno di G7 a Taormina

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.


“Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. “Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

domenica 28 maggio 2017

Sostieni Agripunk, supporta la liberazione animale


Agripunk, realtà antispecista che (senza scendere a compromessi) in un’epoca in cui la costante è rappresentata dalla scomparsa di luoghi incontaminati, immense distese verdi colonizzate e convertite in monocolture, industrie, miniere e allevamenti, soffocate dal cemento e dalle grandi opere, è riuscita nell’impresa di liberare un’area di 26 ettari un tempo occupata dagli stabilimenti di Amadori.
Un luogo dove un tempo venivano uccisi 30.000 tacchini ogni tre mesi è stato bonificato, trasformato in un rifugio per quegli animali liberati dalla schiavitù del sistema specista e capitalista, restituiti a nuova vita in un ambiente che è il simbolo della lotta per la liberazione animale, umana, della Terra.
Una realtà, un progetto, un sogno e un precedente che ha cambiato radicalmente le sorti di questa lotta, ma che per sopravvivere necessita del supporto di tutt* coloro che si battono per un mondo reso libero da ogni espressioni di dominio e prevaricazione.
I/le ragazz* che hanno dato vita a questa realtà dedicano ogni istante della loro vita alla tutela degli animali ospitati, alla cura del terreno dove sorge Agripunk e hanno bisogno di sostegno sia pratico che econimico affinché questo sogno possa continuare ad essere una realtà.
I modi per sostenerl* sono molti: partecipando agli eventi che organizzano ogni mese, recandosi al rifugio per offrire il proprio aiuto materiale, attraverso l’acquisto delle magliette o dei generi alimentari auto-prodotti, diffondendo il loro materiale o tramite donazioni dirette come spiegato nella sezione come aiutarci sul sito di Agripunk, con aggiornamenti anche in english version.

Sostieni Agripunk (come trovarli), supporta la lotta per la liberazione totale!

Fonte Earth Riot

sabato 27 maggio 2017

Non è "suggestione turistica". E' schiavitù!



Cara Virginia Raggi noi vegani ti rinnoviamo per l'ennesima volta l'appello: Libera questi meravigliosi animali da questa aberrante tortura, tutti noi e soprattutto loro te ne saremo eternamente grati, d'altronde era anche uno dei punti del tuo programma elettorale l'eliminazione delle botticelle...

"I bambini accarezzano i musi dei cavalli, i grandi si emozionano quando salgono sulla carrozza: la suggestione di un giro turistico tra i monumenti di Roma sulle botticelle storiche non può essere sostituita da un'auto elettrica".

Così parla il portavoce dei 41 "gentiluomini vetturini" romani.

Questa è la realtà mistificata che vi presentano gli schiavisti legalizzati.

Creature imbrigliate in sistemi di "contenzione fisica" (dicat tortura) costretti a trascinare pesi enormi a qualsiasi condizione climatica.

Stremati dalla fatica, umiliati nella loro essenza di maestose creature di cui spesso l'uomo invidia la naturale eleganza e bellezza.

Sono i tanti moderni schiavi di una cultura di dominio, oppressione e assoggettamento.

Vengono ogni giorno torturati ma vi dipingono la "suggestione di un giro turistico".

Quando smetteremo di mistificare la violenza?

Quando smetteremo di negare (inteso proprio come meccanismo di difesa) la responsabilità di contribuire ad un sistema che si regge sulla violenza?
Rox

Forse qualcosa si muove in Campidoglio...

Roma, stop alle botticelle, è la fine di un’era. L’assessora Montanari: «Via i cavalli dalle strade»
Promesso da Alemanno, ripreso da Marino, il progetto di togliere i cavalli dalla strada è un impegno dei Cinque Stelle che ora rilanciano il prototipo elettrico
di Manuela Pelati


Il prototipo del 2012 esposto nell’Aranciera di San Sisto al Dipartimento Ambiente
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Rispolverata e rimessa in mostra. La botticella elettrica esposta da giorni come un trofeo nell’Arancera di San Sisto, sarà a disposizione dei vetturini «entro un mese» assicurava mercoledì l’assessora Pinuccia Montanari durante il convegno sui cambiamenti climatici organizzato da Agende 21.

venerdì 26 maggio 2017

Dylan Dog vegetariano e animalista

Sono un accanito e appassionato lettore di fumetti da sempre, leggo Dylan Dog fin dal suo primo numero, un personaggio nato dalla fantasiosa e e fertile mente di Tiziano Sclavi, vegetariano e animalista convinto, questo delizioso pezzo esalta ancor più le grandi doti comunicative del personaggio ed il suo amore per gli animali, senza dimenticare Groucho amico e collaboratore del nostro, il quale con le sue battute e il suo fine umorismo riesce a dare un taglio unico e irripetibile a questo fumetto..

Conquista le donne con la pizza e il suo animo veg: ecco il lato nascosto (ma non troppo) del fumetto più tenebroso della storia dei comics
Tutti sanno chi è Dylan Dog, ma forse non tutti conoscono il suo spirito animalista e la sua scelta vegetariana. Uno dei personaggi dei fumetti più amati di sempre è anche da sempre un vegetariano convinto. La sua storia nasce dai disegni di Tiziano Sclavi anche lui vegetariano e animalista, che creò il personaggio di Dylan Dog a sua immagine e somiglianza, tranne che per le fattezze, realizzate da Claudio Villa e ispirate al viso di Rupert Everett.


Dylan veste sempre una camicia rossa (a volte bianca), giacca nera, jeans e non porta mai né cappotto, né ombrello perché “gli rovinerebbe il look” e l’ombrello è “un’invenzione inutile specialmente quando non piove”. Abita al numero 7 di Craven Road, nella gotica Londra e fa l’investigatore. Ma è a tavola che uno dei tratti caratteristici del tenebroso Dylan emergono con forza: l’investigatore che si è fatto le ossa a Scotland Yard, non mangia carne e non lo fa solo per motivi etici dato che la sua salute non lo preoccupa particolarmente. E’ con una pizza che il buon Dylan cerca di irretire (se mai davvero ce ne fosse il bisogno) le sue dame (una ad ogni episodio).

Sono gli animali e il rapporto così stretto con loro a determinare la scelta dell’investigatore dell’incubo che combatte nelle sue avventure non tanto dei mostri, quando le mostruosità della nostra società, come la vivisezione. Ecco cosa dice Dog, in un episodio della saga in un dialogo con il prof.Clive Hornell: “E chi vi dice che gli umani valgano di più? Personalmente, Hornell, se avessi una malattia mortale e voi mi diceste che potrei salvarmi grazie a una squadra di macellai che fa a pezzi un cane… io rifiuterei! Ma sapete bene che non potreste dirmelo! Sapete bene che migliaia di animali, fin dall’inizio del secolo, sono stati massacrati per lo studio delle malattie incurabili… senza alcun risultato!”
In più numeri del fumetto compaiono anche due personaggi a quattro zampe: lo scodinzolante Botolo e l’enigmatico felino Cagliostro: un cane ed un gatto che hanno un ruolo spesso determinante nelle sue vicende personali e nelle sue avventure più disparate.

A conferma di tutto ciò la vicenda raccontata ne “La collina dei conigli” n. 263, basata sul tema della vivisezione che si sposa molto bene con il fumetto horror. Altrettanto interessante è il taglio empatico con cui viene trattato l’argomento, gli autori riescono a coinvolgere il lettore creando un contatto diretto e veritiero circa la terribile esperienza di terrore di un animale sottoposto a pratiche di sperimentazione medica o scientifica.

La vivisezione viene raccontata tramite l’immedesimazione, e la forza di questa storia sta proprio nel fatto che il lettore è obbligato a calarsi nei panni dell’animale da laboratorio, instaurando così nella mente di chi legge l’idea che l’animale non è nato per i nostri interessi, ma è un essere capace di provare dolore fisico, angoscia e paura.


Anche nel libro Dylan Dog, l’amico degli animali scritto dal veterinario Alessandro Paronuzzi, si parla dell’amore per gli animali del nostro detective. In più di un’occasione gli ideatori di Dylan Dog, hanno deciso di prestare la sua immagine per il sociale per campagne antidroga, contro l’alcool, contro l’abbandono degli animali.

Se volete provare a conquistare anche voi una “preda” con il “metodo pizza” di Dylan Dog potete provare questa (clicca sulla foto per la ricetta)

Fonte: Vegolosi

giovedì 25 maggio 2017

Allevamenti intensivi, lettera aperta all’Oms: ‘Minaccia alla salute globale’


Qualcuno lo dica al conte Gentiloni e alla "diplomata" Lorenzin fedeli servitori di Big Pharma incidentalmente anche presidente del Consiglio e ministra della Sanità, altro che vaccini!


In questa settimana a Ginevra l’Organizzazione mondiale della sanità vota per eleggere un nuovo direttore generale che starà in carica 5 anni. E per l’occasione 200 tra professori universitari, ricercatori, medici, climatologi, biologi e scienziati hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono ai candidati di prendere in seria considerazione una grave minaccia per la salute: gli allevamenti intensivi.

Di questa lettera aperta se ne è parlato tra l’altro anche su The New York Times e su The Lancet, una tra le più autorevoli riviste mediche mondiali.

Margareth Chan, per 10 anni alla presidenza dell’Oms, ha recentemente definito il riscaldamento globale come “l’antibiotico resistenza” e le malattie croniche come “tre disastri in slow-motion” che cambieranno lo scenario della salute globale in futuro. Finora il collegamento tra questi tre gravi problemi e l’allevamento intensivo non è stato preso in seria considerazione dall’Oms, ma è il momento di iniziare a farlo.

Resistenza agli antibiotici: già oggi 700.000 persone muoiono ogni anno per malattie resistenti agli antibiotici. L’allevamento intensivo contribuisce fortemente a questo problema, dal momento che si stima circa il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo vengano utilizzati per gli animali (). Si tratta di un tema delicato e fondamentale: se non si corre subito ai ripari potremmo trovarci in un futuro in cui non sarà più possibile curare anche banali infezioni. L’Italia è un paese a rischio tra l’altro: siamo il paese con più alto consumo di antibiotici in Europa e la resistenza è raddoppiata negli ultimi 10 anni.

Cambiamenti climatici: L’Oms stesso stima che tra il 2030 e il 2050 i cambiamenti climatici fanno circa 250.000 vittime l’anno. E il 20% delle emissioni di gas serra provengono dagli allevamenti intensivi, una quantità che supera tutti i settori dei trasporti messi insieme. Inoltre l’allevamento intensivo è tra le principali cause di deforestazione e distruzione di polmoni verdi, basti pensare che in Amazzonia il 91% della deforestazione avviene proprio per la produzione di carne.


Malattie croniche: i cambiamenti drastici dell’alimentazione avvenuti dal dopoguerra a oggi, resi possibili anche dall’allevamento intensivo che ha fatto abbassare notevolmente i prezzi di carne e latticini, stanno contribuendo alla diffusione di malattie croniche. Un alto consumo di carne è stato più volte collegato a un aumento del rischio di obesità, diabete, infarti, problemi cardiovascolari e alcuni tipi di cancro. Secondo l’Institute for Health metrics and Evaluation l’alimentazione con alto consumo di carne rossa e lavorata (insaccati e salumi) provoca ogni anno più di mezzo milioni di morti nel mondo.

Se si vuole davvero parlare di sanità mondiale è infatti buon senso dare massima priorità alla prevenzione, che passa in questo momento prevalentemente dall’alimentazione e dalla difesa dell’ambiente. Il problema è da affrontare seriamente.

I 200 firmatari fanno inoltre all’Oms alcune proposte che se messe in pratica potrebbero iniziare un positivo cambio di rotta in difesa della salute e dell’ambiente (nonché degli animali). Tra queste troviamo:

– Incentivi per smaltire antibiotici e liquami in modo atto a prevenire contaminazione ambientale

– Stop a costruzione di nuovi allevamenti e ai sussidi per l’allevamento intensivo

– Promozione di campagne educative sull’alimentazione che mettano in guardia dei rischi del consumo di carne e promuovano verdure e alimenti vegetali

– Finanziamento di ricerche per lo sviluppo di alternative vegetali alla carne

Il dibattito sul tema si fa sempre più acceso e non si può certo ignorare. Non sappiamo se l’Oms prenderà questi argomenti in considerazione, ma nel frattempo quello che può fare ognuno di noi è leggere, approfondire e cercare di riprendere la propria salute in mano, a partire anche da quello che mettiamo nel nostro piatto. E se questi dati vi hanno allarmato e volete provare a inserire più alimenti vegetali e meno carne nella vostra alimentazione, noi abbiamo una proposta che fa proprio al caso vostro .

mercoledì 24 maggio 2017

Vegani: miti da sfatare (una volta per tutte)


- Salve, vorrei un cappuccino e un cornetto.
- Subito, signora.
- Una domanda, per caso ha quelli di una volta fatti con latte di mucca e uova?
- No, signora, mi spiace, quelli non li vendiamo più da tempo, gli allevatori sono tutti falliti e del resto sfruttare gli animali è ormai considerato un reato. Ma perché, lei vorrebbe bere del latte di mucca?
- Certo che no, ma sa, mi piaceva sentirmelo dire, dire e dire ancora...


Esistono pregiudizi duri a morire soprattutto quando una scelta alimentare va a minare le convinzioni di base che abbiamo sempre avuto e che non abbiamo mai messo in dubbio.
di FEDERICA GIORDANI



Succede, ed è più che normale, che una scelta così importante e pervasiva come quella vegana porti con sé molte domande da parte di chi non ne sa molto. La cosa più importante (e anche più difficile) è evitare di iniziare a fare domande ammantate di pregiudizi. Ecco quindi alcuni miti da sfatare sul tema dell’alimentazione vegana.


1 – L’alimentazione vegana è povera di elementi, non si mangia nulla

L’alimentazione vegana è molto ricca, al contrario di quanto si possa immaginare. La sua base sono cereali (di ogni tipo, meglio se integrali), frutta, verdura, grassi vegetali e semi oleosi. La nostra alimentazione di base, se siamo onnivori consapevoli, è già per la maggior parte fatta di questi elementi, dato che carne, formaggi e uova, non dovrebbero essere gli alimenti principe da consumare tutti i giorni.

Per sfatare questo mito leggi qui: “La dispensa vegana: cosa mangiamo?
2- L’alimentazione vegana è “estrema”

Decisamente no. Chi sceglie di alimentarsi con uno stile vegano ha semplicemente fatto una scelta legata a motivazioni molto semplici. Che siano di carattere etico (non è necessario, infatti, mangiare carne, né derivati), o di carattere salutistico o ambientalista, le motivazioni sono spesso molto semplici e derivano da una presa di coscienza di ciò che sta dietro al sistema di produzione mondiale di carne e derivati e del loro impatto non solo sulla salute degli animali e sulla nostra ma anche sull’ambiente.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Diventare vegetariani o vegani: 10 consigli pratici”
3 – Mangiare vegano è pericoloso per la salute

Non esiste nessun pericolo per la salute seguendo una scelta alimentare vegana ben equilibrata. A dirlo, non siamo ovviamente noi bensì le linee guida internazionali e il nostro Ministero della Salute. Ferro, calcio e proteine sono tutte presenti nel mondo vegetale in ottime quantità.

Per sfatare questo mito, leggi qui: “Scelta vegana equilibrata: i consigli della nutrizionista”
4 – L’alimentazione vegana non è adatta ai bambini

Anche in questo caso si tratta di un errore. Molti pediatri hanno più volte ribadito che un’alimentazione vegana per i bambini, anche in fase di svezzamento è possibile se ben pianificata con un pediatra e/o un nutrizionista esperti. Questo non significa che questo non debba succedere per un’alimentazione classica: anche in quel caso il controllo e l’equilibrio nella scelta degli alimenti sono fondamentali.


Per sfatare questo mito, leggi qui: “Scelta vegana per i bambini: il pediatra risponde a tutti i dubbi”
5 – Se la vitamina B12 non si trova negli alimenti vegetali, allora vuol dire che quella vegana non è una scelta naturale e normale
Vediamo cosa scrive a proposito la Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana: “La vitamina B12 non viene prodotta dalle piante, né viene prodotta dagli animali. In natura sono i batteri presenti nel terreno o nelle acque a produrre la vitamina B12, e quindi i vegetali così come si trovano in natura (e così come l’umanità li ha sempre consumati quando viveva in uno stato di natura) contengono B12 da contaminazione batterica. Altro motivo per cui non è innaturale assumere la vitamina B12 di sintesi batterica ed è invece molto più innaturale assumere quella depositata nella carne degli animali o nei latticini e uova, è che anche per gli animali vale la stessa considerazione fatta per noi umani: anche loro non mangiano più in maniera “naturale” e non sono quindi in grado di assumerla dal cibo, ma devono anch’essi assumerla da integratori addizionati ai loro mangimi.” Anche i vegetariani devono integrare la B12, questo secondo un altro documento ufficiale della Società di Nutrizione Umana Italiana.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Integrare la B12 non è innaturale” e “I vegetariani devono integrare la B12
6 – Se tutto il mondo fosse vegano, la terra sarebbe popolata da migliaia di animali, quindi non è normale.

Secondo alcuni dati attendibili gli animali da reddito allevati sul nostro pianeta sono 70 miliardi. Questi numeri non sono “naturali” bensì sono il frutto delle modalità di “produzione” degli animali creato dall’allevamento intensivo che forza la natura facendo in modo che gli animali procreino a ritmi innaturali per essere poi uccisi molto giovani. Una mucca vivrebbe in media 20 anni ma viene macella a 10/24 mesi circa. Un maiale ne vivrebbe 15 e viene macellato a 12 mesi, un coniglio vivrebbe 10 anni, ma viene ucciso a 40 giorni. Questo fa capire che ritmi e consuetudini della natura sono stravolte e che non ci sarebbe nessuna invasione. Secondo punto è davvero difficile che l’intera popolazione mondiale diventi totalmente vegana talmente velocemente da poter creare una situazione di invasione. Quindi, tranquilli.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Ecco come funziona e cosa significa l’allevamento intensivo
7 – Anche le piante soffrono, quindi non dovremmo mangiare nemmeno quelle
Ci sono molti studi, alcuni dei quali ancora in corso che hanno determinato una complessità “cognitiva” delle piante ma questa non può essere in minima parte paragonata a quella del più piccolo degli animali. L’etologia ha da sempre affrontato la questione della realtà cognitiva degli animali, dimostrando oltre ogni ragionevole dubbio la capacità degli animali (anche quelli da allevamento) hanno sensibilità, sentimenti e capacità di costruire relazioni spesso molto simili a quella umane. Sta di fatto però che, se anche così non fosse, la nostra volontà di analizzare il comportamento animale in base al fatto che questo rispecchi o meno comportamenti simili a quelli umani è già di per sé sbagliato e sinonimo di specismo: noi decidiamo che una mucca può essere macellata da viva e privata dei suoi piccoli pochi minuti dopo il parto solo perché stabiliamo che non si comporta come noi? Gli animali e la loro individualità va analizzata sulla base delle loro caratteristiche etologiche precipue e non sulla base del nostro concetto di “bene”, “male”, “capace di amare”, “Capace di soffrire”.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Animali come cose? E’ solo miopia umana”
8 – I vegani vogliono imporre il proprio modo di mangiare anche ai bambini: è una violenza

Non esiste una scelta alimentare che non sia “imposta” in famiglia, ma non si tratta di un’imposizione bensì di educazione: i bambini imparano le abitudini e spesso anche i gusti dai propri genitori. E’ il motivo per cui se in una famiglia mamma e papà odiano i broccoli, difficilmente un bambino li adorerà almeno fino a quando non avrà occasione di provarli fuori casa e di, eventualmente, apprezzarli. La stessa cosa vale per un’educazione alimentare vegetariana o vegana che è la normalità in una famiglia che l’adotta. Fortunatamente non è più un problema nemmeno a scuola (o almeno non sempre) avere un menu dedicato come succede per chi è allergico a qualche cibo o per chi segue una dieta particolare per motivi religiosi. Inoltre, come spiegavamo prima non c’è nessun pericolo per i più piccoli, quindi, no, non c’è nessuna violenza.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Io papà vegano vi dico, mio figlio sta benissimo”
9 – La scelta vegana costa molto, non tutti se la possono permettere

Questo è un pregiudizio abbastanza comune e non fondato o meglio fondato sul fatto che gli alimenti già pronti che si trovano al supermercato dedicati ai vegani hanno prezzi che appaiono più alti della media e spesso è così. Questo succede anche per l’alimentazione biologica che è da preferirsi in molti casi quando si ha un approccio più attento a quello che si porta in tavola.
Sta di fatto che frutta, verdura, cereali e semi oleaginosi che sono alla base dell’alimentazione vegana non hanno prezzi esagerati e quando si sceglie l’alimentazione biologica (che costa di più) lo si fa per la propria salute e non per una moda. Una grande tattica è quella dell’autoproduzione: biscotti, merende, piatti pronti (già preparati e da surgelare, come burger e polpette vegetali) sono una buona idea per abbattere i prezzi alti delle preparazioni da acquistare già pronte.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Il menu completo e vegan low cost
10 – “I vegani che ho conosciuto sono tutti estremisti”

E’ necessario anche porre attenzione al concetto di “estremo”: se estremo significa mangiare diversamente, non mangiare formaggio o latte, scegliere di non voler contribuire da consumatore attivo all’industria della carne, allora c’è un problema di base sul termine “estremo”. L’estremo è ciò che è lontano dal sentire comune ma in questo caso il sentire comune (ossia che il mangiare carne sia naturale e normale) non è la verità. Quindi non esiste nessun estremismo, ma una scelta consapevole e possibile senza nessun danno alla salute. Se l’estremismo sta negli atteggiamenti e nella eventuale violenza verbale, purtroppo questo rientra nei comportamenti dei singoli, ricordando però che scelta vegana e vegetariana sono ciò che dovrebbe essere più lontano in assoluto dall’aggressività.

Per sfatare questo mito leggi qui: “Mangiare carne non è “normale”: ecco perché

Fonte: Vegolosi


martedì 23 maggio 2017

Azione diretta: antispecismo e derive qualunquiste – Contagio Antispecista –




Antispecismo è antifascismo, antispecismo è politica, quella vera, dal basso, svincolata da ogni istituzionalismo e partito politico, che rifiuta ogni espressione di autoritarismo e gerarchia, e che condanna ogni forma di sfruttamento senza fare distinzione tra chi viene oppress*.
Riceviamo e inoltriamo a nostra volta il testo ricevuto da Contagio Antispecista.

“Quanto segue è uno scritto ricevuto per mail in versione anonima, ma potrebbe benissimo essere identificato come un manifesto dei valori caratterizzanti della lotta per la liberazione animale, e che con immenso piacere diffondiamo come fosse una boccata d’aria fresca.
Un’approfondita disanima in relazione a quello che, da qualche tempo, è stato identificato come “antispecismo debole” e di ciò che invece l’antispecismo politico dovrebbe rappresentare.” (Contagio Antispecista)

Azione diretta: antispecismo e derive qualunquiste
(Verso una necessaria convergenza delle lotte in una prospettiva, se pur complicata, di dialogo con le diverse individualità attive, per la liberazione totale)

La storia si ripete, non appena c’è un segno premonitore del radicalizzarsi di una lotta, ecco che spuntano i fossili del riformismo.
Questi giovani “guerrieri” carichi di rughe, invecchiati precocemente, ansiosi di far carriera, di aggiudicarsi un posto caldo nelle stanze del potere, si muovono nel raggruppamento che più gli è congeniale, parlando di rivoluzione, si, ma con moderazione, magari spedendo qualche email di protesta, oppure in campo, come ad esempio raccogliendo firme per poi scambiarle nelle sedi appropriate.
La forza della democrazia consiste nel mettersi in groppa del cavallo imbizzarrito, dopo averlo pesantemente domato, indirizzarlo verso la staccionata profumata della prigionia sociale e sotto il discreto, ma solerte controllo delle varie strutture della repressione annientarlo.
E’ quello che sta succedendo esattamente nell’ambiente cosidetto “animalista”, dove dopo anni di suppliche, raccolte di firme, discussioni da salotto davanti al camino, qualcun* si è stancato di stare a guardare lo sterminio ed è passato a praticare l’azione diretta liberando gli altri animali.
Ed ecco che bisogna frenare queste frange di “animalisti impazziti”, dargli una panoramica “limpida” di lotta istituzionale, indirizzarli verso una giusta e coerente battaglia neutrale, liberale e rappresentativa, insomma traghettarli verso le stanze da cui partono gli ordini stessi dello sterminio.
L’Azione diretta non può essere fraintesa, lo stesso termine è esente per principio da infiltrazioni regolamentate dal sistema, se no, crollerebbe ancora prima di materializzarsi come termine.
Come due sponde di un fiume, dove su ogni lato possono vivere ambienti completamente diversi, così i significati di “azione diretta” e “istituzione welfaristica”(cioè la tendenza reazionaria al mantenimento dell’oppressione) difficilmente potranno mai incontrarsi, divisi da acque tumultuose che non consentono, e mai lo faranno, un dialogo su concetti quali liberazione, lotta all’esistente, emancipazione.
Coloro che seguono la strada tortuosa dell’azione diretta sono disposti in linea di massima a dialogare sempre, eccetto con chi permette e mantiene il binomio “benessere-animali” dove per benessere s’intende gabbie più confortevoli (e non libertà del soggetto come l’etimologia del termine suggerisce) e per animali s’intendono soggetti minori (e non individui con pari diritti inalienabili alla vita), moltiplicando di fatto la sofferenza degli altri e ampliando quella forbice che detta le condizioni di chi, da una posizione privilegiata, mantiene la distanza stessa tra i viventi, etichettandoli, in una prospettiva antropocentrica dove eternamente si fonda la miserevole visione del Noi e loro.
La lotta per la liberazione animale non può essere svuotata della sua spinta generatrice di rispetto nelle diversità, nè tantomeno standardizzata a espressioni che di liberazione totale non hanno nulla.
Bisogna necessariamente volgere lo sguardo a chi, per antica tradizione o moderne opere di sfruttamento, è segregato contro la sua volontà e adoperarsi per la sua evasione, anche evidentemente qualora fosse imprigionato in castelli dorati.
Sempre più spesso si assiste a operazioni che delegittimano il lavoro svolto con fatica da attivisti genuini, che con il proprio sudore sul campo applicano l’antispecismo concreto diretto, delegittimati proprio da chi dovrebbe, per complicità solidale, appoggiarli.
Figli naturali del welfarismo reazionario, questi ultimi, moltiplicano il messaggio (attraverso articoli e manifestazioni in strada) che il mutuo aiuto nei confronti degli altri, umani e non, è inconciliabile con la politica (dove per politica intendono, creando confusione e nebbia, l’approccio indivisibile con l’autodeterminazione dei soggetti segregati e nello stesso tempo il teatrino partitico, mischiando in un solo cesto liberazione animale e riformismo).
Frasi come: o , non fanno altro che creare tensioni e smarrimento nelle altrui sensibilità, sensibilità che pronte a germogliare in direzione di una visione di lotta sincera antispecista, vengono recise da argomenti che ne strutturano il caos interpretativo, agendo da freno in una eterna omologazione sistemica.
Dire che la politica non può entrare quando si parla di liberazione animale è non solo pericoloso (poichè spalanca porte ben note, dove il Sistema attua, avendo strada libera, quelle che si chiamano “manipolazioni ad interesse”: cioè spingere il consenso riformista in profondità e stravolge così le istanze del movimento per la liberazione animale) ma anacronistico.
Se si vuole una liberazione totale dalle oppressioni la politica è cardine, colonna portante, viceversa si sposterebbe il pendolo solo su alcuni animali e non tutti. Il lavoro più arduo (che purtroppo è lapidato continuamente) è cercare di far comprendere l’antispecismo ( e la sua forza formidabile di cambiamento) e successivamente coinvolgere tutte quelle individualità che vogliono un mondo senza muri o reticolati, gabbie o sbarre, allevamenti o mattatoi senza distinzioni di specie.
Gli xenofobi, i fascisti, i razzisti non vogliono un mondo così, anzi lo combattono, per una sorta di supremazia razziale, dove vige la superiorità dell’umano che aiuta “disinteressatamente” gli altri animali in uno dei concetti più specisti che esistano.
Libertà è poter correre in sconfinati prati senza orizzonti, poter nuotare in mari senza reti, poter volare in cieli puliti, poter attraversare dogane, Stati o confini artificialmente costruiti, comprendere il dolore altrui e rispettarne le differenze nel corpo, il resto non è libertà è dominio, e fino a quando il dominio è espressione chiara e palese o celata e manipolata, la strada per la liberazione non sarà conclusa.
Fonte: Earth Riot

lunedì 22 maggio 2017

La Compagnia della Polenta



Tempo fa parlammo di una stupenda realtà vegana a Berlino che si occupa di fornire cibo di origine vegetale a chi si trova in situazioni di disagio o marginalità sociale, una realtà simile esiste anche in Italia (per fortuna) e si chiama La Compagni della Polenta: un gruppo di persone umane che con le loro pratiche pubbliche testimoniano ciò che dovrebbe essere il veganismo, e che invece nella realtà non è.

La Compagnia della Polenta è un’associazione vegana che ogni giovedì sera provvede alla somministrazione di cibi caldi vegan, bevande, frutta, vestiario e prodotti per l’igiene personale (nonché appoggio morale e supporto) ad un gruppo di circa 100 persone umane senza fissa dimora.
Il luogo di preparazione degli alimenti e vettovaglie si trova presso le strutture dell’associazione Vitadacani ad Arese, dove attiviste e attivisti possiamo usufruire della cucina e delle strutture annesse; il luogo di distribuzione, invece, è sito in Piazza San Carlo a Milano.

Roberto Bertani ci spiega che il progetto prese vita da un gruppo di persone umane, divenute amiche grazie al comune lavoro di volontariato animalista, che decisero di non rimanere indifferenti all’ennesima notizia di una persona umana senza fissa dimora morta per ipotermia nella città di Milano.
A due anni dalla nascita, attività del gruppo è proseguita in forma spontanea mantenendo intatta la cadenza settimanale e la sua continuità, riuscendo in tale periodo a incrementare sia il numero di persone umane volontarie (che ad oggi ammontano a circa 20), sia il numero di persone umane servite.
Visti i risultati incoraggianti, nel dicembre 2016 attiviste e attivisti hanno deciso di comune accordo, di costituire una vera e propria associazione, che ha preso il nome di “Compagnia della Polenta” dal primo pasto cucinato e fornito dal gruppo spontaneo.

L’associazione intende attuare i propri scopi attraverso le seguenti attività:

a) La beneficenza;
b) La somministrazione ed erogazione di viveri in sintonia con la filosofia vegana, (alimenti non di origine e/o di derivazione animale), nonché l’assistenza sociale nei limiti delle proprie competenze a persone umane in stato di necessità;
c) La promozione e il sostegno di iniziative di assistenza nei confronti di persone umane che per qualsiasi motivo si trovano svantaggiate e/o in uno stato di bisogno;
d) La promozione di attività culturali mediante convegni, assemblee, spettacoli, mostre;
e) La promozione e l’organizzazione della raccolta di viveri, vestiario, elargizioni, contributi da erogare e distribuire gratuitamente a soggetti svantaggiati;
f) L’affiancamento a enti e istituzioni che abbiano fini in armonia con quelli dell’associazione e che operino nel campo dell’assistenza sociale e culturale.

Il progetto, sino ad ora, è stato portato avanti grazie all’autofinanziamento spontaneo delle persone umane volontarie coinvolte, risorse e donazioni esterne e dalla raccolte di cibo e donazioni ricevute in occasione di alcuni eventi (cene o apericena).

Per l’anno 2017, a seguito dell’adesione alle Associazioni di volontariato che operano nel Comune di Milano, La Compagnia della Polenta ha in previsione di aumentare il numero di siti di distribuzione, in maniera tale da raggiungere un numero di utenti pari a 150.
L’associazione è attualmente alla ricerca di volontarie e volontari che vogliano partecipare alle sue attività anche solo una volta al mese, per manifestare concretamente il senso originario e innovativo della filosofia vegana.

Vegane e vegani fatevi avanti!

La Compagnia della Polenta
Associazione senza finalità di lucro
Via Monte Grappa 74/4 20020 Arese (MI)
https://www.facebook.com/lacompagniadellapolenta
lacompagniadellapolenta@gmail.com

Fonte: Veganzetta


Fotografie di Francesco Castaldo











domenica 21 maggio 2017

Settimana Veg, come difendere gli animali e l’ambiente a cominciare dalla tavola


Settimana Veg, come difendere gli animali e l’ambiente a cominciare dalla tavola
 di SIMONE MONTUSCHI Editoriale
Un'iniziativa per capire l'impatto delle nostre abitudini alimentari e provare a cambiarle. Una scelta che comincia a tavola e finisce per cambiare il mondo. L'editoriale di Simone Montuschi, portavoce di Essere Animali.


Dal 22 al 28 maggio parte la Settimana Veg di Essere Animali, un evento a cui tutti possono partecipare, da casa propria, seguendo le indicazioni e i consigli disponibili in un ricettario guida scaricabile dal sito dell’associazione. La Settimana Veg non consiste solo nel provare a seguire per sette giorni un’alimentazione vegetale, ma è una sorta di comunità virtuale in crescita. Questo perché i partecipanti, oltre a ricevere i consigli della nutrizionista Denise Filippin e potersi cimentare nelle gustose ricette degli chef Mara Di Noia, Giulia Giunta e Claudio Di Dio, possono scambiarsi opinioni ed esperienze, all’interno dell’evento Facebook.


La Settimana Veg organizzata da Essere Animali si terrà dal 22 al 28 maggio 2017

Durante l’edizione del 2016, più di 10mila persone hanno scaricato il ricettario e un sondaggio realizzato su un campione di 600 partecipanti ha evidenziato come molti di questi seguissero solitamente un’alimentazione tradizionale, con consumo di carne e prodotti di origine animale. Iniziative come la Settimana Veg sono, quindi, uno strumento utile alle tante persone che, per un motivo o un altro, si stanno ponendo delle domande sull’impatto della propria alimentazione.
L’importanza di farlo insieme

Che siano state alcune immagini viste in televisione sulle condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, o l’aver saputo che questi sono la prima causa di inquinamento e spreco di risorse del pianeta, una cosa è comunque certa. Tante informazioni oggi sono maggiormente disponibili e il consumo di carne è in calo. Ma nel sentire comune rimangono ancora alcune perplessità. Un’alimentazione vegetale può veramente garantire un equilibrato apporto di tutti i nutrienti? Come rinunciare senza difficoltà a cibi e sapori assimilati per anni?


Iniziative come la Settimana Veg sono uno strumento utile alle persone che si stanno ponendo delle domande sull’impatto della propria alimentazione © Ingimage

Alla prima domanda ha già ampiamente risposto il mondo scientifico, smentendo ogni pregiudizio. Il tempo farà il resto, allontanando tesi infondate sotto il peso incessante della corretta informazione. La seconda domanda, invece, è più complessa ed è qui che entra in gioco la Settimana Veg. Pressioni sociali e attaccamento alle abitudini a volte fanno apparire alcuni cambiamenti come eccessivamente difficili. Per questo può essere fondamentale muovere i primi passi in compagnia, per provare quanto possa essere semplice e allo stesso tempo gustoso dire no alla carne e ai prodotti di origine animale.
Si tratta di rinunciare a qualcosa?

Sì, ma non ha nulla a che vedere con la buona cucina. Si rinuncia all’essere spettatori passivi di un disastro morale, sociale e ambientale. L’attuale sistema di produzione di carne, latte e uova uccide ogni anno a livello globale miliardi di animali allevati in condizioni ignobili. Emissione di gas serra, inquinamento idrico, estinzione di specie animali, zone morte degli oceani. Per tutti questi aspetti il primo fattore di inquinamento nel pianeta è l’allevamento intensivo di animali. 795 milioni di persone nel mondo soffrono la fame, ma in realtà coltiviamo una quantità di cereali tale da sfamare 10 miliardi di persone, che però destiniamo alle nostre future bistecche. Un’alimentazione vegetale oggi non è una moda radical chic, ma è un atto politico. Una scelta che comincia a tavola e finisce per voler cambiare il mondo.

Fonte: Lifegate

sabato 20 maggio 2017

Da allevatori a difensori degli animali: cambiare si può!



Cosa succede quando un allevatore comincia a guardare gli animali per ciò che sono veramente? Succede che gli allevamenti smettono di essere un luogo di sfruttamento!

Ecco quattro storie di chi un giorno ha finalmente aperto gli occhi.

Mike Lanigan, Farmhouse garden animal home (Canada)




Da ragazzo Mike Lanigan si trasferisce assieme alla sua famiglia in un’azienda agricola, dove comincia ad allevare animali per venderli ai mercati della zona. Passano alcuni anni, finché una volta terminati gli studi Lanigan comincia a riflettere sugli animali che aveva visto crescere. Un giorno, cercando di aiutare una delle sue mucche a partorire e sentendosi agitato come un padre in attesa, pensa a quanto sia strano che tutto quell’amore verrà presto trasformato in una cosa così distante da quel sentimento.

Mike decide di voler vedere tutti i suoi animali invecchiare con lui. Non solo: offrirà rifugio a tutti gli animali in difficoltà. In altre parole, Mike decide che la sua industria zootecnica deve diventare un rifugio. Ed è così che nasce il Farmhouse Garden Animal Home. I cavalli, le oche, le mucche e gli altri animali del santuario potranno chiamare quel posto casa per il resto della loro vita!
Jan Gerdes e Karin Mück, Hof Butenland (Germania)





Parlando degli animali che una volta allevava e mangiava, Jan Gerdes dichiara: «negavo a me stesso di esser loro affezionato. Non potevo fare in altro modo, volevo guadagnarmi da vivere.» Hof Butenland è il santuario che Jan e Karin hanno fondato dopo aver fatto un cambiamento radicale che li hanno portati, oltre che a decidere di dedicare il resto della loro vita a prendersi cura deli animali e a porre fine al loro sfruttamento, ad abbracciare la filosofia vegan. Fino a quel momento aveva lavorato per anni come allevatore. «Adesso ci parlo, sono come compagni.» Jan afferma di non vedere più differenze fra animali, che siano cani, gatti, maiali oche o galline. «Ognuno di loro ha il suo modo di essere, e comunicano con me. È veramente una bella convivenza»
Christine Mariani Egidio, ex allevatrice di pecore (USA)





«Gli animali hanno una gran bella vita, finché non smettono di averne una». Questo era il motto di Christine quando, nel 2009, decise di cominciare ad allevare pecore per coprire le spese di gestione del suo terreno. Adesso non riesce quasi a ripeterlo.

In famiglia sostengono la “macellazione etica”, così quando decidono di acquistare altri animali da allevare il figlio si propone di imparare a ucciderli lui stesso, per cercare di risparmiar loro le sofferenze del macello.

Proprio per questo motivo Christine rimane sorpresa quando di lì a poco lui decide di diventare vegano. Cos’era successo? Cercare di imparare come uccidere in maniera gentile gli animali aveva fatto capire a Derek una cosa molto semplice: «Mamma, loro non vogliono morire»

Comincia un periodo di riflessione per Christine, che di lì a poco sceglie anche lei di diventare vegana. E ovviamente di cessare l’allevamento di pecore.
Renée e Tommy Sonnen, Rowdy girl sanctuary (USA)





Quando Renee sposa un allevatore di mucche e si trasferisce da lui rimane subito affascinata dai suoi animali, ai quali inizia a dedicare molto tempo, osservando il carattere di ognuno e le interazioni fra loro. Ma ogni volta che i vitellini venivano inviati al macello le si spezzava il cuore.

«Sentivo le mamme piangere per settimane intere, e l’assenza dei piccoli era insopportabile»

L’avventura del Rowdy Girl Sanctuary comincia quando Renee si fa vendere dal marito il suo primo vitello, per salvarlo dalla morte certa. Nel giro di poco tempo decide di dargli un ultimatum: o lei o il ranch. Desideroso di trovare un compromesso il marito accetta di convertire il ranch a santuario, a patto che lei trovi i fondi per acquistare tutti gli animali.

Grazie all’aiuto dei social e alla sua convinzione, Renee è riuscita a raccogliere i 30,000 dollari necessari in meno di quattro mesi. Il Rowdy Girl Sanctuary e tuttora attivo, e il marito di Renee è anche diventato vegano! Insieme, i Sonnen hanno dimostrato al mondo che è sempre possibile fare un cambiamento positivo nella propria vita.

A volte ci vuole una vita intera, a volte basta un attimo per arrivare a capirlo: gli animali sono diversi da noi, ma non per questo possiamo trattarli come semplici mezzi di produzione. Non parliamo la stessa lingua ma abbiamo molto da imparare da loro. Queste storie nel loro piccolo ce lo ricordano ancora una volta.

venerdì 19 maggio 2017

UFFICIO PATENTINI PER GENITORI




Tra i miei sogni ricorrenti vi è quello sull’ipotetico, bellissimo giorno in cui verrebbe tolto il diritto democratico alla riproduzione.

Sogno un ufficietto piccolo ma funzionale in ogni municipio d’Italia in cui un team di esperti verificherebbe con test e perizie varie e inflessibili, i soggetti in calore che presenterebbero domanda, eventualmente rilasciando loro con tutti i se e tutti i ma, un patentino col permesso di riprodursi.

Un permesso con scadenza, sia chiaro, e con l’obbligo di effettuare controlli annuali per monitorare la supposta efficienza genitoriale.

Con questo pratico iter, in Italia ci sarebbe già una prima, grande scrematura di tutta questa moltitudine che crede di poter essere genitore solo perché la natura glielo ha casualmente consentito.

Gli uffici pubblici del mio paese hanno tempi più lunghi e noiosi della messa in scena dell’Antigone e la burocrazia è in grado di divorare cittadini ancor prima che essi prendano il numeretto col proprio turno sicché conto molto su questo disservizio!

Molti, se il mio sogno si avverasse, desisterebbero e se ne tornerebbero a casa imprecando contro la nazione ma evitando almeno di procreare.

Desisterebbero di certo tutti quelli con turni di lavoro che non consentono attese agli sportelli superiori alle tre ore.

E tre ore sono un buon tempo per cambiare idea e scegliere di non riprodursi!

Il problema più ostico sarebbero le irriducibili.

Le ragazze con la smania dei 42 che vedono arrivare da lontano la vecchiaia e la solitudine, come se un figlio possa salvare dalla solitudine gigante che ognuno si porta con sé.

Non ci riescono novanta amiche a salvarti dalla solitudine, ci riesce uno che ad un certo punto avrà il diritto di farsi una vita propria, estranea alla tua?!

Eppure le irriducibili vedono la vecchiaia e la solitudine non come opportunità di una saggezza che altrimenti non avrebbero mai incontrato, ma come un fardello, come fosse un’orda di Visigoti che spunta dalla fine dei boschi e si prepara a uccidere, con tutti quegli omoni pelosi che recitano il loro canto di morte prima di lanciarsi giù con le asce librate in aria contro la donna di quarant’anni.

A trovarli gli omoni pelosi.

Il problema più ostico per il team di psichiatri dell’ufficio per la consegna del patentino dei miei sogni sarebbero quelle donne che, insieme al loro devoto o casuale (o entrambe le cose) partner, restano ad oggi un concreto pericolo contro l’evoluzione di una società sana e felice.

La coda davanti all’ufficio per il diritto alla riproduzione non fermerebbe queste persone neanche se la fila terminasse in Antartide perché si tratta di persone che hanno perso il lume e la consapevolezza di se stesse, in virtù della possibilità di comprare tutine, giochi col sonaglio, carrozzine, quaderni, persone e merletti rosa o blu.

D’altronde non ci sono altre sfumature di pantone possibili.

Li riconoscerete così questi soggetti che, se esistesse il mio ufficietto dei sogni, non avrebbero i timbri necessari sul patentino.

Li riconoscerete dal delirio di rosa e blu.

Li riconoscerete dall’odore fastidioso che emanano: il tanfo del senso di un dovere che esiste solo per essere ostentato.

Li riconoscerete dalla puzza che rilascia la loro convinzione non dettata da amore cosciente ma dalla legge granitica che sia arrivato il momento di metter su famiglia e sti cazzi se poi la loro famiglia mette giù la società.

Non solo i miei sogni ma anche lo Stato dovrebbe responsabilizzarsi e proteggere i cittadini legiferando per contenere l’utilizzo libero e inconsapevole del seme e di tutto ciò che esso provoca.

Ci vorrebbero test attitudinali, simulazioni, polsi girati, letture di libri obbligate ed esami continui per questi possessori di organi riproduttori incapaci di averne pieno possesso.

Pigri, bugiardi, ignavi, gente che vota Forza Nuova, quelli con l’ossessione della possessione del coniuge, quelli del tappeto sotto al quale nascondono inferni, i violenti di mano, di intelletto e di lingua riceverebbero dal team di esperti del mio ufficietto dei sogni, un bel bollino rosso sangue e un microchip.

E guai se si riproducono in maniera illegale!

Certa gente non va persa di vista, figuriamoci se va fatta riprodurre.

E allora il team di esperti piglierebbe per il braccio tutti quelli che si servono dei ricatti morali, dei sensi di colpa e delle recriminazioni e li accompagnerebbe all’uscita e con la forza del collo del piede spiegherebbe loro che tali cose non possono essere insegnate a un bimbetto perché altrimenti la società diventa luogo impervio.

Sogno un ufficio funzionale e snello dove se ti presenti e sei la mamma di Andreotti, magari qualche domanda te la fanno.

Se ti ascolti il reggaeton, mangi al fast-food, tratti male la tua mamma di ottanta anni e ti compri più scarpe che libri, te ne stai al riposo col tuo utero perché puoi fare solo danni al mondo.

Se ti compri solo mutande di D&G, parli male di tutto il tuo quartiere e lavori per pagarti l’abbonamento allo stadio, pensi di essere davvero in grado di creare geni interessanti?

Sogno esperti che rilascino il patentino solo a gente limpida, che fa del viaggio una bella abitudine e della verità uno stile di vita sano.

Sogno il patentino per genitori fresco di stampa e consegnato solo a chi non cambia umore come un camaleonte, a chi ascolta bossa nova e non simpatizza per Bruno Vespa.

Sogno che l’istinto di maternità o paternità sia direttamente proporzionale al desiderio di ridere e inversamente proporzionale alla frase “Ma tanto è tutto uno schifo”.

Sogno che lo Stato tolga il diritto di farsi chiamare mamma senza la minima meritocrazia e che conceda il beneficio di esser detto Papà come premio e non come risultato di un entusiasmo distratto.

Nel mio sogno più ricorrente c’è un ufficietto che ci proteggerebbe tutti dalla potenziale mamma dei figli raccomandati in Rai, dal potenziale papà di futuri clienti abituali degli outlet il sabato pomeriggio, dalla riproduzione disordinata che generi persone che non faranno sedere le signore sul tram, che diranno più bugie che preghiere, col dna simile a quello di Dell’Utri e il vizio di candy crush.

Nel mio sogno l’ufficio per il rilascio del patentino per genitori ha orari di apertura improponibili.

Roba da supereroi.

Roba che neanche gli sportelli de La Sapienza o gli uffici postali quando è tempo di dare le pensioni.

Fonte: MADAME PIPI'

giovedì 18 maggio 2017

Greenwashing: la multinazionale WWF



Greenwashing è un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività o ai .propri prodotti
Una strategia di marketing largamente utilizzata in questi ultimi anni da diverse multinazionali e funzionale a potenziare un altro fenomeno, quello del consumer-grabbing: l’accaparramento dei/delle consumatori/trici attraverso l’utilizzo di pubblicità ingannevole e immagini di facciata.
Alcune tendono a fermarsi sulla superficie, rivedendo esclusivamente le loro etichette e loghi, come nel caso di McDonald’s e Coca Cola che da qualche anno si sono vestite di quel verde che ricorda tanto la natura.
Altre sventolano la bandiera dell'”etica” avviando, parallelamente a linee di produzione basate sulla schiavitù e lo sfruttamento animale, la commercializzazione di prodotti a base vegetale come nel caso di Granarolo, Beretta e Algida (Unilever), per poter attirare a sé anche quella fetta dell’opinione pubblica sulla carta più critica.
Un processo che, seppur grave e volto a mantenere vivo il sistema capitalista, non deve stupire più di tanto, considerando che a condurlo sono aziende interessate esclusivamente al mero guadagno, a discapito dei delicati equilibri climatici, della libertà animale o dell’oppressione dei popoli.
Il discorso è ben diverso quando a riverniciare la propria facciata di “verde” sono quelle stesse associazioni ambientaliste che dovrebbero garantire la tutela della Terra, ma che neanche troppo misteriosamente stringono accordi (spesso economici) con quelle stesse multinazionali che l’ambiente lo saccheggiano.
Si tratta del WWF, associazione alla quale recentemente è stato assegnato il premio Greenwash Award (riconoscimento tutt’altro che ammirevole) da parte di Survival International (il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni), con la seguente motivazione:


Per avere stretto partnership con sette compagnie che stanno disboscando quasi 4 milioni di ettari di foresta appartenenti ai pigmei Baka e Bayaka, nell’Africa centrale

L’emblema delle alleanze tra WWF e multinazionali è sicuramente rappresentato da l’RSPO (tavola rotonda per l’auto certificazione dell’olio di palma sostenibile) organo di facciata fondato nel 2004 insieme ad aziende del calibro di Aak, Migros, MPOA (Malesyan Palm Oil Association) e Unilever, alle quali un anno dopo si sono aggiunte Cargill e Wilmar (quest’ultima colpevole di numerosi incendi appiccati nelle foreste del Borneo).
Una stretta collaborazione con le multinazionali che vede l’associazione ambientalista coinvolta anche in Sud America, dove negli anni ha appoggiato diverse aziende produttrici di soia geneticamente modificata, promuovendo così l’impiego di pesticidi e sostanze chimiche, e l’espansione delle monocolture intensive a discapito delle foreste originarie.
Uno dei tanti aspetti affrontati ne Il Patto del Panda, documentario del 2012 che mostra chiaramente la vera natura di quella che, a tutti gli effetti, è una multinazionale dell’attivismo, maggiormente preoccupata agli introiti piuttosto che alla tutela ambientale.
Introiti che, come mostra il documentario, il WWF si è assicurato anche attraverso l’organizzazione di safari turistici in India, alla modica cifra di 10.000 dollari, promuovendo l’invasione di habitat naturali e causando un’inquinamento ambientale e acustico che terrorizza gli animali colpiti, senza neanche creare occupazione lavorativa a favore popoli locali.
D’altronde, già nel 1997, il WWF fece una triste figura nominando Shell al Premio Ambiente, nonostante la multinazionale petrolifera nel 1995 si fosse macchiata dell’assassinio del poeta Ken-Saro Wiwa e di altri otto attivisti della tribù Ogoni, impegnati a resistere contro la colonizzazione e l’inquinamento del Delta del Niger.
Mentre il WWF nominava la Shell per questo premio, nelle carceri nigeriane 19 attivisti Ogoni venivano torturati dal regime locale per aver organizzato proteste contro la compagnia petrolifera in questione.

Fonte: Earth Riot

mercoledì 17 maggio 2017

Le menzogne del potere sul denaro.


Tratto dal saggio L'illusione della libertà, bestseller di Amazon nella categoria sociologia. Disponibile anche in download gratuito al seguente indirizzo.

Cosa ti dicono:

Non ci sono i soldi per far star bene tutti gli esseri umani. La moneta deve essere sempre prestata previa richiesta di un interesse maggiore di zero. La spesa pubblica improduttiva è un male per la collettività in quanto genera un debito che grava sulle spalle dei nostri figli.

Cosa non ti dicono:


Dalla cessazione degli accordi di Bretton Woods, avvenuta nel 1971, non c'è più alcun bene reale a garanzia del denaro, come invece avveniva in passato in special modo con l'oro.


Il concetto stesso di denaro, meramente metafisico, è esclusivamente fiduciario.

La moneta di per sé non è altro che un insieme di segni contabili stampigliati su dei supporti cartacei (banconote/cartamoneta) e/o memorizzati in formato digitale per mezzo di sistemi informatici (moneta elettronica), che vengono utilizzati come intermediari per gli scambi.

Non c'è nulla che sia in grado di attribuire valore a una qualsiasi moneta al di fuori della profonda convinzione dei suoi utilizzatori che quella rappresentazione contabile, in futuro, potrà essere nuovamente scambiata con un bene reale che, pensano, sarà almeno di pari entità rispetto a quello già scambiato in passato.

Il denaro viene creato dal nulla, a costo zero, e non c'è alcun limite alla sua creazione in quanto unità di misura del valore, esattamente come non può esistere alcun limite alla creazione di metri o di iarde, che sono delle unità di misura della distanza.

Oggi invece è come se vivessimo in un mondo dove non si possono costruire strade non perché non ci sono i mezzi o la forza lavoro per farlo, ma perché un'ipotetica banca, che detiene il controllo sull'emissione dell'unità di misura della distanza, non emette i chilometri che ci servirebbero per realizzare le strade di cui avremmo bisogno.

Ogni limite inerente al denaro è dovuto a scelte che derivano dalla volontà umana.

Non c'è una scarsità intrinseca relativa al denaro, perché non può esistere;

esiste invece la ferma volontà di una élite che si adopera incessantemente affinché ci sia scarsità.

Il passo successivo, dopo aver ottenuto il controllo sulla creazione, è quello di gestirne l'emissione mediante il noto meccanismo del debito.

Non c'è alcun obbligo di emettere prestiti previa richiesta di un interesse positivo, si tratta ancora una volta di una scelta arbitraria, e inoltre, per quanto strano possa sembrare visto l'attuale ordine delle cose, non c'è neanche alcun obbligo da parte di chi emette moneta nel pretenderne la restituzione.

Si potrebbero semplicemente dare soldi a chi ne ha necessità, o magari finanziare opere e servizi di pubblica e reale utilità, senza indebitare nessuno.

Il denaro non costa nulla, in quanto rappresentazione di un segno contabile, e non si capisce perché una minoranza d'individui debba asservirne altri per mezzo della gestione di un costrutto metafisico.

Ma la mente malata di alcuni omuncoli può forse esimerli dall'utilizzare uno dei più potenti strumenti per ottenere al contempo potere e profitto che siano mai stati ideati nella storia dell'umanità?

A tal proposito, il secondo presidente degli Stati Uniti John Adams disse:

«Ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una nazione. Uno è con le spade, l'altro è con il debito».

In realtà il debito di uno Stato a moneta sovrana è chiamato "debito non oneroso", ma esso può diventare una potente arma dominatrice non appena una nazione sceglie di cedere la propria sovranità monetaria a una banca privata, trasformando così una partita di giro contabile in un debito effettivo e reale.

In economia esiste una regola molto semplice: per uno che spende c'è sempre qualcun altro che guadagna;

similmente il debito di un attore economico corrisponde sempre al credito di qualcun altro.

Con le dovute accortezze, possiamo sostenere che in uno Stato a moneta sovrana il debito pubblico rappresenti la ricchezza dei privati.

Questa affermazione, che suonerà allucinante alle menti manipolate dalla propaganda, può essere facilmente compresa con alcuni esempi.

La famosa "spesa pubblica improduttiva", tanto bistrattata da politici ed economisti neoliberisti, è quella che ha permesso agli italiani di viaggiare nelle autostrade e nelle ferrovie, e di studiare e curarsi nelle strutture pubbliche.

Spiegare con quale fine furono realizzate quelle strutture e vennero forniti quei servizi, esula dagli scopi di questo saggio.

Posso brevemente accennare al fatto che lo Stato è il più potente strumento del capitale, da cui si può comprendere che lo scopo fu di assecondare le necessità di chi intendeva realizzare profitto, e non di certo di concretizzare il benessere dell'umanità.

Il punto nodale è che, nel bene o nel male, tutto ciò fu realizzato perché lo Stato disponeva delle leve monetarie.

Se invece uno Stato non è più in grado di emettere la propria moneta, per finanziarsi dovrà andare a caccia di capitali, ma in questo modo si dovrà indebitare a un tasso d'interesse fuori dal proprio controllo, perché fissato dal mercato, e ciò avverrà a patto che i creditori ritengano quello Stato un debitore affidabile e quindi siano effettivamente disposti a finanziarlo in qualche misura.

A quel punto, però, il debito pubblico sarà diventato a tutti gli effetti un debito reale, pari a quello di un qualunque privato, con tutto ciò che ne comporta.

L'assenza di leve monetarie va a braccetto con l'ideologia dello Stato minimo, tipica della dottrina neoliberista, ovvero con tagli, svendite delle eccellenze pubbliche e rispettive privatizzazioni.

Ma se i servizi non li offre il pubblico finanziandosi con la sua moneta, chi li assicurerà?

Il privato, ovviamente, che però nel suo agire presenta anch'esso dei "piccoli" difetti sostanziali.

In primo luogo il privato investe, ovvero fornisce servizi, solo se pensa che il suo capitale sarà remunerato, e lo fa applicando le modalità che gli consentono di ottenere il maggior profitto.

In altri termini ciò significa: lavoratori sfruttati e sottopagati, norme permissive per l'inquinamento ambientale. E così via...
In secondo luogo il privato non ha la ben che minima intenzione di assicurare un servizio a tutti e ovunque, ma solo a chi può permetterselo e nei luoghi che garantiscono un maggior ritorno economico.

E in tutti gli altri casi che cosa accadrebbe?

Come faranno i poveri a studiare e a curarsi con una scuola e una sanità private?

Chi cablerà i paesi poco popolosi con la fibra ottica e chi li inserirà nei tragitti degli autobus, visto il basso numero di utilizzatori potenziali dei servizi?

Semplice: i poveri non studieranno e non si cureranno, mentre gli abitanti dei paesini non avranno una connessione a fibra ottica e se vorranno spostarsi dovranno attrezzarsi autonomamente.

Un'altra caratteristica del denaro è che può essere accumulato.

Non esistono leggi che impediscono di accumulare in eccesso rispetto alla ricchezza media.

L'odierno sistema socio-economico consente l'esistenza d'individui dediti all'accumulazione che continuano ad accumulare avidamente anche quando non ne avrebbero più alcuna vera necessità.

Personalmente ritengo che questi soggetti andrebbero aiutati, perché cercare di guadagnare quanto più denaro possibile non è uno scopo di vita sano, ma la perversione di una mente malata.

Il guaio è che per ciascuno che dispone di una ricchezza al di sopra della media altri devono averne necessariamente al di sotto, e così può accadere che all'opulenza di alcuni corrisponda la miseria di molti altri.

In Italia ci sono imprenditori che vantano patrimoni superiori al miliardo di euro.

Tale cifra, se venisse monetizzata, gli consentirebbe di spendere 1.000,00 € al giorno per circa 2.740 anni;

eppure questi personaggi continuano ad accumulare e a trattenere il profitto per sé, ignorando le necessità di quei 10 milioni di poveri recentemente denunciati dall'ISTAT(1).

In una società "normale" simili individui non dovrebbero neppure esistere e il resto della collettività, di fronte alla loro presenza, dovrebbe agire con forza affinché quest'assurdo processo di accumulazione non possa più aver luogo, redistribuendo gli eccessi in favore di chi ne ha una ben più chiara e sincera necessità.

Viviamo in un mondo dove l'1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza totale, esattamente la stessa quantità a disposizione del 99% del resto degli esseri umani(2).

Non so in quanti si rendano conto fino in fondo della gravità di quest'ultima affermazione.

Ne deduciamo che eliminando l'azione egoistica e parassitaria di quell'esigua minoranza, la restante parte della popolazione vedrebbe immediatamente raddoppiare la propria ricchezza, senza far nulla, semplicemente redistribuendo l'eccessiva accumulazione di taluni.

Ci dicono che non ci sono i soldi per sfamare i poveri o per fornire gratuitamente cure mediche a chi non può permettersele eppure, guarda caso, i soldi per fare le guerre non mancano mai, e sono circa 1.750 miliardi di $ all'anno(3);

così come non mancano mai i soldi che le aziende investono per invadere il mondo con una futile e detestabile pubblicità, per un importo complessivo prossimo ai 550 miliardi di $ all'anno(4).

Eliminando guerre e pubblicità, delle quali in molti farebbero volentieri a meno, quel miliardo di poveri esistenti potrebbe ricevere 2.300 $ all'anno a testa di cibo, cure mediche o quant'altro, cesserebbero inoltre morte, distruzione e migrazioni, mentre i mass media, internet e i luoghi in cui viviamo, non sarebbero più invasi da ridicoli spot pubblicitari.

Ma tutto ciò, per quanto possibile, viene sapientemente e immancabilmente bollato come "utopia", in modo tale che la massa se lo tolga immediatamente dalla testa, invece di pretenderlo a gran voce.

Così l'élite può continuare indisturbata ad attuare tutte le dinamiche che ritiene più opportune per generare profitto, anche se diminuiscono - dove non distruggono - il benessere di un gran numero di esseri umani.

Comprendiamo che il denaro per assicurare a tutti un'esistenza degna di essere vissuta esiste già, solo che è mal distribuito e ancor peggio utilizzato.

Ma anche se non ci fosse denaro a sufficienza basterebbe crearlo, a costo zero, cosa che è già avvenuta più e più volte, anche di recente nell'Euro-zona;

magari sarebbe il caso d'immetterlo direttamente nell'economia reale per attuare piani specifici che hanno come fine il benessere degli esseri umani, invece d'impiegarlo per salvare il sistema bancario, continuando così ad alimentare i meccanismi coercitivi e di controllo basati sul debito.

Con una sana gestione del denaro potremmo istituire un reddito d'esistenza, in modo tale che nessuno sperimenti più la povertà, creare ospedali e scuole, per garantire cure mediche e istruzione all'intera umanità, e molto altro ancora...

Ma tutto ciò non accade, non per una questione di conoscenze, non per discorsi inerenti le risorse, né per la mancanza di forza lavoro o di denaro, ma perché non esiste la volontà di farlo.

C'è un'enorme inerzia che impedisce che tutto ciò diventi realtà, perché per realizzare una società più equa e giusta si dovrebbero andare a intaccare le ricchezze e il potere dei membri di quelle élites che oggi dominano il mondo.

Costoro, ovviamente, sono corsi ai ripari, da una parte esercitando il controllo sulla moneta privatizzando le banche centrali, e dall'altra indirizzando l'economia nella "giusta" direzione, ovvero lontano dalla giustizia sociale.

Eppure il denaro in sé, con le sue molteplici forme, è soltanto uno strumento, e in quanto tale non possiede le qualità di essere buono o cattivo, ma a seconda di come viene impiegato può trasformarsi da un auspicabile mezzo per assicurare pace, benessere e prosperità, in una temibile arma tremendamente efficace per esercitare il dominio di una élite nei confronti del resto dell'umanità.


Fonte: Mirco Mariucci

martedì 16 maggio 2017

FILOSOFIA DI VITA VEGAN




Filosofia di vita Vegan

Se è pensiero comune che il Veganismo sia semplicemente un regime alimentare totalmente vegetale, dietro a questa scelta si nasconde in realtà una vera e propria filosofia di vita, fatta di etica, sentimento, consapevolezza, rispetto e nutrimento del corpo nella sua interezza che unisce mente e spirito nell’abbraccio di tutto ciò che ci circonda. Più si approfondisce il “Vegan pensiero” e più se ne apprezza il forte impatto emotivo e di crescita personale.


Natura Corpo e Spirito

Basata sulla necessità di capire e comprendere che il benessere dell’uomo è strettamente legato all’ambiente che ci circonda, la Filosofia Vegan consolida e abbraccia il rapporto tra la vita, la natura, il corpo umano e il proprio spirito;
Accettare e aver cura della propria parte interiore
Riscoprire il senso della vita che coinvolge ogni essere vivente
Ritrovare i nostri sentimenti anche nel mondo animale
Apprezzare la genuinità e la semplicità dei sentimenti, dell’affetto e dell’attaccamento alla vita
Vivere in armonia con la natura, collaborare con essa per renderla più rigogliosa e raccoglierne i frutti
Nutrirsi di prodotti sani e semplici
Riscoprire la cultura del lavoro legato alla terra
Accrescere l’amore per se stessi e per il nostro pianeta

Tutto questo e molto altro è essere Vegan
Rispetto e Consapevolezza

La Filosofia Vegan di per sé porta a un esponenziale sviluppo del rispetto per la vita e per se stessi, oltre a una profonda consapevolezza di se.

Serenità e armonia sono due delle caratteristiche principali descritte da chi ha deciso di sposare il veganismo e impara a convivere con se stesso accettandosi e comprendendosi.

Tutte queste qualità sono poi riflesse nel proprio modo di vivere e di alimentarsi ricercando sempre più prodotti sani e semplici, particolarmente apprezzati dal corpo che trasmette energia e vigore a chiudere il cerchio di un perfetto equilibrio corpo, mente e ambiente circostante.

Fonte: Vivivegan

sabato 13 maggio 2017

LA CANAPA? MA PIANTATELA TUTTI!!!


Non vi sto invitando a fumarla. E neppure a coltivarla. Che ciascuno faccia pure come gli pare. Dico solo che l’economia mondiale e l’ambiente non possono più fare a meno delle materie prime alternative. Osteggiata dalle lobby proibizioniste, la canapa è indispensabile come coltura alternativa a quelle tradizionali destinate all’alimentazione, che rappresentano un mercato ormai saturo. Siccome mi piace studiare, conoscere, sapere, ho fatto un “viaggio” nel mondo di una pianta affascinante e dai mille usi. Un viaggio in quel Paese chiamato Italia, che fino allo stop imposto dal Decreto Cossiga, era uno dei maggiori produttori di #canapa e, quindi, di fibra e di materiali utili per produrre energia (che i cittadini pagano a caro prezzo) pannelli assorbenti, corde, tende, vele… Ma cos’è la canapa? E’ una pianta a fiore che, insieme al luppolo, completa la famiglia delle cannabinacee. E’ originaria dell’Asia centrale e sacra per la gente hindu e fin dai tempi più antichi, nelle sue tante varietà, era coltivata in tutto il mondo. Fino al diffondersi delle lobby proibizioniste, quelle aggregazioni di poteri occulti legati al petrolio, al mercato dei farmaci e ai produttori di materiali edili.



I POSSIBILI IMPIEGHI


Di questa pianta si usa praticamente tutto. E’ un po’ come il maiale, non si butta via nulla. Il fusto della canapa, tanto per cominciare, costituisce materia prima per la produzione di una carta resistente e duratura, di fibre tessili, di fibre plastiche e di concimi naturali. In medicina, umana e veterinaria, le foglie e i fiori di questa resistentissima pianta possono essere utilizzati come antinfiammatori e antidolorifici. Con la canapa, inoltre, si producono ottimi cosmetici, come creme e saponi. Ma non solo. In teoria si potrebbero anchecostruire automobili di canapa. Basti pensare che la Ford nel 1923 aveva realizzato il Modello T, un prototipo composto per il 60% di derivati dalla canapa e della soia. Pensate che l’elenco degli impieghi della canapa si sia esaurito? Errore. Grave errore. Anche molte case sono realizzate in gran parte con derivati dalla cannabis: vernici, colle, mattoni, rivestimenti… Non ultimi per importanza, i semi sono ricchissimi di acidi linoleici, vitamine e amminoacidi essenziali e possono essere usati per la spremitura di un olio ottimo da usare a tavola, ma valido anche come combustibile. Tutte queste cose, una volta, erano note a tutti, ma poi, con l’avvento del proibizionismo, si è diffusa una controcultura che denuncia un uso di cannabis quasi esclusivamente ricreativo.



TUTTE LE QUALITÀ

In questi anni di grandi preoccupazioni per l’ambiente tutti devono sapere che per l’inquinamento, l’effetto serra e la distruzione delle foreste esistono anche delle vere soluzioni e non solo dei palliativi. La canapa sta a dimostrarlo. Con questa pianta, infatti, si potrebbero salvare ogni anno centinaia di milioni di alberi, produrre ogni tipo di tessuti, fabbricare carburanti, materie plastiche e vernici non inquinanti. Con i semi della canapa si potrebbe colmare la carenza di proteine dei Paesi in via di sviluppo. Salvare l’ambiente, produrre la carta in modo non inquinante e senza sacrificare gli alberi, sostituire i prodotti chimici del petrolio (migliorare i conti con l’estero e creare nuovi posti di lavoro). La fibra della canapa è molto resistente e durevole e può essere resa fine quanto si vuole. Può convenientemente sostituire le fibre sintetiche ed il cotone, la cui coltivazione è molto inquinante. Il legno, molto ricco di cellulosa, è un sottoprodotto a costo zero una volta estratta la fibra. La canapa ne produce quattro volte di più rispetto ad una uguale superficie di bosco. È possibile quindi fabbricare senza inquinare una carta che dura centinaia di anni.



DOVE VA COLTIVATA

La pianta della canapa si può coltivare in pianura, al mare, in collina e perfino in montagna fino ai mille e cinquecento metri di altezza sul livello del mare. Praticamente la si potrebbe coltivare un po’ dappertutto. “Per poter germinare la pianta di canapa deve trovare un terreno umido. Proprio per questo, nel Centro Sud si semina da metà febbraio a metà marzo, mentre al Nord da metà marzo ai primi di aprile. La pianta della canapa non teme neppure le gelate tardive. Quelle che nel 99% dei casi fanno strage di molte piante. Per seminare, si impiegano normali seminatrici da grano con distanza compresa tra i quindici e i venti centimetri tra le file e disco adattato per la canapa”, mi spiega Felice Giraudo, presidente del coordinamento nazionale Assocanapa. Per colture da fibra tecnica si seminano cinquanta chili per ettaro (in caso di destinazione tessile le densità sono maggiori), per le colture da seme bastano venticinque chilogrammi per ettaro. Attenzione, però: la canapa ama i terreni umidi, ma morirebbe subito se si verificasse un ristagno di acqua.


SEMINA E RACCOLTA

“Se seminata con una buona tecnica, la canapa non richiede diserbo. Nei terreni ricchi di azoto, la concimazione si rivela inutile, anche se il terreno è povero di fosforo. La pianta resiste alla carenza di acqua più di tutte le altre colture industriali. Nel 2003, nella stessa località, il mais non irrigato è morto, mentre la canapa non irrigata ha prodotto il -30%”, mi spiega ancora il numero uno di Assocanapa. Le varietà più adatte alla produzione sono quelle italiane. Le varietà selezionate per i climi più freddi, se piantate in Italia, vanno in prefioritura e di conseguenza bloccano la crescita della pianta. “La canapa da fibra tecnica si raccoglie a fine agosto. Si taglia con la falciatrice, si lascia in campo per circa 40 giorni, per una prima macerazione, e poi si rotoimballa. Oppure si lascia in campo fino a metà novembre e si rotoimballa direttamente. Solo che così facendo si perde parte del canapulo. La raccolta della canapa da seme avviene tra settembre e ottobre. Si raccoglie con una mietitrebbia modificata. La canapa da fibra tessile si raccoglie a luglio, prima che avvenga la fioritura. Si taglia con un apposito macchinario e si rotoimballa con una pressa da lino”. La canapa dà rese produttive elevate nei terreni delle pianure alluvionali. Con le varietà italiane, la resa media in sostanza secca sfiora i 130 quintali per ettaro (esistono record di 210 quintali per ettaro).



MIGLIORA I TERRENI


“La canapa migliora i terreni – argomenta Giraudo -. Dopo la sua coltivazione sono stati riscontrati consistenti incrementi delle produzioni di cereali e ottime performance delle colture orticole”, riferisce il “numero uno” di Assocanapa. A cosa sono dovuti questi miglioramenti che non sono frutto di studi scientifici, bensì di sperimentazioni individuali? “Il miglioramento è attribuito a diversi fattori. La canapa raggiunge con la radice profondità notevoli dove preleva i nutrienti che in seguito, spogliandosi delle foglie, in parte restituisce allo strato superficiale. Un altro fattore è legato alla presenza, nella canapa, di sostanze con proprietà battericide e insetticide. Senza dimenticare che durante la fase vegetativa, queste piante trattengono notevoli quantità di azoto prelevato dal terreno”. Ma si può coltivare? “La canapa in Italia si può coltivare, a condizione che venga coltivata una varietà a basso tenore di Thc, inferiore allo 0,2%. La si trova senza alcun problema nel Registro europeo delle sementi. Deve essere seguita la procedura stabilita dalla circolare numero 1 dell’8 maggio 2002 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le piante di canapa sono autodiserbanti e lasciano il campo ripulito dalle erbacce infestanti. Non esistono motivi validi per cui bisognerebbe vietarne la coltivazione. È una pianta come le altre”. Forse migliore.