giovedì 22 febbraio 2018

Un giorno le future generazioni guarderanno con orrore le nostre malefatte




Il ponte

Il vero degrado di un popolo è nel comando e nell’obbedienza, non in un intonaco scrostato, una vetrina rotta o in una panchina scarabocchiata. E le grida di rabbia non infastidiscono quanto le preghiere dei fedeli ed il silenzio del consenso. La terra si e' tramutata in un outlet adibito al culto della merce, spazio privato chiuso e programmato per ospitare solo gli acquirenti, i venditori e gli immancabili guardiani. La distruzione che sta avvenendo sotto i nostri occhi non è opera nostra, essa viene realizzata, pianificata e condotta contro di noi, il che costituisce un ottimo motivo per cercare di rallentarla, laddove è ancora possibile. Queste inutili comparse vestite del dolore altrui inquinano e consumano le vite di tutti gli abitanti del pianeta. Spingono il delicato equilibrio dell'esistente fin su l'orlo del precipizio. La loro voracità è pari solo alla loro terrificante visione del progresso, definizione che aquista valenza di morte. Ci indottrinano a correre invece di camminare, a trascurare invece di contemplare, a dormire narcotizzati invece di agire istintivamente, a urlare di gioia ipocrita invece di silenzi determinati. Finchè non realizzeremo la nostra liberazione e cioè quella dai vincoli mentali indotti non riusciremo mai a creare le condizioni per l'altra liberazione, quella degli ultimi fra gli ultimi. L'anarchia è la migliore ginnastica in questo senso, svela le trappole e i lacci del sistema e soprattutto costruisce i ponti per la fratellanza dei viventi. Tutti insieme in un unico semplice abbraccio.



Secondo l’OMS il mondo è entrato in un’era post-antibotica nella quale molte infezioni comuni diventeranno incurabili

L’inquinamento uccide 6,5 milioni di persone nel mondo, la carne ne uccide 100 volte tanto.

Nel 2030 il cancro sarà la prima causa di morte nel mondo.

Un giorno le future generazioni guarderanno con orrore a noi che per millenni abbiamo ucciso e mangiato i nostri fratelli animali con lo stesso orrore con cui noi oggi guarderemmo ad una razza umana che allevasse e mangiasse i suoi simili.

La specie umana pur essendo sprovvista di armi naturali all’offesa (artigli, zanne, becco, corna, zoccoli) è divenuta la specie più aggressiva e crudele da quando, per estreme necessità di sopravvivenza, ha iniziato ad uccidere gli animali, abituandosi alla violenza, alla vista del sangue, alla soppressione della vittima, e soprattutto ha ucciso la sensibilità della sua coscienza. Ecco dunque che la violenza tra gli uomini è la conseguenza della violenza al mondo animale. Montaigne e Orazio mostrano come si passi facilmente dalla crudeltà nei confronti degli animali a quella degli esseri umani.

“L’alimentazione vegetale invece del cibo animale è la chiave della rigenerazione umana”. (Richard Wagner 1813-1883 musicista tedesco)

mercoledì 21 febbraio 2018

Arturo ha lasciato Cavriglia. Chiuso per sempre lo zoo!




Era l’ultimo detenuto rimasto. Da più di un anno viveva da solo all’interno di quello che un tempo era stato lo zoo di Cavriglia. In realtà, da solo, il Bisonte Arturo lo era da un mucchio di tempo. Dopo la morte dei suoi genitori, avvenuta tra il 2000 e il 2003, non aveva più condiviso il recinto con nessuno, se non con qualche Volpe che ogni tanto riusciva a intrufolarsi in cerca di chissà cosa. Il suo recinto era al margine estremo del parco. Arturo, in un carcere, lo si sarebbe definito: “detenuto in isolamento”.
Dopo la morte di Bruno, l’Orso “comunista” (come lo aveva ribattezzato la stampa perché regalato al comune valdarnese dall’ex Unione Sovietica) Arturo era diventato il simbolo di una lotta iniziata nel 2014.
La storia della chiusura dello zoo di Cavriglia l’abbiamo raccontata tante volte. Nel frattempo più di cinquanta Animali hanno trovato rifugio nei santuari, ma mai avevamo, fino ad oggi, potuto scrivere davvero la parola fine.
Ora possiamo farlo.
Ora si.
È finta.

Arturo ha lasciato lo zoo lunedì 12 febbraio in tarda mattinata ed è arrivato, sano e salvo in serata nelle Marche.
Trascorrerà qui il resto della sua vita, all’interno di una fattoria/rifugio in compagnia di altri Animali strappati a situazioni difficili. Purtroppo, com’è facile comprendere, dopo tutti questi anni trascorsi in cattività, restituirgli la totale libertà era impossibile. Di meglio non si poteva fare.

La storia racconta che per la prima volta, in Italia uno zoo è stato chiuso in seguito alle pressioni animaliste che hanno convinto il Comune di Cavriglia a collaborare. In questi quattro anni in molti hanno cercato di prendersi in meriti di questa vittoria. La verità, alla fine, è che i meriti sono tutti di Bruno. È Bruno che con il suo sacrificio ha portato alla liberazione tutti gli altri detenuti. Senza la sua storia, che è approdata in tutte le maggiori testate giornalistiche nazionali, lo zoo non sarebbe mai stato chiuso.
Perché ancora oggi funziona così. Funziona che ci si sensibilizza solo sotto pressione, solo se i giornali ne parlano e si ha il timore di fare una pessima figura. Sennò chi se ne frega. Uno zoo è stato chiuso e troppi ne restano, circa cento, protetti da una muraglia cinese fatta di luoghi comuni: il conservazionismo, la sensibilizzazione, l’educazione, su su fino quasi alla salvezza del pianeta. Uno zoo è stato chiuso e tanti ne restano, ma ciò che è accaduto segna un precedente importante. Possiamo farcela. Ci vorrà tempo, ma abbiamo la possibilità di cambiare le cose.

Dobbiamo crederci!
Arturo è in salvo.
Lo zoo di Cavriglia non esiste più.

Fonte: Veganzetta

martedì 20 febbraio 2018

La Cia ha influenzato le elezioni in oltre 80 paesi: l’Italia fu il primo laboratorio mondiale



“Sacchi di denaro consegnati in un hotel di Roma per favorire i candidati preferiti”, si apre con queste parole l’inchiesta pubblicatadue giorni fa dal New York Times sulle interferenze degli Stati Uniti nelle elezioni democratiche negli stati di mezzo mondo. Una pratica che la Cia porta avanti dal secondo dopo guerra e che fece proprio dell’Italia post-fascista il proprio laboratorio.

L’articolo cita anche una dichiarazione di F. Mark Wyatt, ex inviato della Cia a Roma: «Il precedente fu istituito in Italia con l’assistenza a candidati anti comunisti dalla fine degli anni ’40 agli anni ’60. Avevamo un sacco di soldi che abbiamo consegnato a politici selezionati, per coprire le loro spese».

Da anni si discute delle presunte interferenze della Russia nelle elezioni occidentali, un allarme che proprio dagli Stati Uniti è stato lanciato anche in vista delle prossime elezioni italiane del 4 marzo. Tuttavia quello che ora appare certo è che in verità sono stati proprio gli americani a cercare di interferire costantemente nei processi democratici dei paesi stranieri.
Manifesti anticomunisti prodotti in Italia nel dopoguerra


Lo studioso Dov H. Levin ha consultato per anni i documenti dello spioniaggio americano, concludendo in un saggio che gli Usa hanno cercato direttamente di influenzare elezioni estere in almeno 81 casi da quando la Cia venne creata nel 1947. Si va dal “cortile di casa” centro-americano, come nel caso delle elezioni in Nicaragua del 1990, alla Serbia – quando nel 2000 gli americani si occuparono direttamente di stampare 80 tonnellate di adesivi per la propaganda contro il presidente Milosevic. Mentre solo nel 2016 gli americani avrebbero speso la bellezza di 6,8 milioni di dollari per “ingaggiare attivisti” e “promuovere l’impegno civico” degli oppositori al governo di Putin in Russia.

Tornando alle ingerenze nella politica italiana nel dopoguerra, anche l’ex direttore della Cia (dal 1993 al 1995) James Woolsey, ha confermato le attività americane e lo ha fatto durante una intervista alla televisione americana Fox News, confermando che l’intelligence a stelle e strisce si prodigò per impedire che i comunisti potessero prendere il potere in Italia e Grecia. Tremende le risatine finali dello studio, quando la conduttrice chiede a Woolsey se gli Usa si vadano ancora ad immischiare nelle elezioni degli altri paesi e l’ex direttore della Cia risponde: «Bè, gnam gnam gnam, solo se è per una buona causa».





lunedì 19 febbraio 2018

Tutti a casa al caldo!

Non è un sogno, è tutta realtà, il canile di Vieste, provincia di Foggia, quindi siamo al sud, da qui arriva il primo progetto funzionante e concreto che spiazza tutti e fa lucidare gli occhi ai volontari di tutta Italia. Ha chiuso le porte pochi giorni fa, è andato a casa anche l’ultimo cane della struttura, un adulto con una zoppia, il miracolo è tutto in una donna..

Si chiama Francesca Toto, è una volontaria viestina, esperta di marketing territoriale, lei ha ideato un progetto, l’assessore al randagismo di Vieste, Vincenzo Ascoli ha creduto in lei, il Sindaco i volontari i cittadini hanno appoggiato il primo progetto senza lucro, il primo che va interamente a favore dei cani e delle famiglie che li accudiscono. La Lega Nazionale Per La Difesa Del Cane di Vieste ha seguito alla lettera le indicazioni, il “randagismo” diventa una risorsa in questa città. La prima battaglia vinta è quella delle sterilizzazioni, si sono battuti così tanto che gli ingressi in canile negli ultimi anni sono diminuiti a tal punto da rendere possibile le adozioni e la collocazione dei cani presenti presso famiglie normali o aziende di vario tipo, ottenendo queste sgravi fiscali. Il comune fornirà tutto il necessario, cure mediche, crocchette e cucce, i cani saranno sempre monitorati dai volontari. Così il sogno di tutti i volontari italiani diventa realtà, Francesca Toto dice”Vi auguro di vivere le nostre emozioni di quando abbiamo tirato fuori l’ultimo cane, a tutti i sindaci d’Italia dico che il randagismo non si combatte chiudendo i cani nei canili , fate accordi con cittadini e aziende, mantenete il servizio sanitario e basta, i canili non serviranno più!” Poi aggiunge…”Noi volontari, Amministrazione comunale e Asl veterinaria siamo a disposizione di tutti i comuni che vorranno intraprendere il nostro percorso, sette anni di fatica e lavoro duro ma che ha portato ad un risultato storico!” Noi ringraziamo questo comune del sud, tutti coloro che hanno guardato solo al benessere dei cani e ok, anche al risparmio delle casse comunali, ci va bene anche questo, ringraziamo il sud che da una bella scossa a tutta L’Italia..Adesso nessuno potrà trovare scuse, fate girare questo successo. Vi presentiamo gli eroi di Vieste…



Eccola, la meravigliosa donna che ha lasciato tutti a bocca aperta..



I volontari, gli ultimi due cani che vanno a casa e al centro, l’assessore al randagismo, Vincenzo Ascoli…



Andranno tutti a Roma per illustrare il loro successo, voglia il Cielo che sia la svolta per tutti i cani che soffrono! Non sappiamo più che altre belle parole dedicare a queste persone, il comune ha fatto un gesto spettacolare, i veterinari e i volontari hanno dati un segnale di civiltà di eleganza, intelligenza, competenza, cultura e generosità infinita verso chi soffre, un GRAZIE da tutte le volontarie che lottano tutti i giorni in strada, sole e con tanti ostacoli.


Fonte: Bigodino

domenica 18 febbraio 2018

A VOLTE RITORNANO di Stefano Benni


La libertà non ha bisogno di mandati.
Non è nè democratica nè autoritaria
nè comunista nè fascista
nè alta nè bassa
nè giusta nè sbagliata
nè personale nè collettiva
nè violenta nè pacifista
nè sognata nè pianificata
nè glorificata nè abbandonata.
Essa è il respiro stesso dei corpi
il motore principale del cuore
dei muscoli e delle ossa.
E proprio perchè è inscindibile coi corpi
non può essere etichettata o incatenata
nè racchiusa in codici o tavole.
La libertà è libertà
è respiro e sangue
è carezza e distanza
è sale e dolce nettare
è sguardo e cecità
è lacrime e gioia
è umiltà e rabbia
è politica pura e cristallina.
Fate attenzione a chi parla incessantemente di libertà
soprattutto in periodi di poltrone
toccategli il petto
se non si solleva è uno dei tanti morti viventi.
Morti che ricordano morti.
Nemici della libertà.


A VOLTE RITORNANO di Stefano Benni

I giornalisti erano pronti per lo scontro televisivo finale, il dibattito a tre Renzi-Di Maio-Berlusconi.
Truccatrici, restauratrici e muratori erano al lavoro sui candidati, coprivano i brufoli a Renzi, catramavano Silvio, disegnavano rughe a Di Maio per farlo sembrare più maturo.
La regia era pronta, i leader erano seduti, si aspettava solo il moderatore, e tutti cercavano di indovinare il prescelto. Avrebbe prevalso l’esperienza camaleontica di Bruno Vespa, il fascino tripartisan di Francesca Fialdini, l’energia ferina di Lucia Annunziata, la fisicità deterrente di Angelo Cannavacciuolo, il fanciullesco entusiasmo di Alberto Angela?
Invece un boato di sorpresa accolse il nuovo ospite. Era lui! La gobba, il sorriso mellifluo, la calma olimpica. Giulio Andreotti era tornato! Sorrise e disse:
-Amici, capisco il vostro stupore. Ma posso spiegare tutto. Ricordate che anni fa in televisione io ebbi alcuni minuti di assenza? Ebbene il fenomeno si è ripetuto. Dopo cinque anni di morte apparente ho aperto gli occhi e mi sono ripreso. E ho capito che c’era ancora bisogno di me.
-Ma lei …è davvero vivo? –chiese Silvio- Non è un robot?
-La stessa domanda si potrebbe rivolgere a lei, cavalier Berlusconi. Con i migliori auguri di buona salute, lei non sembra proprio fresco di giornata
-Giulio, lei è sempre stato il mio idolo- disse Renzi- però la Democrazia cristiana è morta…
-Lei crede? -sorrise il divo Giulio- forse è in paradiso insieme al Pci…
-Io fui sempre stato un suo ammiratore, signor Andreoli -disse Di Maio- quando lei ha fatto l’omino verde in Star Wars avevo tutte le sue figurine.
-Giovanotto, si documenti. E voi giornalisti non fate quelle facce stupite. Ho una storia politica nota a tutti e vi assicuro che ho l’esperienza necessaria per risolvere l’attuale situazione, che è intricata e vieppiù torbida. Eppure questa elezione sembra chiara. La destra dovrebbe stravincere, i cinquestelle si confermeranno la nuova forza, il Pd raggiungerà il suo obbiettivo: dimagrire. Eppure non sento parlare che di possibili intese, di divergenze tra alleati, addirittura di rifare le elezioni. Solo su una cosa siete più o meno d’accordo. Attribuire ogni male d’Italia ai migranti. Ma attenti! Gli elettori sono stanchi di vedere i loro voti aggrovigliarsi in trasformismi, spartizioni e inciuci. Ci vuole un esperto in questi labirinti…
-E allora?
-E allora sono tornato per aiutarvi. Mi propongo fin da ora per gestire il dopo elezioni. Comunque vada, deciderò io il nuovo governo. Mattarella me lo lavoro in due minuti.
Si udì un lieve mormorio di protesta. Di Maio stringeva nervosamente l’orsacchiotto, Renzi sudava e si tolse il mantello da Napoleone, Berlusconi chiese un bicchiere di botulino.
-È inutile che facciate i difficili - ghignò Andreotti - sono perfetto per questi tempi. È vero, non ho mai parlato bene di Mussolini, ma sono pronto a fare ammenda. Sono l’uomo della provvidenza. Fate subito un test auditel e vedrete….
I sondaggisti lavorarono pochi minuti e poi il loro portavoce, il dottor Calcante esclamò:
-Incredibile. L’ottantasette per cento degli italiani è favorevole al ritorno dell’onorevole Andreotti.
Si udì un applauso dei giornalisti. I tre leader fecero finta di essere contrariati, ma in realtà tirarono un sospiro di sollievo. Era una bella responsabilità in meno.
Andreotti sogghignò e disse:
-Bene, votate pure, ma poi riferite tutto a me
E volò via, nell’aria.

Da Rocco Malgeri fotografo naturalista: 
Aironi
Fra i nostri amici alati occupano un posto di tutto rispetto... vivono per lo più nei pressi dei corsi d'acqua, alcuni nidificano fra i canneti, come l'airone rosso, altri, come l'airone cenerino, la garzetta, la nitticora, nidificano sugli alberi formando grandi colonie dette "garzaie", si nutrono di pesci, rane e altri piccoli animali, ma predano anche bisce d'acqua, serpentelli vari.... vi propongo alcuni fra i miei scatti migliori (o i meno peggio, secondo i punti di vista...)





sabato 17 febbraio 2018

C’era una volta l’attivismo


6023 decessi tra il 2008 e il 2012, ma Salini e Giachini (i veterinari responsabili dei controlli all’interno dell’ex allevamento Green Hill di Montichiari) sono stati assolti.
67 verbali di sopralluoghi mai avvenuti o contraffatti al fine di certificare un “benessere animale” funzionale a garantire gli interessi di Marshall, la multinazionale farmaceutica proprietaria dell’allevamento, ma Silini e Giachini sono stati assolti.
Ispezioni preannunciate e concordate con i dirigenti di Green Hill, accordi sull’ammaestramento (socializzazione) degli animali da mercificare, ma Silini e Giachini sono stati assolti.
Maltrattamenti, uccisione, omessa denuncia e falso in atto pubblico, ma nella mattina del 7 febbraio il gip del tribunale di Brescia Paglica ha assolto i veterinari dell’Asl locale: Silini e Giachini.
A stupire non è tanto il fatto in sé, ma che vi sia ancora chi confida, si riconosce, legittima e delega il cambiamento e la liberazione animale ad istituzioni, allo stato, ad enti ed entità complici delle multinazionali, che nutrendosi tra di loro alimentano quel sistema capitalista che fa dello sfruttamento del vivente una delle sue colonne portanti.
Un’ennesima conferma dei rapporti sodali tra istituzioni, multinazionali e stati di potere in generale che trovano complicità e sostegno nel clima soporifero in cui la lotta per la liberazione animale è piombata da ormai troppo tempo: anestetizzata dall’operato “debole” di associazioni animaliste (mascherate da antispeciste) prive di contenuti politici, ma che non lesinano collaborazioni con partiti. Campagne social sterili, che da anni contribuiscono a svuotare le piazze, generando orde di “attivist*” da tastiera che soppesano le finte vittorie in relazione ai “like” raccolti, fomentando la delega, svuotando di ogni principio e valore l’antispecismo, ridicolizzando l’aspetto politico dello stesso.
L’aspetto che deve disgustare non è una sentenza ammanicata sputata da un sistema corrotto che va smantellato, e non assecondato, ma la totale apatia con la quale questa viene accolta, l’apatia con la quale viene percepita la condizione di non-vita dei viventi ancora reclusi, di una Terra sotto assedio, un’apatia che normalizza il sistema di di sfruttamento vigente.
Un’apatia radicata nell’attesa che qualcun’altro prenda l’iniziativa, nella totale assenza di un’autodeterminazione che non va oltre l’assecondare quell’ascesa qualunquista espressa a suon di “parteciperò”, tesseramenti e pettorine.
C’è chi parla di attivismo e chi fa attivismo, c’è chi va a caccia di consensi come fanno i partiti politici e chi conduce una lotta politica per la liberazione totale, è l’ora di distingue chiaramente le due cose e decidere da che parte stare, il tempo passa ed a pagare queste derive sono solo i/le reclus*.

Fonte: Earth Riot

venerdì 16 febbraio 2018

Fake News: La Polizia Postale attiva il servizio di segnalazione










Federico Dal Cortivo per Italiasociale.net intervista Enrica Perucchietti autrice del saggio «Fake News. Dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla post-verità.Come il potere controlla i media e fabbrica l’informazione per ottenere il consenso» in uscita il 19 marzo per Arianna Editrice.
D: Dott.ssa Perucchietti, il suo saggio esce quasi in concomitanza con l’annuncio del Viminale che in vista delle elezioni politiche partirà il nuovo servizio in rete di segnalazione di notizie false ( fake news), basterà al cittadino entrare nel nuovo sito della Polizia Postale, e fare clic su un pulsante rosso virtuale e «denunciare le notizie che a nostro parere sembrano bufale». Una sua prima impressione su come funzionerà il «nuovo servizio pubblico» e se avrà una ricaduta sulle imminenti elezioni politiche, dalla pubblicazione dei memoriali contro gli avversari alle fake news si potrebbe dire…
R: Il discorso è molto delicato. In estrema sintesi, però possiamo pensare che possa in futuro valere come una raccolta dati e dall’altro come un sistema di censura per imbavagliare il web puntando progressivamente a censurare i siti scomodi e l’informazione alternativa. Credo che questo servizio rientri all’interno di una campagna sempre più agguerrita contro le fake news che ha però come obiettivo non la tutela dell’opinione pubblica, quanto il controllo sociale.
Una volta ricevute le segnalazioni, un team dedicato del Cnaipic, un organismo specializzato della Polizia postale verificherà attentamente attraverso l’impiego di tecniche e software specifici e, in caso di accertata infondatezza, pubblicherà una smentita. In che modo, mi chiedo, si deciderà quali contenuti sono veri e quali falsi? Fino a che punto si spingerà questo sistema? Non lo sappiamo. Sappiamo però che in Europa la guerra alle fake news si sta facendo sempre più accesa e ancora pochi ricercatori, intellettuali e giornalisti si stanno opponendo a tutto ciò. Qualcosa di simile, infatti, sta avvenendo anche in Francia: nella conferenza stampa di inizio anno, Macron ha annunciato un progetto di legge per combattere le fake news e rafforzare il controllo dei contenuti su internet in periodo elettorale.
Si può dire, pertanto, che in Europa soffiano venti di censura…

D: Il Ministro Minniti, il capo della Polizia Gabrielli e Nunzia Cardi direttore della Polizia Postale si sprecano in queste ora nel dare assicurazione ai cittadini, non pensa che ci stiamo invece oramai avviando a grandi passi verso quel tipo di Stato preconizzato da George Orwell in 1984 ?
R: Concordo in pieno con la sua analisi. Per quanto si siano affrettati a smentire tale paragone, il servizio si configura come una specie di Ministero della Censura, riecheggiando il Ministero della Verità orwelliano, il cui slogan è «LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L’IGNORANZA È FORZA». In 1984 il Miniver (in neolingua) si occupa dell’informazione e della propaganda e ha il compito di produrre tutto ciò che riguarda l’informazione: promozione e diffusione dei precetti del partito, editoria, programmi radiotelevisivi, letteratura. Questo ente si occupa anche della rettifica di questo materiale, in un’opera capillare e costante di riscrizione delle fonti. Il Miniver, cioè, si occupa di falsificare l’informazione e la propaganda per rendere il materiale diffuso conforme alle direttive e all’ideologia del Socing. Il Grande Fratello, infatti, sottomette le menti dei cittadini tramite il «controllo della realtà», ossia il bipensiero e niente deve sfuggire alle maglie del suo dominio onnipervasivo.
Nella società distopica immaginata da Orwell, il controllo è totale in quanto le menzogne propinate dai falsificatori vengono imposte dal Partito e acquisite in modo spontaneo e acritico dalle masse perché «se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera». E soprattutto, viene acquisita e introietta come se fosse sempre stata vera.
Il potere, cioè svuota le menti dei cittadini per riempirle con i propri contenuti: chi si oppone, chi dissente viene accusato di psicoreato. Qualcosa di simile, però, sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, in modo graduale e strisciante. E qua si innestano la teoria della gradualità di Chomsky (il principio della rana bollita) e la Finestra di Overton che analizzo ampiamente nel saggio.
Per questo ho impostato il mio libro seguendo le tematiche cardine di 1984 − ma anche di altri saggi e articoli di Orwell − mostrando come il controllo sociale odierno sia straordinariamente simile alle derive distopiche immaginate dal romanziere 70 anni fa…
D: Possiamo ravvisare in tutto questo, un attentato a quanto stabilito dall’art 21 della Costituzione italiana «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Il prossimo passo potrebbe essere a suo avviso anche per l’Italia una legge sul modello del «Patriot Act» statunitense varato dopo l’attacco alle torri gemelle di New York e al Pentagono, che dava la piena discrezionalità alle forze di Polizia, con la scusa del terrorismo, di monitorare H24 la vita dei cittadini attraverso internet e il telefono?
R: Credo che si stia andando sempre più verso una società trasparente in cui la privacy verrà gradualmente abolita, dopo aver convinto l’opinione pubblica ad abdicare ai propri diritti e si saranno convinti i cittadini a rinunciare ai propri diritti per paura o per comodità.
L’obiettivo, per esercitare meglio il controllo collettivo, è rendere ognuno di noi un «uomo di vetro», trasparente, sotto costante sorveglianza. Lo sguardo elettronico del Governo ci seguirebbe in ogni attimo della nostra esistenza, esattamente come l’occhio del Grande Fratello.
D: Nel suo nuovo libro lei analizza attentamente il rapporto tra i mezzi di comunicazione, il potere e le strategie tese a mantenere un certo status quo, ce ne può parlare?
R: «Noi siamo in gran parte governati da uomini di cui ignoriamo tutto, ma che sono in grado di plasmare la nostra mentalità, orientare i nostri gusti, suggerirci cosa pensare». Così scriveva nel 1928 nell’incipit del saggio Propaganda il padre della scienza delle Pubbliche Relazioni Edward Bernays, spiegando che esiste un potere invisibile che dirige le opinioni e le abitudini delle masse nei sistemi democratici. Nel saggio mostro come nasce e si sviluppa tale «arte» del controllo, come si fa sempre più sofisticata e come utilizzi lo spettacolo e i media mainstream quale braccio di forza o cassa di risonanza (e come questi si siano macchiati nei decenni di clamorose fake news!).
Con l’avvento della moderna società di massa il potere ha infatti dovuto esercitarsi su un numero indefinito di persone, spesso costituite da individui affettivamente soli e privi di punti di riferimento. L’arte del controllo, pertanto, ha finito per divenire scienza delle Pubbliche Relazioni o, meglio, una «scienza della manipolazione» di sconcertante raffinatezza che riesce a influenzare comportamenti e modi di essere, a volte senza nemmeno dover fare uso della coercizione fisica.
Bernays parlava di «tecniche usate per inquadrare l’opinione pubblica» portate avanti da un «governo invisibile»”: il potere oggi, per risultare maggiormente efficace, preferisce infatti rimanere «nell’ombra», palesandosi il meno possibile. Un potere nascosto (o comunque non immediatamente identificabile dai più) ha la possibilità di manipolare quasi alla perfezione i sentimenti e la mentalità di massa senza dare l’impressione di farlo; controllare i popoli entrando nel loro immaginario, nella loro mente, nella loro coscienza.
Già Aldous Huxley, autore di un’altra distopia, Il Mondo Nuovo, notava come i potenti avessero capito che per controllare le masse fosse necessario agire sull’«appetito pressoché insaziabile di distrazioni» plasmando così il loro immaginario. In questa strategia, ovviamente, il popolo è visto dai governanti come un soggetto minorenne che va accompagnato, persino manipolato, a cedere il proprio consenso. Dobbiamo comprendere che il potere non è interessato a «emancipare» l’uomo o a renderlo «adulto» quanto semmai a controllarlo sempre meglio, indirizzando le sue scelte dopo essere penetrati nella sua anima, nel suo immaginario. Quando questo non dovesse bastare entra in campo la coercizione.
D: Psicoreato come in «1984», sarà questo il futuro che attenderà tutti coloro che oseranno dissentire sulle verità precostituite dal sistema oligarchico finanziario globalizzato dominate in Occidente? O ci sono ancora margini di libertà?
R: L’attuale diatriba sulla cosiddette fake news ha portato alla promozione di un clima di isteria che potremmo definire una «caccia alle streghe 2.0». In questo caso l’opinione pubblica, sapientemente manipolata da un clima di isteria contro il fantomatico pericolo delle fake news, sembra legittimare l’uso della forza, la denigrazione, il clima di intolleranza, arrivando persino ad accettare di introdurre il reato di opinione: una forma di psicoreato orwelliano secondo cui verrebbe punita non più l’azione ma la libertà di espressione e ancora prima di pensiero. Insomma, dopo la globalizzazione delle merci, si sono globalizzate le coscienze: dobbiamo esprimerci, parlare e pensare tutti allo stesso modo, uniformandoci al pensiero unico.
Dovremmo invece tornare a chiederci: a chi dovremmo davvero credere? E soprattutto, cui prodest? A chi giova tutto ciò che sta accadendo? Forse a chi ha interesse a plasmare la nostra coscienza per ottenere consenso?
I margini di libertà sono proporzionali alla nostra coscienza critica. Per vigilare sulla nostra libertà collettiva dobbiamo tornare a metterci in gioco e soprattutto a usare la nostra testa in modo critico anche qualora ciò significhi pensare controcorrente rispetto al pensiero unico.

giovedì 15 febbraio 2018

La Difesa della Razza










“La percezione del problema immigrazione è dieci volte superiore ai dati reali”.
Alessandra Ghisleri, sondaggista
“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà”. Philip K. Dick
Si stava parlando un po’ troppo di tasse, argomento sul quale gli italiani sembrano giustamente non credere più a nessuna delle iperboliche promesse dei cazzari.
La strage razzista tentata dal suprematista marchigiano ha riportato la campagna elettorale sul terreno più congeniale alle tre destre in corsa: la caccia al capro espiatorio, i migranti.
Il PD ha rivendicato i successi della Dottrina Minniti, cioè dell’efficienza dei campi di concentramento libici, mentre lo stesso Minniti minacciava di vietare le manifestazioni antifasciste.
In tema di disprezzo dei diritti umani Erdogan non ha molto da insegnargli.
Berlusconi ha promesso l’espulsione di 600.000 clandestini che in Italia non ci sono, anche a costo di espellere qualcuno sei volte di seguito.
Di Maio ha cercato di scavalcarlo a destra chiamandolo “Traditore della Patria”.
Nessuna delle accuse adoperate l’anno scorso anche dal M5S per cacciare dal Mediterraneo le ONG che salvavano vite umane è stata provata.
Di Maio negava d’aver usato la definizione “Taxi del Mediterraneo”, nonostante ci fossero le prove audio. Adesso probabilmente tornerà a rivendicarla.
Ci tiene a dimostrare che è pronto a rappresentare l’Italia.
Sappiamo benissimo che se Pamela Mastropietro fosse stata vittima d’un italiano, a nessuno sciacallo sarebbe fregato niente di lei.
Si sarebbe parlato di “Cultura dello sballo”, e quegli stessi bollettini di propaganda che adesso la sfruttano come giustificazione per il terrorismo neofascista l’avrebbero incolpata della sua stessa sorte.
In Italia c’è un femminicidio al giorno.
Se questo caso è diventato il tragico pretesto per la prima tentata strage italiana in stile USA è esclusivamente per motivi razziali.
Di tutte le cazzate raccontate in questa ripugnante campagna elettorale fatta solo di cazzate, una delle più false è che l’Italia non sia un paese razzista.
L’Italia è un paese profondamente razzista.
È il paese del colonialismo stragista, delle leggi razziali fasciste, dei cori da stadio che inneggiano ad Auschwitz e all’Etna, della Risiera di San Sabba e dei campi di concentramento in Libia.
Delle centinaia di aggressioni e omicidi razzisti che ogni anno i media mainstream ignorano o minimizzano per l’etnia delle vittime.
L’Italia è il paese che in 157 anni ha avuto una sola carica pubblica nazionale ricoperta da un’italiana di colore, la ministra Kyenge, che durante il suo brevissimo mandato è stata definita “un orango” dal vicepresidente del Senato.
E il Parlamento non l’ha ritenuto un insulto razzista.
L’Italia è macerata da un razzismo endemico che l’ha portata ad essere l’unico paese occidentale nel quale agli immigrati viene consentito di “integrarsi” solo come schiavi, sfruttati dall’imprenditoria legale come dalle mafie. Da quegli stessi padroni e padroncini che poi votano Lega, applaudono il terrorista neofascista, e si offrono di pagargli l’avvocato.
L’Italia è un paese razzista, cazzaro, e profondamente ignorante.
A Di Maio non manca niente per rappresentarlo.
In testa ai sondaggi però rimane il Polipo delle Libertà di Berlusconi, che incasserà sia i voti dei fascisti che acclamano Salvini, che quelli dei “moderati” che lo temono.
Come nell’Inferno di Dante, al vertice della piramide rovesciata c’è chi è stato capace di sprofondare più in basso.

mercoledì 14 febbraio 2018

Il ritorno del fascismo è figlio del liberismo e ha molti complici


Il killer nazifascista di Macerata ha ottenuto un successo travolgente. Il dibattito ufficiale minimizza la gravità del suo crimine, ignora le sue vittime e si concentra tutto sul "disagio sociale" provocato dai migranti. Credo che, nella Germania dove nasceva il nazismo, verso gli ebrei fosse lo stesso. Le parole più inquietanti non le ha dette il fascista Salvini, ma il ministro Minniti. Egli infatti ha affermato che nessuno debba farsi giustizia da solo. Giustizia? Sparare a persone individuate solo per il colore della pelle, per il ministro degli interni sarebbe dunque una forma distorta di giustizia. Che magari dovrebbe essere lasciata allo stato. Minniti e tutti gli esponenti del governo non hanno mai usato la parola razzismo, né tantomeno la parola fascismo, per la tentata strage di Macerata.

onaca del suo saluto romano, ma comunque mai usano la parola fascista. Bisogna andare sulla stampa estera per trovare questa parola, nei titoli che annunciano quanto accaduto da noi, che tra l'altro viene presentato come il primo atto di quel terrorismo che insanguina il resto d'Europa. Terrorismo fascista e razzista in Italia? Quando mai, il problema sono i Salvini e Casapound affermano che in Italia non c'è nessun rischio fascista e che chi usa questa parola lo fa solo per ragioni strumentali. Non è una novità, dal 1945 i fascisti si sono sempre mascherati in vario modo, spesso reagendo sdegnosamente a chi ricordava loro chi realmente fossero. Negli anni 70 mettevano le bombe e mai le rivendicavano. Ci pensava lo stato a coprirli e ad indirizzare altrove l'opinione pubblica. L'uccisione nella questura di Milano dell'anarchico Pinelli, assieme a Valpreda accusato innocente della bomba fascista di Piazza Fontana, aprì la via ad una lunga trama di stragi, insabbiamenti e depistaggi di stato.

Il potere in Italia ha sempre fatto leva sui fascisti, li ha fatti crescere e usati quando voleva diventare più autoritario, li ha colpiti quando voleva mostrarsi più democratico. I mass media che indirizzano l'opinione pubblica verso i migranti, quando viene sfasciato lo stato sociale e dilagano disoccupazione e povertà, rinverdiscono quella caccia alle streghe che anche altre volte hanno scatenato. Non a caso oggi è stata creata la categoria dell'insicurezza "percepita", quando tutti i dati statistici mostrano come delitti tremendi come quello di Macerata non possono portare ad alcuna generalizzazione, anzi negano che la popolazione italiana sia oggetto di un'aggressione criminale generalizzata da parte dei migranti.

Non ci sono italiani che non trovano lavoro perché glielo hanno rubato i migranti, mentre tanti sono in mezzo ad una strada perché le multinazionali chiudono e migrano indisturbate a saccheggiare altrove. La popolazione residente sta calando, perché sono più gli italiani che emigrano perché non trovano un lavoro decente, rispetto a coloro che vengono qui e che diventano schiavi sfruttati, da italiani naturalmente. Si dovrebbero combattere la disoccupazione, il degrado e lo sfruttamento del lavoro. Ma i razzisti parlano di sostituzione etnica addossando agli schiavi la colpa della schiavitù. Nulla di tutto ciò che è diventato senso comune è vero, ma è percepito così. Percepito come? Attraverso i mass media.

È il liberismo capitalista che ha fatto rinascere in Italia ed in Europa il fascismo. Anche questa non è una novità, dopo la crisi del 1929 i governi democratici tedeschi adottarono la politica dell'austerità e del rigore di bilancio e un insignificante gruppuscolo fascista sbeffeggiato da tutti conquistò il potere. Dopo la guerra lo stato sociale fu edificato come compromesso tra le classi, ma anche come garanzia di democrazia. La nostra Costituzione è antifascista perché promuove lo stato sociale contro la ferocia del mercato; ed è per i diritti sociali e del lavoro perché è antifascista. Decenni di politiche di smantellamento di quei diritti, nel nome dell'Europa e della globalizzazione, hanno divelto le basi materiali dell'antifascismo e fatto risorgere i mostri.

È per questo che il mondo PD non usa la parola fascismo, ma condanna genericamente e ipocritamente l'odio. Meglio condannare moralisticamente un sentimento, che dover riconoscere i frutti marci della propria politica. E il M5S, che pure non è responsabile delle politiche economiche di questi anni, adotta ora lo stesso linguaggio del PD, evidentemente pensando che nessun partito che voglia governare, possa usare parole sconvenienti come fascismo e razzismo. Così da un lato ci sono quelli che raccomandano di stare buoni, dall'altro coloro che giustificano il killer di Macerata. La dialettica politica ufficiale è tutta qui.

Certo i gruppuscoli fascisti non prenderanno mai il potere. Quando ci provarono nel 1970 con Junio Valerio Borghese, i loro protettori della Nato li convinsero a fermarsi e ad uscire dai ministeri dove erano entrati. I fascisti oggi non devono prendere il potere, ma aiutare il potere a fascistizzarsi. Cosa che sta facendo benissimo, basti pensare alle leggi di polizia di Minniti. Il potere, italiano e UE, per continuare con le politiche liberiste di devastazione sociale, deve imporre un sistema sempre più autoritario ed intollerante. Se gli sfrattati si organizzano, lottano, magari contrastano la polizia che li vuole sbattere fuori di casa, allora questa è inaccettabile violenza degli antagonisti e dei centri sociali. Invece se un fascista spara nel mucchio ai neri, questo è disagio sociale. Se i poveri si ribellano vengono repressi, perché per il palazzo i poveri devono solo odiarsi tra loro. D'altra parte come farebbe il 10%, che diviene sempre più ricco impoverendo il restante 90, come farebbe a comandare e a distogliere da sé l'indignazione popolare, se non volgendola verso i migranti oggi, domani verso chissà chi. A questo servono i fascisti.

Non facciamoci illusioni, il guasto oramai è profondo. Anni ed anni di politiche liberiste e di diseguaglianza sociale, la resa della sinistra di governo al mercato, hanno diffuso una mentalità reazionaria di massa. L'antifascismo non deve solo essere affermato, ma ricostruito. Non sarà semplice, ma soprattutto non sarà possibile se l'antifascismo non si rivolgerà contro il feroce potere degli affari che ci governa. Bisogna lottare duramente sia contro le politiche di austerità liberiste, sia contro il risorgere del fascismo, chiamando ogni cosa con il suo nome, senza reticenze e senza paura. Ci vuole un antifascismo sociale, quello che ha scritto la nostra Costituzione, finora ignorata e violata da tutti coloro che hanno governato.
di Giorgio Cremaschi
Fonte: Vento Ribelle

martedì 13 febbraio 2018

Lo sciopero elettorale



Con sadica gioia e nazionale fierezza, non vedo l’ora che fra qualche giorno si apra il periodo elettorale. Si può persino affermare che lo sia già, che lo è sempre stato e che, visti i nostri costumi parlamentari e i nostri gusti politici, che sono quelli di disprezzarci gli uni con gli altri, questo non modificherà nulla delle nostre abitudini e dei nostri piaceri. Ma ciò che è impossibile prevedere è la sua fine, e se mai avrà una fine.

Dio non voglia!

Non si potrà più fare un passo per strada senza essere sollecitati, adescati, entusiasmati da forti e diverse distrazioni, in cui il piacere degli occhi si mescolerà alle gioie dello spirito, senza veder stagliarsi l’infinita idiozia, l’infinita stoltezza della politica sui muri, sui tronchi d’albero, sui pali indicatori. Ogni casa sarà trasformata in sezione; in ogni pubblica piazza ci saranno raduni urlanti; dall’alto di ogni pulpito, bizzarri personaggi vomitati da chissà quali misteriose casseforti, strappati all’appiccicosa oscurità di chissà quale caverna giornalistica, gesticoleranno, sbraiteranno, abbaieranno e, con gli occhi iniettati di sangue, la bocca schiumante, ci prometteranno la felicità. Da Aosta a Lecce, da Bolzano a Ragusa, per renderci felici tutti si accuseranno di furto, di truffa, di assassinio; si rinfacceranno a vicenda l’incesto, lo spionaggio, il tradimento, l’adulterio; sbandiereranno conti bancari, bilanci di partito, lenzuola da letto. L’Italia intera diventerà un’immensa latrina in cui ignobili ventri riverseranno pubblicamente il flusso pestilenziale delle loro deiezioni. Si camminerà nella spazzatura, immersi fino al collo. E ci rallegreremo di questa posizione.

Sì! Che popolo meraviglioso siamo!

Se c’è una cosa che mi meraviglia prodigiosamente è che alle soglie del terzo millennio, dopo essere passati attraverso innumerevoli esperienze, dopo aver assistito a scandali quotidiani, possa ancora esistere nel nostro Bel Paese un elettore, un solo elettore, questo animale irrazionale, inorganico, allucinante, che consenta di distogliersi dalle sue faccende, dai suoi sogni, dai suoi piaceri, per votare in favore di qualcuno o qualcosa. Se ci riflettiamo un solo istante, questo sorprendente fenomeno non è fatto per sconcertare le più sottili filosofie e confondere la ragione? Dov’è il pensatore che ci darà la fisiologia dell’elettore moderno? Dov’è lo scienziato che ci spiegherà l’anatomia e la mentalità di questo incurabile demente?

Li aspettiamo.

Io capisco che un truffatore trovi sempre degli azionisti, la Chiesa dei fedeli, la censura dei difensori, la televisione degli spettatori; capisco che un semianalfabeta si ostini a cercar rime; capisco tutto. Ma che un Deputato, o un Senatore, uno qualsiasi di quegli strani buffoni che reclamano di possedere una qualsivoglia funzione elettiva, trovi un elettore, ossia l’essere inimmaginabile, il martire improbabile che lo nutra col suo pane, lo vesta con la sua lana, lo ingrassi con la sua carne, lo arricchisca col suo denaro, con la sola prospettiva di avere in cambio di queste prodigalità delle randellate sulla nuca, dei calci nel deretano, quando non delle fucilate nel petto — in verità, ciò supera la visione già molto pessimista che m’ero fatto sin qui della stoltezza umana.

Ben inteso, sto parlando dell’elettore accorto, convinto, dell’elettore teorico, di colui che pensa — povero diavolo! — di compiere un atto da libero cittadino, di ostentare la sua sovranità, di esprimere le sue opinioni, di imporre (o ammirevole e sconcertante follia!) dei programmi politici e delle rivendicazioni sociali. Non parlo certo dell’elettore che «se ne intende» e che se ne fa beffe, di chi nei «risultati della sua onnipotenza» vede solo una indigestione nella pizzicheria reazionaria, o una baldoria al vino progressista. È nel vero, perché solo questo gli interessa e se ne frega del resto. Sa quello che fa.

Ma gli altri?

Ah! Sì, gli altri! I seri, austeri, i popolo sovrano, quelli che si sentono invadere dall’ebbrezza quando si guardano e si dicono: «io sono elettore! Niente si può fare senza di me. Io sono la base della società moderna. Grazie alla mia volontà, Tizio fa leggi a cui sono sottoposti milioni di esseri umani, e Caio pure, e Sempronio anche». Come possono ancora esistere simili campioni? Per quanto testardi, orgogliosi, paradossali, com’è possibile che dopo tutto questo tempo non siano ancora scoraggiati e vergognosi delle loro attività? Com’è possibile che da qualche parte — persino nelle lande più desolate della Padania, o nelle più inaccessibili caverne dell’Aspromonte — si incontri un brav’uomo così stupido, così irragionevole, così cieco a quanto si vede, così sordo a quel che si dice, da poter votare verde, bianco o rosso, senza essere costretto da qualcuno, senza essere pagato per farlo?

A quale strano sentimento, a quale misteriosa suggestione può obbedire questo bipede pensante, dotato di una volontà (perlomeno presunta) e che, fiero del suo diritto, sicuro di aver adempiuto a un dovere, se ne va a deporre una scheda in una qualunque urna elettorale? Dentro di sé, deve pur dirsi qualcosa che giustifichi o che almeno spieghi il suo atto stravagante. Che cosa spera? Perché infine, per acconsentire a donarsi a padroni avidi che lo derubano e lo accoppano, è necessario che egli si dica e che speri in qualcosa di straordinario che noi non supponiamo. È necessario che, grazie a potenti deviazioni cerebrali, le idee del deputato corrispondano per lui a idee di scienza, di giustizia, di lavoro e di probità. È necessario che egli scopra una magia speciale nei soli nomi di Bersani e Berlusconi, non meno che in quelli di Monti e Vendola, e che attraverso un miraggio veda fiorire e schiudere in Casini e Grillo delle promesse di futura felicità e di sollievo immediato.

E questo è veramente spaventoso. Niente gli funge da lezione, né le commedie più burlesche, né le tragedie più sinistre.

Ebbene, nel corso dei secoli in cui il mondo dura, in cui le società si svolgono e si succedono, simili le une alle altre, un fatto unico domina tutte le storie: la protezione per i grandi, l’oppressione per i piccoli. Non riesce a capire che ha una sola storica ragione d’essere: pagare per un mucchio di cose di cui non godrà mai e morire per combinazioni politiche che non lo riguardano affatto.

Che gli importa se è Tizio o Caio a pretendere denaro e prendergli la vita, dal momento che è obbligato comunque a privarsi dell’uno e a dare l’altra? Ebbene no! Tra i suoi ladri e i suoi carnefici, ha delle preferenze e vota per i più rapaci e i più feroci. Egli ha votato ieri, voterà domani, voterà sempre. Le pecore vanno al mattatoio. Non dicono niente, loro, e non sperano niente. Ma per lo meno non votano per il macellaio che le ucciderà, né per il padrone che se le mangerà. Più bestia delle bestie, più pecora delle pecore, l’elettore elegge il suo boia e sceglie il suo padrone. Ha fatto delle Rivoluzioni per conquistare questo diritto.

O buon elettore, indescrivibile imbecille, povero diavolo, se invece di lasciarti prendere dagli assurdi ritornelli che ogni mattina ti spacciano per due soldi giornali grandi e piccoli, azzurri o neri, bianchi o rossi, e che sono pagati per avere la tua pelle; se invece di credere alle chimeriche adulazioni con cui si accarezza la tua vanità, con cui si circonda la tua penosa sovranità inginocchiata; se invece di fermarti, eterno curioso, davanti alle pesanti frodi dei programmi; se leggessi di tanto in tanto qualche filosofo del passato che la sapeva lunga sui tuoi padroni e su di te, forse impareresti qualcosa di sorprendente e utile. Forse, dopo averlo letto, avresti meno fretta di indossare la tua aria greve e il tuo bel cappotto per correre poi alle urne omicide dove, qualsiasi nome metterai, indicherai il nome del tuo più mortale nemico. Da vero conoscitore dell’umanità, ti svelerà che la politica è un’abominevole menzogna, dove tutto è il contrario del buon gusto, della bellezza e dell’etica.

Se vuoi, sogna pure paradisi di luci e di profumi, di fratellanze impossibili, di felicità irreali. È bello sognare, attenua la sofferenza. Ma non mescolare mai l’uomo al tuo sogno, perché dove c’è l’uomo, là ci sono il dolore, l’odio e l’omicidio. Ricordati soprattutto che l’uomo che sollecita i tuoi suffragi è di per sé un disonesto, perché in cambio della situazione e della fortuna verso cui lo spingi, ti promette un mucchio di cose meravigliose che non ti darà e che del resto non ha il potere di darti. L’uomo che eleggi non rappresenta né la tua miseria, né le tue aspirazioni, né qualcosa di te; rappresenta solo i suoi interessi, che sono opposti ai tuoi. Per confortarti e rinvigorire dalle speranze che saranno presto deluse, non pensare che il penoso spettacolo a cui assisti oggi sia caratteristico di un’epoca o di un regime, e che passerà. Tutte le epoche si equivalgono, e anche tutti i regimi, cioè non valgono niente. Quindi torna a casa, brav’uomo, e fai lo sciopero elettorale. Non hai nulla da perderci, te lo assicuro; e ti potrai divertire per un po’. Sulla soglia di casa, sbarrata ai postulanti dell’elemosina politica, guarderai sfilare la bagarre.

E seppur in un angolo sconosciuto esistesse un onest’uomo capace di governarti e di accudirti, non rimpiangerlo. Sarebbe troppo geloso della sua dignità per mescolarsi alla lotta fangosa dei partiti, troppo fiero per ricevere da te un mandato che accordi solo al cinismo, al malaffare e alla menzogna. Te l’ho detto, brav’uomo, tornatene a casa a scioperare.

giovedì 21 settembre 2017

Cena Benefit x Agripunk a Roma!



La divisione secolare (di potere) tra essere umano e animale ha portato oggi a una moltiplicazione gerarchica di valori che assegna ad ognuno di questi "due gruppi" una posizione differente nella scala sociale e per evidente estensione a quella culturale. Questi valori aberranti (che ritroviamo anche nei "sottogruppi" umani per alimentare continue prevaricazioni) sono il frutto della dissennata politica che tende a dividere gli individui, a perpetuare la divisione in corpi, non per differenze intime o insite ma per utilizzo, proprietà, profitto e una terrificante concezione di superiorità, ad affidare privilegi agli uni e compiti gravosi e umilianti gli altri al fine di garantire l'eterno dictat dello sfruttamento animale. Valori che non solo sono fondanti della società dell'oppressione ma ne diventano strumenti individuali di esercizio del potere ( il mio cane, il mio gatto, il mio essere bianco, etero, maschio, femmina). Rivoltarsi e rivoluzionare la gerarchia dei valori, adoperarsi per la loro scomparsa, staccare la catena ombelicale che ne amplifica l'assuefazione non serve solo a far fiorire la libertà del singolo (trasmettendo ulteriore divisione) ma quella di tutt@.


Sono lieto di invitarti all'evento per contribuire ad aiutare Agripunk il rifugio per animali liberi ex lager del fantomatico mister "Parola di Francesco Amadori";

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA - CHIAMA ORA! ULTIMI POSTI DISPONIBILI---
Cena Benefit x Agripunk
1 Primo
1 Secondo
1 Dessert
1 Calice di vino
Alla romana 20€ a capoccia di cui ben 5 euro benefit per il rifugio antispecista.
Un'occasione per supportare, magnare, discutere, bevere, spettegolare, ribevere e rimagnare.
La serata continua fino a notte fonda con varie ed eventuali fuoriprogramma dopocena.
#supportAgripunk

Potrai degustare le prelibatezze dello chef del ristorante La Capra Campa, ristorante che si trova di fronte al parco di Villa Gordiani, potrai inoltre acquistare i gustosi e raffinati formaggi vegetali In Forma prodotti nel laboratorio del ristorante, l'evento si farà il prossimo venerdì 22 settembre dalle ore 19,30 in poi, in quell'occasione potrai partecipare alla cena a favore di Agripunk al costo di venti euro a coperto (quindici euro per il ristorante e cinque euro riservati ad Agripunk), all'evento saranno presenti David e Desirèe i fondatori del rifugio, i quali racconteranno la storia di questo luogo magico e le storie degli ospiti non umani presenti, quello che hanno costruito in questi anni e i favolosi progetti per il futuro e tu potrai contribuire affinchè questa realtà unica in Italia e forse in Europa sia da esempio per 10, 100, 1000, 10.000 altri rifugi.
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Il rifugio per animali liberi Agripunk ha una storia lunga e travagliata, situato nella vallata incontaminata su di un terreno di ben ventisei ettari in località Ambra in provincia di Arezzo, nell'immediato dopoguerra gli americani costruirono sette enormi e cupi capannoni adibiti ad un allevamento intensivo di tacchini (gli americani hanno la barbara e agghiacciante usanza di ammazzare e cucinare tacchini in qualsiasi occasione e soprattutto durante la loro famigerata "Festa del Ringraziamento", durante la quale vengono sacrificati milioni di tacchini), questo vero e proprio lager era stato concepito per sfamare le migliaia di soldati americani stanziati nel nostro paese nelle varie basi militari costruite allo scopo di difenderci dall'invasione dell'armata sovietica, successivamente l'allevamento fu rilevato da mister "Parola di Francesco Amadori" il quale ha continuato imperterrito e per decenni ancora ad ammassare ed allevare tacchini fino al fatidico anno 2014, quando finalmente David e la sua compagna Desirèe aiutati da tanti altri amici sono riusciti a far chiudere questo nefando stabilimento, da allora questo luogo è stato trasformato in un rifugio di animali liberi di scorazzare e vivere in armonia con la natura, i dettagli di questa storia ed il suo felice epilogo verranno raccontati direttamente dai protagonisti durante la cena evento del 22 settembre prossimo, nel frattempo puoi visitare il loro sito e la loro pagina su Facebook, noi ti invitiamo a leggere alcuni affascinanti articoli scritti da loro e da Olmo Vallisnera in modo da farti assaporare ed annusare il profumo di questo luogo speciale ed unico, da qui al 22 settembre potrai leggere tanti altri loro deliziosi post nel blog Agripunk e sulla pagina di Olmo Vallisnera, buona lettura:

Regalo di un fratello di Olmo Vallisnera

L'isola che c'è Chiudete gli occhi. Immaginate una valle, una piccola valle nascosta, circondata da boschi di roveri, silenziosa, dove anche il vento l'accarezza dolcemente e la lascia riposare. Una valletta celata da sguardi indiscreti, protetta, nascosta dal caos frenetico della città... Lontana dalle moltitudini che quotidianamente rincorrono uno status deciso da altri, schiave loro stesse di una condizione di non appartenenza. Adagiata ai piedi della minuscola valle una piana, una piana al primo sguardo dolce, verde, sicura. Lentamente però osservandola con più attenzione ci si accorge che essa è troppo grande per una carezza di colline appena accennate, una piana importante contenuta a fatica da una corona di terra e roccia, querce e roverelle. Inchiodati, sprofondati con la forza del cemento una linea di capannoni giganteschi la occupano per gran parte, ecco, svelato forse il mistero di tale ampiezza, la piana ha le dimensioni misurate da migliaia di metri quadri di pareti, feritoie di metallo gelido, pavimenti umidi e bui, tetti che sfidano il cielo a una guerra a cui nessuno voleva partecipare. Chiudete gli occhi. Toccate le pareti, appoggiate le mani e dopo un attimo verrete travolti. Comincerete a sentire i rumori di fondo, a una prima superficiale lettura sembrano un infinito stormo di anatre selvatiche che riunite balzano per un ultimo saluto prima di emigrare verso lidi piu' caldi, sicuri. Animali liberi che dialogano allegri preparandosi a un lungo viaggio. Ma questa sensazione di pace svanisce velocemente. Più l'orecchio si tende, come un arco consumato da troppi schiocchi, e più si ha la sensazione che quei rumori di fondo non siano poi così rassicuranti. Ogni secondo trascorso con le mani sulle pareti amplifica il disagio innalzandolo a tali frequenze che i timpani cominciano a sanguinare, no, non è uno stormo che posa la sua dolce ombra sui campi sottostanti, non sono suoni che ti invitano a riposare ma sono grida, urla che non danno scampo. Decine, centinaia, migliaia di grida esplodono come un temporale minaccioso. Un terrificante, violento e innaturale temporale ti strappa il fiato lasciandoti senza voce, i polmoni sussultano, cercano ossigeno in una disperata corsa verso un cuore che ha già capito tutto. Ti fermi, rimani bloccato, le gambe non acconsentono più a seguirti, ti sono nemiche, vogliono solo voltarsi e scappare via. Fai uno sforzo immane per rimanere in equilibrio, ti appoggi alla parete ma ecco che vibra per l'onda d'urto di un dolore passato, un terremoto di piume fradicie, ali incastrate, becchi tagliati, zampe spezzate. Calma !, calma...., riprendi il respiro, ti sforzi di pensare ad altro, guardi in alto, una piccola rondine passa velocemente in piccoli cerchi, si avvicina, sente il buio della vita che trasmetti e in un battito frenetico scappa via. Ansimi, la frequenza sale, il tremore delle mani non accenna a smettere, le osservi, non riesci a dare un freno ai singhiozzi, stringi le labbra in un ultimo morso di coraggio e poi urlando con l'ultimo fiato che hai in gola chiedi scusa, scusa, scusa. Squarciando il tuo petto cerchi di respirare, abbassi gli occhi, serri i pugni e violenti le tue gambe che non sentono l'impulso a muoversi, poi, ti concentri sul bosco circostante, si, hai una via di fuga, ormai sordo dai lamenti ti tendi come una molla e scompari, scappi via.....stacchi le mani. Chiudete gli occhi. Capannoni nascosti, lager impenetrabili che si aprono e si chiudono solo per fare caricare e scaricare migliaia di vittime, la loro unica colpa essere degli oggetti, delle cose, della carta straccia. Vittime costrette a sopravvivere ammassate senza aria, ferite, umiliate e torturate per ingrassare individui feroci e accontentare la gola di altri. Migliaia di piccoli esseri privati non solo della libertà, della vita, della loro natura ma insultati anche da morti, scherniti, presi a calci. L'olocausto dura mesi, anni, poi si ferma, viene fermato, nessuna dittatura è eterna. Adesso, aprite gli occhi. L'erba ha acquistato un verde brillante, spacca il cemento creando fessure sempre più larghe. Decine di animali: colombi, capre, pecore, mucche, galline, maiali, cinghiali e altri fino a poco tempo prima segregati respirano spensierati tra i corridoi dei lager, inconsapevoli del dramma che quelle pareti hanno testimoniato, ma portatori loro stessi di altri drammi, altri lager. Timidi si affacciano alla piana e dopo un ultimo sguardo fugace si lasciano trasportare dall'aria profumata di una nuova primavera. Un piccolo laghetto traspira umidità, le sue acque un tempo marce di morte sono finalmente limpide, placate. Piccoli alberi da frutto riposano all'ombra di colline liberate, una leggera sinfonia di saltelli accompagnano un torrente simbolo di una rinascita.
Spalancate gli occhi. Questo non è un sogno, una fiaba per costringerci a vivere di fianco alla sofferenza, per non pensare, o un incubo che ci attanaglia le notti insonne, ma è realtà. Questo angolo di terra, questa valletta strappata alla violenza esiste. La chiamerei “l'isola che non c'è” ma non posso questa isola è palpabile, è presente. Nascosta da una cintura di alberi complici, da profumi delicati di fiori di collina, da rumori familiari, semplici, sereni, finalmente sereni. Abitata da animali umani e da animali non umani, insieme, rispettandosi e imparando da ognuno nuove esperienze. Qui gli animali non vengono acquistati per uno stupido concetto di liberazione, qui vengono strappati dalle morse del sistema. Ormai e' mattina devo partire, un ultimo sguardo alla piana, ai suoi colori e poi mi volto, respiro profondamente, le sensazioni di comprensione qui hanno un senso. Mi allontano, non mi accorgo che qualcuna mi sta osservando, tranquilla, le ferite ormai rimarginate da tanto tempo, una forza di tale portata che intimidisce, una testimone diretta dell'ecatombe, l'ultima sopravvissuta all'infinita, assurda giostra del dolore. Poi una sensazione, mi volto e la vedo, riesco a salutarla, ora riesco a sorridere, ora riesco a respirare... All'orizzonte si staglia una piccola nuvola, sembra quasi abbia la forma di un cuore, chissà mi dico, forse anche le nuvole vogliono chiederti scusa...
Olmo 25 febbraio 2016

Gli ospiti non umani di Agripunk hanno tante storie da raccontare, qui di seguito la storia di Scilla un torello riuscito a scappare dalle grinfie dei suoi aguzzini, è fuggito da una nave gettandosi in mare, una nave che trasportava bestiame nel mar mediterraneo, il torello si è buttato in mare fra Scilla e Cariddi nello Stretto di Messina, ecco la sua storia...

Regalo di un fratello per Scilla di Olmo Vallisnera

BUIO.
FREDDO.
NON RESPIRO, MI MANCA L'ARIA, AIUTO!
Vicino a me centinaia di fratelli, sorelle che piangono, urlano, si schiacciano fra di loro, perche?

Perchè rinchiusi al buio, incatenati, percossi, umiliati, perche?
Devo respirare, sono giovane non voglio morire.
Alcuni compagni cercano di fare scudo ai più deboli, prendono le bastonate al posto loro, non si piegano, dove la trovano la forza, loro stessi imprigionati senza colpa.
Nel buio più totale il sangue, l'odore del sangue è insopportabile.
Mi giro e cerco di abituare gli occhi all'oscurità... ecco!
Un barlume di luce.
Devo farmi forza, devo avvicinarmi a quella luce a quell'ossigeno, a quell'ultimo ossigeno.

Cerco di attraversare quel corridoio infinito di corpi, scavalco il dolore, la rassegnazione alla violenza, metro dopo metro.
Ora sono vicino, la luce penetra nella mia carne, sento l'aria, pulita, sa di sale.
Un uomo scende le scale e apre un cancello per depositare dei secchi, si volta, va via.
Ha lasciato il cancello aperto!
Forza vai

Salgo faticosamente le scale e a un tratto sono all'aperto.
Davanti a me un oceano di acqua, mamma mia che paura e ora?
.
Vedo degli uomini che corrono verso di me, e ora?
Gli uomini si avvicinano, hanno la bava alla bocca, sono arrabbiati, ormai pochi metri.
Poi tutto cambia.

Il comandante sorridendo sarcastico sibila
.
L'acqua è fredda, faccio fatica a nuotare ma sono giovane, non devo cedere.
Non avevo mai visto tanta acqua, non so dove andare, mi sento stanco ma devo allontanarmi al più presto, morirò ma morirò libero.
Ore a nuotare nella corrente gelida, in mare aperto, l'acqua che penetra nelle narici, in bocca, il sale che brucia sulle ferite ma devo nuotare, devo allontanarmi.
Sento un rumore che cos'è? noo! una barca, mi hanno trovato.
Uomini mi legano, mi trascinano, rumore di motori e poi la costa.
Non riesco a camminare, sono distrutto, lasciatemi qua, mi gira la testa.
Un rumore sordo, il giovane crolla sull'asfalto del molo, sfinito.
Albe e tramonti si susseguono.
Perchè non mi uccidono?
Ormai sono mesi che mi tengono qui.
Ogni tanto vedo degli umani che si avvicinano, non mi colpiscono con il bastone, mi piace questa cosa, ma chi sono?
Ore, giorni, mesi e poi qualcosa cambia.
Oggi vedo dei gran preparativi, non capisco cosa succede, ma intuisco che vogliano portarmi da qualche parte.
Rumore di strada, l'aria entra dall'alto, un'aria fresca chissà dove mi portano, ho paura.
Poi il motore si ferma, sento chiaccherare fuori, si apre il portone e vedo degli umani che mi guardano.
Scendo e ho l'impressione che non sia in pericolo, comunque aspetto per sicurezza, male che vada corro.
Qualcuno si avvicina, una carezza, un sorriso, mamma mia che bello!
Non avevo mai sentito una carezza, ma chi siete?
Perchè voi non mi picchiate?
Mi addormento, esausto.
La mattina dopo è diversa dalle altre, da tutte le altre.
Sento un profumo di erba bagnata, sento allegria, sento tranquillità.
Vedo che ci sono altri miei fratelli e sorelle che stanno bene, ma dove sono?
Vi prego non prendetemi in giro, ditemi dove sono?
Una carezza mi calma e poi un'altra, mi piacciono le carezze.
Vedo delle lacrime scendere da chi mi sta vicino, occhi belli, profondi, come i miei.
Guardo queste persone che mi parlano sottovoce, mi parlano d'amore, mi trasmettono pace, finalmente pace e piango anch'io.
Piango tutte le lacrime che ho trattenuto in mare, le lacrime dei miei fratelli e delle mie sorelle. Ancora devo capire dove sono, ma una cosa l'ho capita, qui sono in salvo, potrò crescere, giocare, vivere...
Scilla è salvo.
Salvato da esseri umani che guardano l'orizzonte con occhi puliti.
Il rispetto e la determinazione alle volte, alcune volte hanno la forza di attraversare oceani e volare sopra colline liberate.
Grazie ragazz*, grazie.
Olmo

1 Febbraio Scilla finalmente libero di Desirèe

Sono passati 4 mesi dall'arrivo di Scilla al nostro rifugio.
Un mese per abituarci alla reciproca presenza, gli altri 3 per aspettare la conferma della riuscita della castrazione.
Conferma arrivata e quindi scongiurato qualunque rischio di avversità, conflitto oppure semplicemente scongiurati eventuali accoppiamenti indesiderati.
Niente più si intrometteva quindi tra lui e il resto della banda.
Così il 1 febbraio 2017, si aprivano i cancelletti della zona di ambientazione e Scilla finalmente si univa alla mandria e al gregge correndo come un matto sotto la pioggia, come un ragazzino felice di uscire finalmente a giocare con gli amici.

Lui è stato il nostro chiodo fisso per tanti mesi... da aprile 2016 quando, appena letta la sua storia, abbiamo immediatamente contattato tutt* per chiedere che venisse risparmiato e mandato da noi... con tutti gli alti e bassi, le difficoltà, il tempo che passava e lui lì che aspettava.
Chissà se lo sapeva che ogni giorno pensavamo a lui, chissà se si rendeva conto di aver dato, con il suo gesto disperato, nuova forza a così tante persone.
Chissà anche cosa ha pensato dopo le lunghe ore di viaggio fino a qui, quando ha visto cosa e chi lo attendeva fuori da quel recinto di ambientazione, antipatico quanto necessario.
Chissà se capiva quanto rispetto nutrivano per lui coloro che gli si presentavano davanti.
Lui così fiero ma alla fin fine così tenero... stiamo pur sempre parlando di un cucciolone travolto da una serie di eventi così strani da far girar la testa a chiunque.
Di sicuro sappiamo cosa pensa ora o almeno lo possiamo intuire dal suo sguardo, cambiato così tanto nel giro di pochi minuti.
Lui se lo sentiva che era il momento... da giorni ci dava segnali abbastanza espliciti e ce lo chiedeva!
Lo abbiamo quindi, ascoltato di nuovo e abbiamo aperto l'ultima "gabbia" della sua vita.
Ora è davvero libero, insieme a tutt* le/gli altr* abitanti del pascolo che l'hanno accolto davvero come un principe e con lui noi tutt*, che finalmente riusciamo ad assaporare l'essenza vera della sua liberazione o forse, l'essenza vera della liberazione stessa.
Non è forse un caso che oggi, a 22 anni dalla morte di Jill Phipps investita durante un presidio da un camion che trasportava vitelli per la macellazione, si senta così forte la necessità di assaporare davvero la libertà.
Quella libertà che lei non ha più, quella libertà per la quale tanto ha lottato, quella libertà per la quale è morta.
La libertà di Scilla la dedichiamo a lei.

Ancora sul torello Scilla un articolo di Pagine Vegan:
Il torello Scilla è sano e salvo e noi siamo nell’Antropocene

Scilla, un eroe del nostro tempo

Erano i primi dell’aprile scorso quando ci giungeva la notizia di una “mucca” scoperta a nuotare nello Stretto di Messina. Ci sarebbero volute parecchie ore per saperne di più e soprattutto seguire a distanza il suo salvataggio. Il torello, come poi si è rivelato, veniva da una nave da trasporto che lo avrebbe dovuto consegnare alle sponde opposte del Mediterraneo insieme ad altri compagni al solito capolinea; il veterinario che lo ho visitato sul molo dopo il salvataggio aveva rilevato la presenza del microchip e quindi c’era la possibilità che il giovane, adesso di nuovo in mano degli uomini, dovesse riprendere il suo tragico viaggio. Grazie a Resistenza Animale, ad Agripunk, a Enpa Sicilia e Nazionale, e anche alle migliaia di persone che hanno attivato il mail bombing verso le autorità competenti affinché si convincessero a dare in adozione il vitello, subito battezzato Scilla, oggi Scilla è un animale libero.
È appena arrivato ad Agripunk che l’ha chiesto tempestivamente in adozione; è stato accolto nel rifugio “per tutti gli animali” situato in provincia di Arezzo, ex sede di un allevamento intensivo di tacchini e oggi punto di riferimento della cultura equispecista. Da oggi Scilla condurrà la sua vita in libertà, insieme ad altri animali salvati dal macello e vivrà, speriamo, lunghissimi anni; forse ci regalerà, come capita a molti animali nei rifugi, sprazzi del suo carattere e della sua personalità, aiuterà altri compagni,sarà un leader o un timidone… Abbiamo speranze riposte in lui! Il coraggio di Scilla, la sua voglia di libertà non possono che esserci d’insegnamento e di ispirazione.

mercoledì 20 settembre 2017

Siamo tutt* Terrestr*! - Ideologia e pratica antispecista


Se dovessi rispondere alla domanda:
Che cos'e' l'ipocrisia?
e in una sola parola rispondessi: Conformismo, verrei subito compreso.
E allora mi dico, perchè quando mi chiedono:
Che cos'è la democrazia?
e io rispondendo:
È doppiezza, non vengo compreso?
Eppure questa seconda risposta è semplicemente la prima trasformata.

(appunti su J.P.)

Siamo tutt* Terrestr*! - Ideologia e pratica antispecista



Premettiamo che è più semplice fare antispecismo che parlarne, ma considerando il momento storico che stiamo attraversando è il caso di mettere in chiaro alcuni punti fondamentali, imprescindibili per poter definire al meglio il concetto stesso di antispecismo. Prima di tutto però è necessario chiarire che cosa sia lo specismo e, conseguenzialmente, l'antropocentrismo. Si può dire che lo specismo è figlio di quella cultura antropocentrica che pone l'essere animale umano come specie dominante sul pianeta e su ogni specie vegetale e animale presente sulla Terra. Una cultura del dominio che porta la maggior parte delle persone a sentirsi libere, disinteressate o inconsapevoli, di segnare, direttamente o indirettamente, la morte di quelle specie animali ritenute inferiori rispetto all'animale umano, e quindi sacrificabili per ragioni di gola, guadagno, cultura. Questa convinzione è stata rafforzata da quel fenomeno di delega che, soprattutto dopo la rivoluzione industriale, ha portato il consumatore a vivere con distacco ciò che si cela realmente dietro a quei processi produttivi che causano devastazione ambientale, sfruttamento animale, oppressione dei popoli.
Una strategia molto cara all'industria, che si tratti di piccola o grande produzione, che punta a deresponsabilizzare il consumatore che in questo modo non percepisce il peso che hanno le proprie scelte quotidiane e quanto egli possa fare la differenza, che si tratti dei delicati equilibri ambientali o della libertà di altri esseri viventi.
Per questo "siamo tutt* terrestri", perché l'essere animale umano è una delle tante specie che la Terra ospita, un pianeta che deve essere concepito come il primo, grande, essere vivente che è nostro compito preservare e tutelare, nel rispetto delle altre specie vegetali e animali, senza l'arroganza e quell'egocentrismo di specie che ci fa ergere a dominatori di territori e giustizieri di altri esseri viventi.
A prescindere dalla specie di appartenenza, siamo tutt* figl* e ospit* dello stesso pianeta, appartenenti a quel mondo animale di cui anche l'essere umano fa parte, non come dominatore, ma come uno dei tanti tasselli che devono incastrarsi tra loro per determinare quella convivenza pacifica che garantisca a ogni essere vivente pari libertà e diritti.
L'antispecismo è cultura, pensiero, azione e soprattutto rispetto; è un modo di percepire, concepire e agire, una scelta che pone come principi il rispetto della vita in senso assoluto, la parità e la libertà di ogni essere vivente.
L'antispecismo non è un traguardo, ma un percorso da sviluppare e nutrire ogni giorno, che parte dal veganismo e da quella scelta nonviolenta da applicare a ogni nostra azione quotidiana.
L'antispecismo è liberazione animale, umana e della Terra, tre aspetti che non possono prescindere gli uni dagli altri.
L'antispecismo non è solo animalismo e non deve neanche essere concepito come tale, in quanto l'animalismo spesso si riduce a un'espressione di lotta limitata, specista e in alcuni casi anche fascista, che per queste ragioni spesso risulta controproducente ai fini della liberazione terrestre.
Il percorso antispecista deve condurre a concepire la liberazione totale, che non sarà mai auspicabile se si conducono le lotte in maniera settaria: auspicare la liberazione animale senza quella della Terra porta gli animali graziati dai luoghi di sfruttamento a essere introdotti in un ambiente che ad oggi è soffocato da cemento e industrie, avvelenato da sostanze chimiche e idrocarburi, dove le aree verdi sono sempre più rare. Quindi quanto si può veramente parlare di liberazione?
Al giorno d'oggi, nella società per come è costituita in questo momento, non è possibile definirsi antispecisti. È importante comprendere quanto questo sia un percorso che dura tutta la vita e che deve portare nel quotidiano a domandarsi cosa poter fare per essere meno impattanti del giorno precedente.

Anche se ad alcuni la seguente affermazione potrebbe non piacere, è doveroso precisare quanto l'antispecismo sia politica, ma non quella alla quale siamo abituati e ci hanno voluto abituare, bensì la politica dal basso, svincolata da ogni forma partitica e istituzionale, fatta dalle persone attraverso ogni scelta quotidiana.
Per questa ragione è altrettanto importane specificare, anche se non dovrebbe essercene bisogno, che l'antispecismo è antifascismo, in quanto rappresenta la quadratura del cerchio, l'evoluzione e l'unione naturale di tutte quelle espressioni di lotta che combattono le varie forme di discriminazione: antirazzismo, antisessismo, antiomotransfobia etc.
Questo va precisato, perché troppo spesso vengono espressi pensieri quali "per gli animali va bene tutto", "agli animali non importa il colore della bandiera". Gli animali non umani hanno tutto il diritto di non interessarsi a questi aspetti, ma chi abbraccia, sostiene e porta avanti idee antispeciste invece sì.
Lottare per la liberazione animale trascurando o, peggio ancora, calpestando le altre lotte, disinteressandosene o ritenendole di secondaria importanza, significa alimentare quella stessa ideologia specista che l'antispecismo deve invece combattere.
Un percorso, quello antispecista, che non deve assolutamente essere imposto né dall'alto né dal basso, bensì intrapreso attraverso il risveglio delle coscienze, un processo stimolato dall'informazione, dalla diffusione della verità, quella che troppo spesso viene celata da chi lucra grazie alla permanenza di una società specista.

Per la stessa ragione l'antispecismo rifiuta ogni forma di istituzione e gerarchia: auspicare la liberazione attraverso l'approvazione di leggi è una strategia fallimentare quanto pericolosa.
Imporre la liberazione animale attraverso l'approvazione di leggi può apparire come un atto di fascismo e oppressione che non ha nulla a che vedere con il concetto stesso di liberazione.
Si tratta di un approccio fallimentare perché, oltre al fatto che le leggi si fanno e si disfano ogni giorno, l'aspetto più pericoloso è rappresentato dal fatto che la liberazione animale non è avvenuta per una reale presa di coscienza del problema da parte della società, ma attraverso un'imposizione dall'alto che di fatto non cambia la mentalità delle persone.
Non sono le lotte a breve termine che conducono alla liberazione, ma un percorso di informazione e dialogo costante che porti ad un cambiamento solido e duraturo, basato su idee pure, non su imposizioni né tantomeno da trampolini elettorali.

Come ogni movimento che si rispetti, anche quello antispecista sta già subendo quel processo di mercificazione tanto caro al mercato e all'industria che punta a svuotare la lotta di ogni principio e valore, riducendola semplicemente a una moda, nel tentativo di assicurarsi sempre nuovi consumatori.
Un esempio su tutti può essere l’opera di mercificazione subita dal movimento punk del ’77, al quale siamo molto legati, che aveva la sua espressione vegetarianista e antimilitarista, e che non è morto quando i Clash hanno firmato per un’etichetta come molti potrebbero sostenere, ma quando i suoi simboli sono stati svuotati di ogni valore e principio.
Parliamo di spille da balia e borchie che ad un certo punto sono state strumentalizzate dalla moda e applicate su vestiti eleganti e articoli figli di quel capitalismo che il punk rifiutava.
Questo è solo un esempio per spiegare quanto il movimento antispecista sia già soggetto a tale processo di mercificazione, ancor prima di aver potuto esprimere a pieno i suoi valori e la sua identità.
Il fatto che icone dello sfruttamento globalizzato come McDonald’s, Granarolo, Cremonini (che per chi non lo sapesse è il primo produttore di carne di manzo in Italia, se non in tutta Europa, fornitore dello stesso McDonald’s e dei principali supermercati, proprietario della catena Chef Express e Road House) introducano sul mercato scelte alimentari definite vegan, da un lato denota la paura di queste super potenze che temono di perdere papabili clienti, dall’altro è un subdolo tentativo di ridurre la lotta a una mera scelta alimentare e di guadagno.
L’obiettivo dell’antispecismo non è quello di veganizzare l’industria, quanto piuttosto di prendere sempre più le distanze da essa, tornando al piccolo, a un commercio più sostenibile sotto ogni aspetto, basato sul chilometro zero, sulla stagionalità, sul prepararsi le cose a casa, sullo scambio, un ritorno alla natura, insomma.
Il veganismo non deve ridursi alla ricerca spasmodica di surrogati industriali che sostituiscano gli alimenti di origine animale; non si tratta di una dieta o di una scelta alimentare, ma di un atto di rifiuto nei confronti di quelle dinamiche di sfruttamento messe in pratica dall’industria – la cui base alimentare è solo una parte, conseguenza di idee e valori – e che quindi non può e non deve scendere a compromessi con essa.

L’antispecismo prima di tutto deve essere un percorso quotidiano da fare su se stessi, un miglioramento quotidiano alla ricerca di una sostenibilità ambientale e sociale sempre più spiccata, perché non si può pretendere di elargire informazioni e al tempo stesso risultati se innanzitutto non si è coerenti con se stessi.
La pretesa e l’imposizione sono due aspetti che vanno dimenticati; le caratteristiche dell’attivismo antispecista devono essere umiltà, pazienza e immedesimazione.
Umiltà, perché nessuno nasce antispecista, perché bisogna sempre ricordarsi che non si fa attivismo per sfogare le proprie frustrazioni, per ingrandire il proprio ego né per ragioni di protagonismo. Non si lotta per se stessi, ma per la vita di altri esseri viventi la cui libertà è determinata anche dall’efficacia e dalla serietà con cui si conduce l’attivismo.
Pazienza, perché ognuno ha bisogno dei propri tempi per fare le giuste riflessioni; c’è chi può essere stimolato da un aspetto piuttosto che da un altro, e pazienza, perché spesso capita di ricevere insulti e a volte anche qualche alzata di mano alle quali bisogna rispondere con indifferenza.
Immedesimazione, perché è indispensabile ricordare che, anche se si è intrapreso il percorso antispecista, anche noi in passato abbiamo commesso errori che adesso riteniamo abominevoli, ma che non sono cessati ricevendo insulti, subendo giudizi o vedendosi puntare il dito contro.

La cultura della nonviolenza (fisica, verbale, psicologica e comunicativa) deve essere il mezzo attraverso il quale diffondere quell’informazione pulita che conduce al risveglio delle coscienze, a comprendere che il cambiamento è nelle proprie mani e che il futuro non è scritto!
Fonte: Earth Riot

E per gli smemorati e per chi lo ha dimenticato o rimosso:


Vi spiego cos’è il fascismo e perché non è un’opinione meritevole di tutela e rispetto



Il termine fascismo deriva dai “fasci” (in latino fascis) di combattimento fondati nel 1919 da benito mussolini. Il riferimento era ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo del potere. L’ascia presente nel fascio simboleggiava il supremo potere di vita o di morte, mentre le verghe erano simbolo della potestà sanzionatoria, e materialmente usate dai littori per infliggere la pena della fustigazione.

Già dall’etimolgia, si possono dedurre facilmente alcune di quelle che sono le peculiarità dell’ideologia che sta alla base del fascismo: il culto di Roma, il culto della giovinezza, il culto della nazione, il culto della violenza e il “principio del capo”, che prevede una concezione gerarchica e piramidale del mondo (che esalta l’obbedienza, anche cieca, irrazionale e totale).

Il fascismo, sul piano ideologico, è anticapitalista, populista, fautore della proprietà privata e della divisione della società in classi, è antiborghese, antidemocratico e ostile alle istituzioni liberali e parlamentari.

Sul piano politico, fu un regime di carattere totalitario che fondava il proprio potere sull’uso della violenza e della repressione – anche tramite un costante richiamo all’odio, al disprezzo e alla denigrazione – verso i partiti e i movimenti antifascisti o antinazionali (comunisti, neutralisti, bolscevichi, pacifisti, democratici).

Durante il ventennio, il partito nazionale fascista divenne l’unico partito ammesso; il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al re e non più al Parlamento; tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia; gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti: erano proibiti scioperi e serrate; le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive, che venivano quindi abolite; fu instaurato il confino per gli antifascisti e reintrodotta la pena di morte per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo Stato.

Sotto il regime mussoliniano, tutta la stampa era sottoposta al controllo del governo e veniva censurata qualora riportasse contenuti anti-nazionalistici e/o di critica verso il governo; fu instaurato infatti un controllo sistematico della comunicazione e, in particolare, della libertà di espressione, di pensiero, di parola, di stampa; venivano inoltre represse la libertà di associazione, di assemblea e di religione.

Il regime mostrò grande interesse anche per le tecniche di formazio­ne e manipolazione del consenso: oltre la stampa, scuola, università, cinema, organizzazioni sportive e dopolavo­ristiche vennero integralmente “fa­scistizzate” (decisiva fu, in questo senso, la politica religiosa, culmina­ta con la stipula dei patti lateranen­si tra del 1929).

Nel 1938 il fascismo aderì alla legislazio­ne razziale antiebraica tedesca (che perseguitò anche omosessuali e zingari). Le leggi raz­ziali non furono solo il segno della subalternità italiana nei confronti del nazismo, ma anche l’apice dell’espressione della cultura antidemocratica e an­tiegualitaria di tutta l’ideologia fascista.

Poi seguirono la guerra e le persecuzioni: milioni di morti sotto i bombardamenti e dentro i campi di concentramento. La devastazione. L’orrore. L’annichilimento della natura umana.

La nostra Costituzione, scritta e votata all’indomani della fine della guerra e della caduta del fascismo, è il frutto di un importante compromesso, politico e culturale. Un “compromesso” che nasceva dall’esigenza di scongiurare il ripetersi degli errori (e degli orrori) appena commessi, e di inaugurare l’ingresso dell’Italia in una nuova era, fatta di Libertà, Eguaglianza, Giustizia e Democrazia.

L’art. 21 infatti, in vista di questo grande progetto, sancisce a chiare lettere la libertà di pensiero, di espressione e di stampa; libertà che frequentemente e a sproposito vengono invocate a tutela del diritto di rivendicare la propria fede e appartenenza all’ideologia fascista, o comunque, a una cultura che ne ricalca peculiarità e caratteristiche.

Ebbene, credo che il fascismo, come forma di governo, e soprattuto come ideologia, non rappresenti un’idea meritevole di rispetto.

“Essere fascisti” non è un’opinione, bensì una deviazione, culturale e politica, che racchiude in sé aspetti pericolosissimi: sia nelle intenzioni (teoriche), sia nelle possibili conseguenze (concrete). Come la storia insegna, a chi l’ha studiata.

Non è un caso, dunque, che i Padri Costituenti abbiano inserito, tra le disposizioni transitorie e finali della nostra Legge Fondamentale, il divieto di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista, proibendone l’apologia e il proselitismo. Impedendo così la nuova diffusione di un’ideologia che, come un virus, porta con sé un immenso carico di odio, violenza, razzismo, disuguaglianza e morte.

Francesco Giamblanco

Ps: maiuscole e minuscole non sono messe a caso.