martedì 25 settembre 2018

La liberazione umana senza la liberazione animale è irrealizzabile

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Per far sì che l'evento abbia la miglior riuscita possibile, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Invita i tuoi amici a partecipare, questo è il giorno in cui ci uniamo per la liberazione animale e pre la fine dello specismo.
Tutti i dettagli dell'evento saranno pubblicati in prossimità della data.

Finché un'ingiustizia non ha un nome, è invisibile.
E se è invisibile, non è percepita come un problema.
Il 29 settembre noi saremo a Roma per rendere manifesto l'invisibile, per dire a tutti che schiavizzare e uccidere altri individui, pensando che tutto questo sia normale, naturale e necessario, un nome ce l'ha: si chiama SPECISMO, e deve finire.




La liberazione umana senza la liberazione animale è irrealizzabile

In attesa dell'evento a Roma contro lo specismo  l'amica e attivista Barbara Carrie Balsamo Badu ricorda in questo post quello che tutti noi dovremmo tenere sempre nei nostri pensieri...

Mentre sono in un negozio penso a queste pagine:

La modernità è un enorme bluff costruito come un gioco a somma zero, ossia una situazione in cui un gruppo vince se e solo se l’altro o gli altri gruppi perdono, con il risultato che la distribuzione di risorse come denaro, status sociale e potere segue schemi sempre più asimmetrici, generando o esacerbando il dominio gerarchico.
I capitalisti, ad esempio, sono ricchi solo perché i lavoratori sono poveri e i lavoratori sono poveri perché i capitalisti sfruttano il loro lavoro e si appropriano del plusvalore in forma di profitto. Gli Stati e gli imperi più forti ammassano ricchezze e potere rubando le risorse e schiavizzando i popoli degli Stati sconfitti. Le nazioni “sviluppate” diventano ricche e potenti succhiando risorse e ricchezze agli Stati “sottosviluppati”, che in realtà sono stati resi SOTTOsviluppati deliberatamente e che hanno subito la povertà e la scarsità portate dalla colonizzazione. Le città e i palazzi d’Europa non sarebbero stati eretti se non fossero state ridotte in macerie le città dell’Africa e i suoi popoli fatti schiavi.
Ma se turpe è la condotta che un gruppo umano o un ceto tiene nei confronti di un altro pur di far i propri interessi in nome del “progresso”, essa risulta una forma ancora peggiore di ingiustizia quando ad essere sfruttati dagli umani sono gli animali. L’intera specie umana vince a spese di milioni di specie animali non umane e di decine di miliardi di animali schiavizzati e sfruttati dagli umani. Nel gioco a somma zero più odioso di tutti, le conquiste umane avanzano in modo direttamente proporzionale alla perdita della libertà e della vita degli altri animali. Quanto più vincono gli umani, tanto più perdono gli animali; quanto più agi ottengono gli umani, tanto più sofferenza e morte patiscono gli animali; l’aumento della popolazione umana porta all’estinzione degli altri animali e della biodiversità. Se pure la tecno-scienza moderna ha contribuito al benessere del genere umani, per quanto in modo iniquo( a causa delle classi sociali, del potere statale, dell’imperialismo, dei sistemi gerarchici e via dicendo), contemporaneamente sono aumentate le afflizioni e le uccisioni degli animali, come pure la devastazione della terra. Lo dimostrano gli orrori della vivisezione, degli allevamenti industriali, i mattatoi, l’allevamento di animali da pelliccia e i tanti sistemi di sfruttamento; in questo modo gli umani hanno provocato la sesta grande estinzione nella storia del pianeta, hanno inquinato e avvelenato ogni aspetto del loro ambiente fisico e provocato un devastante cambiamento climatico. Dal punto di vista animale e ecologico, quindi, il “progresso” è regresso, la scienza è sadismo, l’umanismo è barbarie e i “lumi della Ragione" portano tenebre e follia. [...]
Definire “progresso” la modernizzazione capitalista e lo stato attuale del mondo è pura follia. [...] non si può parlare di progresso riferendosi soltanto alla comunità umana perché, anche se a beneficiarne fossero miliardi di persone, lo sfruttamento di un numero così impressionante di specie di individui non sarebbe giustificabile. [...] è ormai evidente che un’idea ammissibile di progresso non può prevedere il dominio, l’antropocentrismo e lo specismo, né ignorare l'unità e la coerenza evolutiva ed ecologica tra mondo umano, mondo animale e mondo naturale. Un progresso che innalza con la violenza gli umani al di sopra degli animali, che schiavizza ogni essere dal quale poter cavare sangue, lavoro e profitto, che fa della crescita il proprio feticcio e autorizza il saccheggio, e che è totalmente dipendente dai carburanti fossili, dalla crescita e da un consumo insostenibile, è destinato a implodere sotto il peso delle sue immense contraddizioni.
Steven Best

Mentre penso alle ultime righe sento dietro di me:
Scusi, 3 etti di prosciutto, grazie.
Tutto normale, sono tornata alla realtà.




ISCRIVI, INVITA AMICHE E AMICI, AIUTAMI A FAR CRESCERE IL GRUPPO!

Tutti noi antispecisti vorremmo che tutti gli animali fossero liberi, ma al momento attuale l'unica soluzione auspicabile sarebbe che l'essere umano sparisse dal pianeta terra, come descritto nella parte iniziale del post, nel frattempo che questa eventualità si concretizzi (e dai cambiamenti climatici in atto, non dovrebbe essere un momento tanto lontano, noi umani siamo seduti sul ramo dell'albero che stiamo segando, e manca pochissimo alla catastrofe), bisogna pensare agli animali liberati dagli allevamenti e dai macelli, in Italia e nel mondo esistono tanti rifugi o santuari per animali liberati, e bisogna aiutarli, a supporto di questi luoghi magici, da qualche mese ho formato un gruppo su Facebook: Canapa e Vegan per I Rifugi di Animali Liberi, al momento siamo oltre quattromila iscritti, vorrei che mi deste una mano a farlo crescere, invitando ed iscrivendo i vostri amici;
I rifugi si possono aiutare in tanti modi, il più semplice è destinare il cinque per mille sulle dichiarazioni dei redditi, oppure organizzare delle cene benefit nelle vostre città a favore dei rifugi in ristoranti e locali solo vegan (Non finanziamo gli sfruttatori di animali), ma soprattutto si possono visitare e conoscere gli umani e non umani ospiti delle strutture.

lunedì 24 settembre 2018

ECCO PERCHÉ... I VEGANI STANNO ANTIPATICI!

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"Noi sappiamo che siamo tutti fratelli, tutti creati dalle stelle...
Noi ci domandiamo se gli animali hanno una coscienza, ma io mi domanderei: noi abbiamo una coscienza quando sopportiamo le atrocità, le atrocità di questi lager che sono gli allevamenti intensivi, dei macelli che una volta erano in città, ora li hanno portati ben lontani dalle città... che non si veda...
I bambini conoscono la carne solo sottoforma di quei begli involtini nel cellophane che si trovano al supermarket... non hanno idea delle sofferenze atroci."
- Margherita Hack - 



ECCO PERCHÉ... I VEGANI STANNO ANTIPATICI!

Ci vogliono le palle per prendere una decisione radicale come smettere di mangiare la carne.

I vegani l’hanno fatto.

E non per snobismo o autolesionismo, ma per non essere complici del più grande olocausto dei nostri tempi.

È una scelta eroica la loro, rivolta al bene altrui.

Chi di noi è disposto a privarsi di un piacere, come quello della tavola, per favorire un essere che nemmeno conosce?
E per giunta nemmeno umano? Sembra impossibile, ma qualcuno è disposto a farlo.

Io per esempio.

Di ciò ne sono estremamente orgoglioso.

Per il semplice motivo che la carne mi piaceva e mi piaceva tanto, ma il prezzo morale e salutare che dovevo sostenere era diventato insopportabile.

Non è stato facile sostenere questo cambiamento.
Dal giorno seguente ho dovuto dare spiegazioni a tutti in merito alla mia scelta.
Ancora più difficile però è stato cercare di convincere le persone care o vicine, che non ero impazzito, ma lo facevo per una giusta causa.
Non si tratta di fare del proselitismo spicciolo, ma di rendere partecipi gli “altri” sulle ragioni di questa virata.

La reticenza e la diffidenza di chi, quasi tutti anche quelli più sensibili, reputa assurda questa possibilità, sono talmente profonde in loro che ogni conversazione in merito diviene un processo inquisitorio.
Devo argomentare le ragioni che mi hanno portato a questo insalubre gesto.
Solamente chi ha sposato la mia stessa causa può sapere, quanto sia irritante doversi giustificare a ogni cena,
a ogni pranzo,
a ogni ricorrenza,
a ogni occasione.
Stiamo sfiorando il paradosso: ho deciso di non essere più complice di una carneficina,
di una mattanza,
di un orribile sistema secolare di tortura e di morte e devo essere io quello che deve rendere conto del proprio ripensamento.
È il colmo.

Immaginate un club di stupratori e violentatori che non accettano le dimissioni di un membro che ha deciso di smettere di ferire, offendere e far soffrire persone innocenti e soprattutto indifese.
Non posso sapere quanti di voi sono vegetariani, però so che la maggior parte di chi sta leggendo, oltre a mangiare carne guarda con disappunto e diffidenza il nuovo e strano movimento che sta occupando sempre più spazio.
Coloro che hanno smesso di mangiare cadaveri preoccupano il resto della popolazione, perché hanno compiuto una scelta incomprensibile o, peggio, inarrivabile.

Rinunciare al piacere del bolo intriso di carne che scende nella gola, abbandonare la meravigliosa sensazione procurata dai denti che trafiggono i tessuti muscolari è follia pura.
Eppure qualcuno c’è riuscito.

La curiosità è che essi, sono individui normalissimi, solo con un po’ più di coraggio.
Nonostante tutto,questa scelta li relegherà in un gruppo, in una sorta di setta, dalla quale non potranno più uscire.

Veniamo additati,
derisi,
osteggiati: “Volevo presentarti una mia amica, è una ragazza carina, peccato sia vegana” “Non so cosa sia preso a mia figlia, da un po’ di tempo ha smesso di mangiare la carne…speriamo le passi” . Effettivamente cenare con le verdure non è molto macho.

L’uomo, il vero uomo, a tavola, ce lo raffiguriamo intento ad azzannare una coscia di tacchino tenuta possentemente in mano, o tutt’al più, con le posate impugnate pronto a divorarsi una bistecca alla fiorentina alta non meno di tre dita.

La virilità passa anche dal cibo e se non vuoi rischiare di essere preso per una donnicciola, per un debole o per un finocchietto (non a caso) non cambiare idee.
Tutti i grandi del pensiero da Socrate a Benigni, hanno sottolineato, in un certo momento del loro passaggio, come sia più difficoltoso cambiare piuttosto che restare fermi.
Naturalmente tutti si prodigano per avallare questa tesi, che viene, un po’ per deferenza un po’ per convinzione, condivisa, commentata e soprattutto sottolineata con migliaia di “mi piace”. Difficilmente sentiamo qualcuno pronunciarsi in favore dell’immobilismo.

Eppure…eppure quando si tratta di scegliere tra la propria salute, la fine di una mattanza spietata, un regime alimentare insostenibile da una parte e continuare a far finta dall’altra, le persone, nella stragrande maggioranza dei casi non hanno dubbi.
" Io la carne la mangio solo una volta alla settimana”
"Ho bisogno delle proteine ”
" Mi spiace per gli animali, ma rinunciare alla ciccia, proprio non ce la faccio…”
" Io la carne la compro solo dal contadino”
queste e altre nefandezze sono le giustificazioni più utilizzate per sottrarsi dall’imbarazzo da parte di coloro che intravedono il dramma, ma preferiscono guardare altrove.

Le stesse persone amanti e spasimanti del loro cane per il quale sarebbero disposte tranquillamente a sacrificare la vita di un cristiano.
Ma quando si tratta di nutrirsi di altri animali, perdono improvvisamente tutto il compassionevole amore.

Non è colpa loro, ma della disinformazione che si è impossessata delle loro menti, veicolata da chi ha tutti gli interessi affinché venga salvaguardato lo status quo.
Sull’ultimo numero di “Focus” per esempio, il titolo di copertina alludeva a un fantomatico conflitto tra vegani e carnivori.
Come se fossero due categorie compatibili e confrontabili. Per quanto assurdo possa apparire, la scelta alimentare non è l’aspetto prioritario.

Ci sono miliardi, si avete letto bene, miliardi di animali, invisibili agli occhi del mondo che soffrono e muoiono in condizioni di crudeltà, ma peggio ancora la loro breve esistenza è una non-vita che l’uomo si arroga il diritto di rendere tale.

Chi ama, rispetta e difende gli animali non può essere accostato a chi se ne nutre.

Che senso avrebbe proporre il confronto “Infermieri versus assassini seriali, tu da che parte stai?” o “boia contro missionari, chi la spunterà?”. E’ ridicolo, pazzesco.
Anzi mi fa proprio incazzare che si voglia far passare questo messaggio fuorviante, grazie al quale entrambe le categorie assumono la loro legittimità. Non possiamo più relegare questa strage a una disputa gastronomica.

C’è una guerra la fuori.
E i vegani, sono gli unici disposti a combatterla in prima persona.

Sacrificando il loro tempo, le loro energie, i loro soldi e spesso la loro fedina penale per garantire un diritto a delle bestie delle quali sembra non fregarsene niente a nessuno.
Eccetto che a loro.
Encomiabili eroi disposti a qualsiasi sacrificio pur di raggiungere il loro obiettivo, perché “Se si vuole davvero cambiare qualcosa, bisogna cominciare a cambiare sé stessi, andare contro sé stessi fino in fondo. Il massimo impegno civile è l’auto-contestazione.


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Io sono come un cervo sempre in fuga nella foresta. Quando arriva a uno stagno dove potrebbe specchiarsi, ha tanta sete che subito lo intorbida.
(Cristina Campo)

domenica 23 settembre 2018

Fattoria Capre e Cavoli Rifugio per Animali Liberi

Carlotto
Fattoria Capre e Cavoli

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Corri Oro. Corri. Corri come il vento! 
Profumi ancora di fieno e di erba

"L'ho pagato seicentomila lire, vent'anni fa. Gli stessi soldi che stava tirando fuori il macellaio per portarselo via, ma mi sa che mi hanno fregato..."
Tuo papà Matteo ama raccontare di quando ti ha fatto scendere dal camion del mattatoio, dove eri diretto in quanto inutile, non più competitivo, e quindi abbandonato dietro un maneggio, dove per liberarsi di te avevano scelto la via più breve.
Tu, che da giovane correvi pure a San Siro per far divertire dei meschini sperperando denaro con le scommesse - la gente sta proprio male - abbandonato come un rifiuto e pronto per la lama. 
Non è andata così. Per quasi vent'anni, lui si è preso cura di te, finché la perdita del posto di lavoro, due anni fa, l'ha portato a bussare alla nostra porta. "Non ho più un lavoro, e senza stipendio non posso mantenerlo nel maneggio in cui si trova. Ho letto che voi vi occupate di animali per passione... Siete la mia ultima speranza".
E tu vecchietto (a ottobre avresti compiuto 29 anni, e li dimostravi tutti!) ti sei unito alla grande famiglia della Fattoria Capre e Cavoli. Durante le visite, a volte mostravo quel tatuaggio che ti avevano fatto sotto il labbro, se mai ci fosse ulteriormente bisogno di chiarire il concetto di "amore" che certa gentaglia del mondo dell'equitazione ha nei vostri confronti. Tatuato, spremuto, abbandonato. 
Qui sei rinato, trascorrevi le giornate passeggiando e brucando con Flora e Caramella, per quasi due anni, finché negli ultimi mesi le tue condizioni di salute si sono aggravate. L'età ed il morbo con cui convivevi ti hanno consumato poco a poco, per settimane abbiamo fatto ogni tentativo per farti riprendere, farmaci, cibo, carezze, ma niente ha potuto. Negli ultimi giorni la situazione è precipitata, ed abbiamo scelto di non farti soffrire inutilmente. 
Non è mai facile, Oro. 
C'era anche papà Matteo con te. Ti abbiamo accompagnato piangendo, non mi vergogno a dirlo.

I tuoi occhi grandi si sono chiusi guardando le luci del mattino, e non il gancio di un macellaio.

Adesso ci piace pensarti mentre ci guardi e te la chiacchieri sorridendo con l'altro nostro indimenticato vecchietto Andrew.

Grazie a tutti voi che in questi giorni ci siete stati vicini ed avete fatto il tifo per lui.

Ciao Oro. 
Max



Fattoria Capre e Cavoli Rifugio per Animali Liberi

La Fattoria Capre e Cavoli è un Rifugio di animali liberati dagli allevamenti e dai macelli, supportato dal nostro gruppo Canapa e Vegan per Animali Liberi, ecco la Storia:

Il progetto Fattoria Capre e Cavoli nasce nell'estate del 2015; le ricerche per un luogo adatto a diventare un rifugio per animali ci hanno portato alla storica Cascina Americana a Mesero, a venti minuti da Milano. Dopo i primi mesi in cui l'arrivo dei primi animali si alternava ad una poderosa opera di pulizie e ristrutturazioni, finalmente il 26 marzo 2016 il Rifugio veniva inaugurato. Nel tempo, sempre più ospiti hanno trovato accoglienza, fino ai circa cinquanta attuali. Dal gennaio 2017, siamo orgogliosamente entrati a far parte della Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia.

La Fattoria è gestita da un'associazione di volontariato il cui scopo è il recupero ed il benessere - fisico ed emotivo - degli animali: questo comporta un lavoro costante, che ci tiene impegnati ogni singolo giorno dell'anno, sia in lavori di quotidiana routine, sia nei weekend con lavori più grandi e pesanti.

Grazie al grande impegno ed alla bravura dei nostri responsabili e dei volontari, gli animali ospiti vivono in strutture adeguate, pulite, ampie, e sempre nuove migliorie vengono progettate ed attuate per il loro benessere.

Fare volontariato in Fattoria significa entrare in un team rodato di passione, serietà, ma anche tanta allegria: lavorare in mezzo agli animali è un'emozione nuova ogni giorno, ed anche tra volontari non mancano occasioni per divertirsi dopo ore di fatiche, magari a tavola davanti a pantagruelici piatti di pasta!

Se anche tu vuoi provare l'emozione di lavorare sotto lo sguardo vigile di Isidoro il capretto, le coccole di Daisy l'agnellino ed i rimproveri di Aristofane il gallo, contattaci pure!

Un grande grazie a tutti i volontari della Fattoria Capre e Cavoli!

Come Aiutarci

L'ingresso alla fattoria è assolutamente gratuitoma qualsiasi aiuto o donazione per noi è importante. Per chi vuole sostenerci e aiutarci può versare una donazione sul conto della fattoria tramite:

BONIFICO BANCARIO

codice iban
IT97 C033 5901 6001 0000 0153 182
intestato a "La Loro Voce - Cani Sciolti"

POSTE PAY

conto numero
4023 6009 2819 7369

intestato a Granelli Tamara
codice fiscale GRNTMR70S64L682H

Un metodo molto coinvolgente per aiutare la Fattoria è adottare a distanza uno dei nostri animali: una volta salvati, dobbiamo prenderci cura di loro, offrirgli ripari, spazi, cibo, e cure adeguate, ogni giorno della loro vita, fino alla fine. Quello tra il Rifugio ed i suoi ospiti è un matrimonio che non conosce divorzi, ma tutto questo ha costi molto elevati: puoi aiutare uno o più dei nostri animali adottandolo a distanza e versando una quota per il suo mantenimento, che varia naturalmente in base al suo fabbisogno quotidiano - in cambio riceverai un certificato di adozione e tante coccole quando verrai a trovarlo! Se sei interessato, contattaci via cellulare o via mail e scopri chi ancora ha bisogno di un aiuto.

L’aiuto economico è fondamentale per poter sfamare gli ospiti del rifugio, per curarli, migliorare le strutture già esistenti e per crearne di nuove; oltre alle donazioni potete venire a visitare la fattoria durante i weekend o partecipare ai pranzi e cene di raccolta fondi che organizziamo saltuariamente nella splendida cornice della cascina.

Anche l’aiuto “fisico” è molto importante, i lavori da fare alla fattoria non mancano. Svolgere attività di volontariato in una realtà come la nostra offre la possibilità di conoscere da vicino gli animali del rifugio. Chiamaci!

Grazie di cuore da parte nostra e di tutti i nostri amici animali.

Alcuni ospiti della fattoria:

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Didì

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Nina

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E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po'!
E no che non mi annoio!!! 

Angelillo

Aristofane




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Tutti noi antispecisti vorremmo che tutti gli animali fossero liberi, ma al momento attuale l'unica soluzione auspicabile sarebbe che l'essere umano sparisse dal pianeta terra, come descritto nella parte iniziale del post, nel frattempo che questa eventualità si concretizzi (e dai cambiamenti climatici in atto, non dovrebbe essere un momento tanto lontano, noi umani siamo seduti sul ramo dell'albero che stiamo segando, e manca pochissimo alla catastrofe), bisogna pensare agli animali liberati dagli allevamenti e dai macelli, in Italia e nel mondo esistono tanti rifugi o santuari per animali liberati, e bisogna aiutarli, a supporto di questi luoghi magici, da qualche mese ho formato un gruppo su Facebook: Canapa e Vegan per I Rifugi di Animali Liberi, al momento siamo oltre quattromila iscritti, vorrei che mi deste una mano a farlo crescere, invitando ed iscrivendo i vostri amici;
I rifugi si possono aiutare in tanti modi, il più semplice è destinare il cinque per mille sulle dichiarazioni dei redditi, oppure organizzare delle cene benefit nelle vostre città a favore dei rifugi in ristoranti e locali solo vegan (Non finanziamo gli sfruttatori di animali), ma soprattutto si possono visitare e conoscere gli umani e non umani ospiti delle strutture.










sabato 22 settembre 2018

Manifestazione contro la caccia a Firenze: un resoconto


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EMPATIA - definizione -

L'empatia è la capacità di comprendere appieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore, significa sentire dentro. Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento.

Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo. 
Essa rappresenta, inoltre la capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altro.

L'empatia è dunque un processo: essere con l'altro.
Costituisce un modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano il suo modo di percepire la realtà per cercare di far risaltare in se stesso le esperienze e le percezioni dell'interlocutore.

È una forma molto profonda di comprensione dell'altro perché si tratta d'immedesimazione negli altrui sentimenti. 
Ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna (di come l'altro appare all'immaginazione) al come invece si sente interiormente, (in quei panni, con quell'esperienza di vita, con quelle origini, cercando di guardare attraverso i suoi occhi).



Manifestazione contro la caccia a Firenze: un resoconto

Un resoconto e una bella galleria fotografica a cura di Francesco Cortonesi sulla Manifestazione nazionale contro la caccia, che si è svolta nel centro della città di Firenze.

Firenze 18 settembre 2018, ore 15 e 35. Scendo dal treno e arrivo in Piazza Indipendenza, luogo indicato dagli organizzatori come punto di ritrovo. Questa manifestazione è un appuntamento fondamentale per tutte le persone umane che vogliono dire basta alla caccia. Sono passati quasi trent’anni dal referendum che avrebbe ridotto drasticamente la caccia in Italia e nel frattempo la situazione è mutata non poco. I cacciatori in Italia sono scesi a circa 500.000 unità1.
L’impatto è buono. Non è mai facile fare una stima della folla ma, a colpo d’occhio, si direbbe non meno di 1000 partecipanti. Striscioni, fischietti, bandiere e slogan urlati. Non è decisamente una manifestazione sotto tono. Nel frattempo la LAC ha anche lanciato una raccolta firme con petizioni-online in cui si chiede al governo lo stop della crudele pratica dei richiami vivi e l’abrogazione dell’articolo 842 C.C. che consente ai cacciatori di entrare a sparare in proprietà privata.

Ore 15 e 40. Il corteo si mette in movimento. Un lungo serpentone tra le strade del centro. Molte le associazioni, ma anche tante persone autonome con cartelli senza sigla. Gli slogan rimbombano tra le mura dei palazzi, le persone si affacciano alle finestre, filmano con il telefonino e applaudono. Pochi quelli che manifestano un qualche disappunto. Firenze è una città di turisti, ne incrociamo di continuo. Anche molti di loro incoraggiano il corteo. L’impressione è che la caccia sia odiata ovunque nel mondo. Un gruppo di giapponesi che filma il corteo fa il segno della vittoria. In Giappone queste manifestazioni sono rare, il governo cerca di impedirle con tutti i mezzi. Comunque anche da noi la questura non scherza. A quanto pare il percorso è stato cambiato più volte. Ogni modifica una strada in meno. Alla fine ne sono rimaste una decina o poco più. In Italia le manifestazioni sono ogni giorno più controllate e difficili da mettere in piedi.
Dovremmo rifletterci seriamente su questo.

Ore 16.00. Le persone umane aumentano. Il corteo è più lungo. Me ne rendo conto percorrendolo avanti e indietro per scattare le fotografie. Tanti quelli che vengono da fuori. Verona, Treviso, Padova, Genova, La Spezia, Bologna, Roma sono solo alcune delle città che si leggono negli striscioni. Contemporaneamente a Brescia un’altra manifestazione, percorre le vie del centro. Altri manifestanti quindi.
Altre voci contro la caccia.

Ore 16 e 30. Il corteo arriva in prossimità del Duomo. Ce lo lasciamo alle spalle perché il percorso prevede una svolta a gomito verso Santa Maria Novella. Le leggi contro il terrorismo impediscono manifestazioni in luoghi ritenuti “sensibili. Nel frattempo qualcuno racconta degli insulti ricevuti da qualche cacciatore frustrato. Normale che siano rabbiosi. Del resto ogni giorno che passa si sentono sempre più emarginati e ripudiati dalla maggior parte delle persone umane. A farli restare in circolazione è solo la lobby della caccia. Individui che in Italia alimentano il mercato delle armi e si spacciano per custodi della natura, perseguitando e massacrando un numero allucinante di Animali.
Perché mai una persona umana mediamente intelligente dovrebbe stare dalla loro parte?

Ore 16 e 45. Si arriva a Santa Maria Novella. Ci riuniamo tutti nel piazzale antistante la chiesa. Non è prevista una qualche scenografia con tutti i manifestanti e questo è un peccato. Ci sono alcuni giornalisti e l’impatto sarebbe stato davvero notevole dal punto di vista mediatico. Vengono comunque letti i nomi delle vittime della caccia. Si ricorda il numero dei morti umani non cacciatori della stagione venatoria passata e naturalmente le milioni di vittime non umane che per molti passano ancora oggi in secondo piano o addirittura non vengono prese in considerazione.

Ore 17.00: la marcia contro la caccia è conclusa.
La stagione venatoria inizia.
Centinaia di milioni di Animali verranno uccisi per divertimento.
Le manifestazioni e le proteste devono continuare.
Non dobbiamo fermarci.
Non dobbiamo fermarci.

Francesco Cortonesi


Note:
1) www.acaccia.com/2017/10/la-triste-fine-dei-cacciatori













Fonte: Veganzetta




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venerdì 21 settembre 2018

Le figlie della libellula

Further developments in the Hambach Forest

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Morto attivista ad Hambach

Il volto feroce del capitalismo ha provocato la prima vittima ad Hambach.

E' morto il giornalista attivista freelance caduto da un albero, da un'altezza di 20 metri, mentre filmava la distruzione delle case. Dopo la morte del giornalista, gli ecologisti e i militanti chiedono l'immediata paralisi delle operazioni di polizia che intendono sfrattare la foresta di Hambach. Al momento c'è una veglia alla stazione di Aquisgrana.

(fonte: Revolución Real Ya)



Le figlie della libellula
Omaggio alla foresta di Hambach

Viviamo in un mondo sbagliato, lo sappiamo. Non c’è bisogno che qualcuno ci dica di osservare, il disastro ci sommerge ogni giorno. Nella foresta di Hambach, ad esempio, i compagni e le compagne stanno lottando “Senza senso”, perchè andare contro i leviatani della distruzione, dell’energia, non si può vincere. Ma lottano lo stesso. Sono folli? Si lo sono. Sono individui liberi, non possono farne a meno. La loro follia si chiama libertà. Libertà per tutt*. Le loro metodologie sono antiche. Si chiamano “mordi e fuggi” come facevano i partigiani e le partigiane. Sono partigian* dell’oggi. E allora cosa vogliamo fare? Dare solidarietà ai partigian* o ai fascisti dell’economia, della sostenibilità, della menzogna? E Hambach è solo un esempio, le lotte di liberazione degli animali e della terra sono a centinaia nel mondo. Tutte avranno lo stesso risultato, nel lungo periodo, la sconfitta, la caduta. E cosa è la sconfitta, la caduta? Se non una maniera per rialzarsi e continuare a correre contro i mulini a vento della violenza, della repressione, della segregazione. Non ci sono ricette per migliorare questo mondo, le grandi associazioni animaliste e ambientaliste fanno gli accordi con i mostri che tritano tutto, per ricevere un piatto freddo di lenticchie e intanto, i loro piccoli passi aumentano le motoseghe in tutto il mondo. Quindi? Questo fermerà i rivoltosi sul pianeta? No, non si sono fermati in passato e certo non si fermeranno oggi. Il mondo sta crollando, ne siamo consapevoli, almeno non sorridiamo a quelli che del disastro sono responsabili. Crolliamo con il pugno alzato. E’ il minimo che possiamo fare. E’ un piccolo gesto di fratellanza e sorellanza nei confronti di chi ci ha preceduto nella lotta.

Luigi Galleani disse:

“L’anarchico non guarda al successo, alla vittoria, alla competizione, non li riguardano. Lotta, perchè è giusto. E in qualsiasi lotta la perdita fa parte della vita. Non cambia idea perchè perde e tantomeno rinuncia alla lotta sucessiva. Il Sistema si autoalimenta per il popolo che non lotta, non perchè è invincibile. Il lavoro dell’anarchico è instillare nel popolo la rivolta, non a segmenti ma continua. Come un onda che si ritira e poi torna. Mi chiedete se vinceremo? Mi fate la domanda sbagliata!. Chiedetemi se lotteremo e io vi risponderò di si.”.

La terra è una discarica a cielo aperto e la distruzione non sta avvenendo, al ritmo della modernità, è già presente, da un secolo. Dipende cosa un* vuole fare della propria lotta o vita, che in alcuni casi è la stessa cosa. Sono pessimista? Si, certo. Lotto da pessimista, ma non potrei farne a meno, cosi come respiro, non potrei farne a meno. Louise Michel, quando era sulle barricate francesi, le chiesero di scendere e scappare, per salvarsi dalle cannonate, e lei rispose:

“Come posso smettere di respirare”.

E’ importante sapere perchè i resistenti di Hambach sono sugli alberi. Perchè non usano altri metodi di lotta. In qualche modo sono tutti figli e figlie della “Libellula”.

In quanti modi vengono chiamati i ragazzi di questa società malata, una società che attivamente spinge con brutalità ogni essere vivente costringendolo a vivere in una cella costruita su misura del corpo? In quanti modi vengono chiamate le ragazze di questo mondo che costringe alla sofferenza e alla servitù ogni granello di ribellione? In quanti modi vengono chiamati i ragazzi che estranei alla guerra tra i giganti della devastazione corrono veloci come il lampo in foreste impenetrabili? In quanti modi vengono chiamate le ragazze nate in un’epoca buia come la notte senza luna, etichettate come inutili sognatrici senza idee? Un sistema questo che vi chiama sempre allo stesso modo: terroristi, finte ecologiste, devastatori, delinquenti, immature, fannulloni, pericolose sovversive, stupidi. Basta riflettere un solo istante, liberi da costrizioni dogmatiche, liberi dall’influenza dei mezzi informativi chini al potere, liberi da educazioni familiari che legano al posto di tranciare, liberi come il vento, per capire che i terroristi sono coloro che terrorizzano con le bombe a grappolo, con i fucili, con i panzer, che i finti ecologisti sono coloro che inventando il copyright del green e del compatibile-sostenibile moltiplicano in complicità la macchina distruttrice, per capire che i devastatori sono coloro che inceneriscono le foreste, bucano le montagne, bruciano gli altri animali, per capire che i delinquenti sono coloro che siedono sorridenti sui troni costruiti dai carnefici, per capire che gli immaturi sono coloro che ancora convinti credono sia giusto vivere in un mondo fradicio di diseguaglianze, democratico e competitivo, per capire che i fannulloni sono quelli che respirano odio e ignoranza su piedistalli di cristallo lerci di menzogna, per capire che i pericolosi sovversivi sono coloro che con la violenza e la forza sovvertono il delicato equilibrio della terra, per capire che gli “stupidi” sono coloro che ancora credono alle verità della televisione.

In Canada due ragazze di 20 anni sono salite su un albero di 40 metri per salutare ancora una volta una piccola donna, una meravigliosa combattente morta nel 1997, Judi Bari, la prima donna a salire nel 1979 su una sequoia, a 50 metri, con una sola corda di canapa. Dopo di lei furono centinaia le ragazze a salire su alberi vertiginosi per salvare le foreste, una fra tutte Julia Hill, la leggendaria “farfalla”, che rimase 2 anni su una sequoia di 60 metri per impedirne l’abbattimento dal dicembre del 97, poco dopo la morte di Judi Bari, fino al dicembre del 99. La piccola Judi non è mai stata dimenticata. Judi “la libellula” (come venne soprannominata dal fronte di liberazione della terra) nonostante le intimidazioni continue, le minacce alla sua persona e all’attentato subito nel 1990 quando saltò per aria assieme al suo amico e attivista Darryl Cherney (le misero una bomba sotto il sedile della macchina in una calda mattina di maggio per fermarli nel loro attivismo radicale, salvi per un pelo rimasero feriti gravemente) non ha mai smesso di arrampicarsi fino al 1997 quando una terribile malattia le impedì di librarsi ancora. 40 anni di corde, di moschettoni, di determinazione nel salire alberi per salvarli. Come stanno facendo oggi, i fratelli e le sorelle di Hambach. La libellula si libra ancora.

In quanti modi vengono chiamati i ragazz* che lottano per la difesa della terra, degli altri animali e degli umani, in tanti modi, non ce nè uno corrispondente alla verità. Io non vi chiamo, vi saluto, e solidale e complice nei confronti di ogni lotta per la libertà, dico semplicemente:

Grazie Ragazz*

E ringrazio anche chi si sta attivando per Hambach tramite canali di informazione indipendente sparsi nel mondo. In Italia esiste “Earth Riot”, un canale indipendente che ogni giorno da informazioni precise e veritiere, lontani anni luce dall’informazione pilotata dalle grandi emittenti televisive e giornalistiche, si prodigano per sensibilizzare e far comprendere che cosa significa la lotta di Hambach. Ormai uno degli ultimi avamposti resistenti in europa.

E infine ringrazio la Libellula, che in quel lontano 1979, in una mattina gelida di novembre, da sola, cambiò per sempre la lotta ecologista. Nessuno ti ha dimenticato, nessuna, salendo a 30 metri, può dire di non amarti.

“Non si può seriamente occuparsi della distruzione della terra selvaggia senza rivolgersi, con determinazione e lotta, alla società che la distrugge” Judi Bari

Vola Libellula, vola ancora…




Winter & Jazzy – Il punto sui/sulle detenut* di Hambach

Probabilmente pensano di aver vinto, ma non possono vincere perché hanno bisogno della foresta quanto noi.
Non puoi vincere questa lotta perché ci sono così tante persone là fuori.
Non capisce che non stiamo combattendo per noi stessi, ma per tutti noi.

Parole che stanno facendo il giro del mondo, per qualche giorno censurate dalle autorità tedesche e rimosse dalla rete, come vorrebbe la più fedele tradizione fascista.
Un estratto del discorso tenuto da Winter, circondat* dalla polizia, a pochi istanti dal momento in cui è stat* sradicat* dall’albero che stava difendendo.
Domenica 16 settembre Winter e Jazzy, due comagn* anarchic*, sono stat* arrestat* dopo diverse ore di resistenza, incatent* in una della case sull’albero nell’area del villaggio Nord, uno dei primi ad essere attaccati dalla polizia nel corso delle operazioni di sgombero della foresta di Hambach.
I/le due attivist* il cui arresto porta a 5 il numero degli/delle hambacher attualmente in stato di reclusione, oltre ad UPIII in carcere dallo scorso marzo, sono stat* rinchius* nella prigione di Aquisgrana senza potersi relazionare con l’esterno e con i propri avvocati per i primi tre giorni di prigionia.
Winter e Jazzy al momento rischiano una condannat* a 6 mesi di carcere per resistenza all’arresto, ma pare che le autorità tedesche vogliano appesantire la pena sventolando una sentenza del tribunale regionale dell’alta corte di Stoccarda per cui è prevista la reclusione dei/delle resistenti che presidiano un’area “in attesa di una imminente operazione di polizia”.
Nella sua dichiarazione Winter, che come Jazzy non ha fornito alla polizia i propri dati personali, ha chiesto a solidali e vicini ai/alle detenuti di non presentarsi al processo, per tutelare le identità di chi lotta per la difesa di Hambach e la liberazione della Terra.
Questa è la situazione degli/delle attivist* trattenut* in carcere, ma dall’inizio delle operazioni di sgombero ad oggi decine di persone sono entrate ed uscite dalle prigioni di Aquisgrana e Colonia.
Anche giovedì 19 settembre, nonostante la tragica scomparsa del giornalista deceduto mente documentava la devastazione del villaggio di Beechtown, le autorità non hanno lesinato ad arrestare persone durante lo svolgimento delle veglie che sono andate avanti fino a tarda notte in diverse città tedesche.

· 21h



23:31 We go out for today. We don't really know what to say about this tragic day at the moment. We need to get some rest and calm down a bit. Take care of each other! #HambiBleibt #HambacherForest #HambacherForst



A final tweet 23:35 The #HambiBleibt legal team confirmed that more than 10 people are still detained. #HambacherForest #HambacherForst Info by @HambiChaos
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Un doveroso accenno va poi fatto ai collaborazionisti di turno.
Quelle associazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, che in questi anni si è recata nella foresta col conta gocce non più del tempo necessario per scattare una foto con la presenza del proverbiale striscione, che nei giorni scorsi non hanno esitato a sedersi al tavolo a dialogare con la multinazionale energetica RWE, per raggiungere un accordo che non tiene conto della lotta e dei fatti in corso.

Fonte: abcrhineland (contatto diretto per reperire info su detenuti)

Fonte: Earth Riot

giovedì 20 settembre 2018

Miss, mia Chiara Miss

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Anna Mallamo: Direzione PD... Ultima cena con protagonista principale Giuda Iscariota


Miss, mia Chiara Miss
Di Anna Mallamo
Ragazze, per piacere, restate intere. E non fatevi numerare e misurare più.

Cara Chiara,
mi dispiace tanto per gli insulti che hai raccolto sul web (anche se persino il più pacifico o insignificante di noi tutti, prima o poi, becca il suo troll: è una specie di legge, un logaritmo dell’idiozia digitale, e più sale la tua visibilità più cresce il numero dei potenziali dementi che verranno a insultarti), ma devo dirti che tentare Miss Italia per affermare una cosa pur bella anzi bellissima, come l’interezza della tua persona a dispetto dell’amputazione, non è esattamente una bella mossa. Perché, vedi, nessuna delle ragazze che concorrono a quella coroncina di strass (porta pure un gruzzoletto di contratti pubblicitari e un anno di ribalta, certamente, ma che valgono sempre di meno, nel mondo degli youtuber e dei blogger che possono diventare miliardari cominciando da uno smartphone)(ogni riferimento a Chiara Ferragni è intensamente voluto) è davvero intera. Ne manca sempre almeno un pezzettino, per accettare di sottoporsi a una delle pratiche storicamente più mortificanti: la misurazione della bellezza. Proprio, misurare quanto sei bella. Quanto sei più bella di un’altra. Quanto hai più o meno seno, quanto ti brillano gli occhi, o i denti, o i capelli. Quanto hai le anche rotonde, i malleoli puntuti, le cosce tornite. Non tu, tu nella tua interezza, ma tu in rapporto alla bionda, o alla mora, o alla rossa tua vicina di fila, anche lei col numerino appizzato alla tetta (e i bravi presentatori ti chiamano proprio così, “la 3”, “la 12”, “la 21”: come se non fossero donne, ma linee del bus).
Perché – vedi – la bellezza, quando tenti di misurarla, diventa un’altra cosa, una cosa meno bella. Certo, una volta si faceva proprio col metro (90-60-90 erano considerate le misure perfette, come uno stampo per ciambelle), ma non è che ora sia tanto diverso: semplicemente, si finge che facciano parte del pacchettoanche cose come giocare a pallavolo, studiare canto o recitare poesie.
Possiamo raccontarcela come vogliamo, che è questione di charme, che lo spirito è determinante, ma sempre la stessa cosa resta: una parata da foro boario, dove fingendo di valutare imprecisate doti intellettuali (ieri c’è stato una specie di interrogatorio che faceva sembrare gli Invalsi il test del Mensa), si continuava a misurare con quel metro lì. Quello delle ciambelle.
No, Chiara, tu sei bellissima intera. Lasciali perdere, i posti dove nessuna donna resta intera, misurata e numerata com’è, poverina.

ps: lamentatio di vecchia femminista che ha sempre considerato i “concorsi di bellezza” cose infinitamente stupide e un poco tristi, e continua a crederlo intensamente.

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Quando si dice profezia. Firmato: Cassandra.

Vedi, un giorno tutta questa ignoranza sarà tua. 

mercoledì 19 settembre 2018

IL BAMBINO CHE VIENE INIZATO A VEGAN DAI GENITORI? UN VERO PRIVILEGIATO!

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'Immunità di gregge'. Ma quando mai questa società fatta di egoisti in perenne competizione tra loro si sia interessata al bene collettivo? Ma da quando non conta più pensare solo al proprio orticello e alla propria vaccinazione? Ma davvero adesso basiamo tutto sul mutuo appoggio? Che bello! O solo quando conviene a qualcuno come in questi casi? Ricorda: quando lo Stato si appresta ad ammazzare si fa chiamare patria. Ma poi, anche se fossimo tutti inoculati e protetti (cosa impossibile di per sé), e dico tutti mica solo i bambini, a quel punto per rimanere sicuramente sani e incontaminati non dovremmo neanche più far viaggi all'estero, e nemmeno far entrare chicchessìa, nemmeno l'aria che proviene dalla Svizzera, dovremmo fare dell'Italia una bacinella chiusa ermeticamente e impermeabile dove sguazzeremo tra di noi 'sani'. Tu dirai: 'ma no, se siamo vaccinati non corriamo più rischi'. Ecco, appunto, vaccinati tu, mettiti al sicuro tu, e lascia stare in pace gli altri.


IL BAMBINO CHE VIENE INIZATO A VEGAN DAI GENITORI?  UN VERO PRIVILEGIATO!

Dopo lo svezzamento, far passare il bambino da una dieta ipoproteica (quella del latte leggero e dolce della mamma) a una dieta dalle 7 alle 20 volte più proteica quale quella degli omogeneizzati, è autentica follia, è un attentato alla salute del piccolo!

Ed è esattamente quanto propongono e impongono gli uffici pediatrici del mondo, prescrivendo omogeneizzati a base di carne, pesce, uova, latte, col falso mito di far crescere il bimbo alla svelta.

L’eccesso di proteine del nuovo regime costringe gli organi depuratori a un lavoro eccessivo che predispone a malattie quali l’ipertrofia renale e l’obesità.
La composizione chimico-biologica più vicina al latte materno, e quindi più adatta a svezzarlo, cioè a staccarlo senza traumi dal latte di mamma, è la frutta e la verdura.

La natura ci dà le giuste indicazioni su come deve essere alimentato un cucciolo umano nella delicatissima fase post-svezzamento.
L’ideale non è di certo la soluzione carne, cioè quella di pezzi di cadavere animale frullato e mescolato ad altre sostanze, in una mescola micidiale denominata "omogeneizzato".

Il bambino che viene iniziato da genitori "coraggiosi ed encomiabili" a Vegan, contro un apparato sanitario invadente e guasta-piccoli, è un vero privilegiato!

La più solenne e clamorosa stroncatura della medicina infantile non arriva da qualche vegano arrabbiato o da qualche igienista-naturale dal dente avvelenato, ma dal Prof. Robert Mendelsohn, vale a dire dal più celebre Medico-Pediatra d’America, che negli USA è diventato un faro e una istituzione, essendo i suoi numerosi libri best-seller presenti nella libreria di ogni famiglia che si rispetti.

Ecco il suo celebre discorso:
“Il tuo piccolo sta bene? Non portarlo dal medico, lo può far ammalare.
Il tuo piccolo sta male? Non portarlo dal medico, lo può far stare peggio.
Hai deciso di portarcelo, nonostante tutto?
Allora stai attenta e prendi nota con cura di quello che dice.
Poi, tornata a casa, fai esattamente l’opposto delle sue istruzioni, stai certa che la sua salute ne gioverà!”.

-Grazie a #ValdoVaccaro,






ISCRIVI, INVITA AMICHE E AMICI, AIUTAMI A FAR CRESCERE IL GRUPPO!

Tutti noi antispecisti vorremmo che tutti gli animali fossero liberi, ma al momento attuale l'unica soluzione auspicabile sarebbe che l'essere umano sparisse dal pianeta terra, come descritto nella parte iniziale del post, nel frattempo che questa eventualità si concretizzi (e dai cambiamenti climatici in atto, non dovrebbe essere un momento tanto lontano, noi umani siamo seduti sul ramo dell'albero che stiamo segando, e manca pochissimo alla catastrofe), bisogna pensare agli animali liberati dagli allevamenti e dai macelli, in Italia e nel mondo esistono tanti rifugi o santuari per animali liberati, e bisogna aiutarli, a supporto di questi luoghi magici, da qualche mese ho formato un gruppo su Facebook: Canapa e Vegan per I Rifugi di Animali Liberi, al momento siamo oltre quattromila iscritti, vorrei che mi deste una mano a farlo crescere, invitando ed iscrivendo i vostri amici;
I rifugi si possono aiutare in tanti modi, il più semplice è destinare l'otto per mille sulle dichiarazioni dei redditi, oppure organizzare delle cene benefit nelle vostre città a favore dei rifugi in ristoranti e locali solo vegan (Non finanziamo gli sfruttatori di animali), ma soprattutto si possono visitare e conoscere gli umani e non umani ospiti delle strutture.

martedì 18 settembre 2018

Duemila Diciotti di Alessandra Daniele


Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Toninelli è la risposta.
La domanda è: Può esistere un politico più ridicolo di Gasparri?
(Costanzo Pasquinucci)


Duemila Diciotti di Alessandra Daniele

Dopo aver ossequiato le peggiori dittature, e spacciato le peggiori razzie neocoloniali per missioni umanitarie, l’ONU è un pessimo pulpito dal quale predicare. E l’Unione Europea non è certo migliore.
L’Italia però è davvero un paese razzista. Abbastanza da tributare il 33% delle intenzioni di voto a un ministro dell’Interno che finora non ha fatto nient’altro che declamare proclami razzisti al suo smartphone.
Dopo la copertina di Time e l’intervista della BBC, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti quanto Matteo Salvini stia a cuore ai media che lo hanno creato, anche perché oggi è esattamente quello che serve all’establishment come spauracchio contro cui cercare di mobilitare un Fronte Europeista in realtà non migliore di lui.
In Italia da anni praticamente tutti i media e tutti i partiti, compresi quelli che adesso si fingono scandalizzati, ripetono ossessivamente agli italiani che il loro paese sarebbe più sicuro, più ricco, più civile senza immigrati, dando a loro – il 7% della popolazione – la colpa di tutto, persino del crollo dei ponti, delle sconfitte della Nazionale di calcio, delle malattie trasmesse dall’aria condizionata.
Sfruttando il degrado delle periferie-ghetto causato da un modello di “accoglienza” classista e criminogeno, e facendo leva sui peggiori istinti atavici del paese che ha inventato il Fascismo, la propaganda ha avuto ancora una volta pieno successo nel dirottare sul capro espiatorio di turno tutta la rabbia popolare causata dalla finanza globalista che continua a depredare sistematicamente le classi più deboli.
In vista della legge di Bilancio, che inevitabilmente deluderà le aspettative degli elettori, il governo Grilloverde si augura perciò ogni mattina l’arrivo di un’altra nave carica di disperati. Una, cento, mille, duemila Diciotti per distrarre l’opinione pubblica fomentando l’odio razziale.
L’odio però è una una droga.
A chi lo usa per cercare di lenire le proprie frustrazioni ne serve una dose sempre maggiore.
Serve aggiungere sempre altri bersagli.
Gli africani, i musulmani, i pakistani, i Rom, gli slavi, gli arabi, i gay, gli ebrei – Salvini non manca mai di indicare Soros come finanziatore delle ONG – gli ambulanti, i mendicanti, gli studenti, i cingalesi, i maltesi, i cinesi, i francesi, i comunisti, i buonisti, i giornalisti, i sindacalisti… la lista s’allunga sempre di più.
L’odio è un incendio.
E se c’è una cosa che gli europei dovrebbero avere imparato è quanto sia facile che gli spacciatori d’odio finiscano bruciati dallo stesso fuoco che hanno appiccato.


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Il villaggio era indifferente. Al sole, ai temporali, e a quelli che stavano fuori dal villaggio. Nel villaggio c’era una macchina; una vecchia macchina in verità. Tutta la gente del villaggio ogni tanto stabiliva chi dovesse mettere in moto la macchina e poi guidarla per andare giù in paese a fare scorte.
Da un po’ di tempo venivano scelti dei bambini, perché erano gli unici che passavano dal finestrino: la portiera non si apriva più. E si formavano fazioni litigiose su quale bambino dovesse mettere in moto la macchina, chi voleva quello biondo, chi quello moro, chi voleva il chiacchierone, chi il taciturno. Tutti i giorni si litigava, poi, a fatica si sceglieva il bambino, il quale s’infilava dal finestrino e tentava di avviare quella ferraglia arrugginita. Non ci riusciva.
Si tornava a litigare sul fatto che fosse il bambino sbagliato e che bisognasse trovarne un altro. E si ripartiva così; ogni volta. Finiti i bambini si ricominciava il giro.
Fuori dal villaggio si era stabilito uno sconosciuto, non si sapeva quando fosse arrivato. Costruì una baracca, ci mise un’insegna e ci scrisse sopra: Meccanico.
Dopo molti litigi e visto che non si riusciva a scegliere il bambino giusto, la gente del villaggio si rivolse a quell’uomo e gli chiese se conoscesse un qualche modo per avviare quella macchina.
L’uomo osservò il modello e scosse la testa, aprì il cofano usando un piede di porco che teneva nella sua borsa. Tutti si meravigliarono che, invece di tentare di aprire la portiera, avesse aperto il cofano, una macchina si guida col volante, mica dal cofano!
L’uomo disse: “La macchina non può partire, perché mancano molti pezzi del motore”.
“Lo sappiamo bene - gli risposero - ma bisogna tentare di metterla in moto per andare in paese a prendere i pezzi che mancano!”.
L’uomo tentò di far capire loro che dovevano smettere di portarsi via i pezzi del motore, che dovevano riportare i pezzi mancanti e forse lui avrebbe potuto tentare di aggiustare la macchina, anche se era un pezzo un po’ obsoleto.
Gli dissero che avevano venduto le cose prese nel cofano per comprare dei passaggi o per farsi portare qualcosa dal paese.
L’uomo disse: “Se così stanno le cose, dovrete prendere un carretto, metterci sopra quello che avete in casa, scendere a piedi in paese, vendere tutto e comprare un’altra macchina, oppure un motore da applicare a questa, perché in questa situazione, la macchina non può ripartire da sola!”
Si consultarono tutti, uno dice ma come si permette, l’altro dice invece di avviare l’auto viene ad accusare noi, l’altro dice ma chi si crede di essere. Volarono parole grosse e di lì si passò ai fatti.
In breve, la gente del villaggio uccise quell’uomo e rubò gli attrezzi dalla sua borsa per venderli.
In quanto all’automobile, dal giorno dopo si tornò ai bambini.

lunedì 17 settembre 2018

Il dominio animale nell’arte: ovvero la nuova frontiera dell’Art Farm

galleria26




Tempesta d'inverno 
Quanta malinconia e tristezza per i bei tempi andati quando in serenità e bellezza si usavano ben altri strumenti senza timidezza A quei bulli razzisti senza onore che sputano odio e rancore una sola nota d'amore: finirete ben presto in fondo al mare a umiliare e oltraggiare soltanto le carcasse e i relitti di ferro arruginito ormai sconfitti Il mondo non vi vuole e se anche avete consenso e clamore sarete estirpati come l'erba bruciata dal sole Pensate di essere forti e numerosi ma dimenticate sempre i tenebrosi il fiume in piena dei rivoltosi ora sembra calmo e aspetta un cenno ma quando si gonfierà sarà tempesta d'inverno e di voi, burattini abituati allo scherno resterà solo cenere in eterno.



Il dominio animale nell’arte: ovvero la nuova frontiera dell’Art Farm

“Ho iniziato tatuando le pelli di maiale, che andavo a prendere nei macelli, nel 1994. E’ stato solo nel 1997 che ho iniziato a lavorare su maiali vivi. Tatuo i maiali perché crescono in fretta e sono molto meglio da tatuare dei pesci. Li tatuo quando sono molto giovani e mi piace osservare come l’immagine si allarga e si distorce col tempo. Sostanzialmente investiamo in piccoli tatuaggi e coltiviamo grandi quadri”

Wim Delvoye


La filosofia dei tatuaggi è uno dei canali artistici più importanti nelle nuove generazioni. Non che prima non esistessero tatuatori o tatuatrici ma, negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati a livello mondiale. Le aziende che vendono i colori cominciano a diventare colossi del business (soprattutto negli USA). Soltanto in Italia, dal 2012 a oggi, sono stati aperti 2700 nuovi studi. In particolare nel nord italia (Fonte: Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio). A Milano e provincia esistono 270 micro-imprese (negozi) di tatuaggi. L’arte del tatuaggio, se da una parte, sta vivendo “un’età dell’oro”, dall’altra rischia di mettere in ombra i validi artisti del tatuaggio, che adesso, hanno una concorrenza impressionante (per i prezzi, alle volte, più convenienti). Come tutte le arti (pittura, scultura, musica, scrittura) anche i tatuatori e tatuatrici subiscono l’assalto di un esercito di nuovi aspiranti artisti. Ma come in tutte le “Arti” non tutti sono artisti. Chi vi scrive ama profondamente la storia (aspetto sociale nell’antichità) del tatuaggio, che è secolare. E’ proprio questo motivo (insieme all’aspetto sociale moderno) che mi spinge ad affrontare un argomento sempre troppo poco discusso: la pratica (ovvero la formazione).

Oggi esistono migliaia di tatuatrici e tatuatori, nel mondo, che utilizzano i colori vegani. Questo indica una maggiore sensibilità, all’argomento, prettamente etica. Come sappiamo i colori, in generale, anche quelli della pittura e tanto altro, sono testati su animali. Quasi tutti. Le aziende che fabbricano colori sono aziende chimiche. L’approccio ai colori vegani risulta quindi una “necessità” etica. E devo ammettere che, rispetto ad altre “correnti” artistiche, il mondo del tatuaggio è tra i primi ad aver scelto il colore “senza sofferenza” (Without Suffering, come dicono in inghilterra. Tra i primi al mondo a usarli). Ma la mia domanda argomentativa, sulla “pratica”, è un altra. In sintesi: come e su dove si impara a tatuare? Quali sono i materiali?. Sappiamo, ad esempio, che la pelle del maiale è tra le più usate (non solo quella ovviamente ma, se si parla a livello internazionale e non italiano, certamente si). La pelle è elastica e si presta. E’ quella che più somiglia alla pelle umana. E se ne trova in abbondanza visto il numero di maiali uccisi per l’industria alimentare, abbigliamento, cosmetica, e via dicendo.

Lasciando per un attimo in “secondo piano” l’aspetto morale (non moralistico) su dove si impara a tatuare (La pelle del maiale è pelle, come è pelle quella delle scarpe, dei sedili delle macchine, etc etc, quindi non è diversa da altre pelli. Non vi è giudizio) a me interessa, particolarmente, questa nuova “tendenza” del tatuaggio su animali vivi. La moda, ormai a carattere planetario, si chiama: Art Farm (nome coniato da uno dei massimi esponenti di questo “nuovo” mercato della sofferenza). Per chiarire meglio: i maiali (che sono poi gli animali più usati, ma non gli unici, vengono tatuati, anche se in numeri enormemente inferiori: bovini, cavalli, capre. Prima di essere macellati) vengono legati, anestetizzati e tatuati in ogni angolo del loro corpo, per poi fare esposizione nelle gallerie d’arte (in America soprattutto). In Europa sono esposti, generalmente, come “fenomeni da baraccone”, nelle fattorie o nelle fiere.

Il “fondatore moderno” di questa disciplina è Wim Delvoye. Un americano pieno di entusiasmo per il suo lavoro. Delvoye, infatti, tatua: draghi, fiori, immagini sacre. E macina soldi portando in giro, per il mondo, il suo libro sulle tecniche dal “vivo” del tatuaggio. Questo individuo, tanto acclamato per le sue straordinarie capacità oratorie, è invitato in diverse Convention di tatuaggi. Possiamo aspettarci la sua presenza, nel futuro prossimo, anche in Italia. Oltre a essere il fondatore di un progetto che ha sede in Cina e dal nome serenamente propagandistico, Art Farm (nome poi diventato “struttura” al movimento di tatuatori su pelle di animali vivi), non dobbiamo mai dimenticare che Wim Delvoye è promotore “maximo” del “benessere animale”:

“Se tatuo i maiali, almeno in quei mesi, non verranno uccisi, non solo, saranno trattati bene sia in termini di libertà di movimento che in funzione di una ricca e varia alimentazione”.

(la pelle del maiale come quella umana rimane elastica col movimento e un apporto di cibo sano, quindi cosa ci vuole dire Delvoye, che se nutriti bene e messi in condizione di muoversi, la loro pelle rimane elastica e integra, in questa maniera i tatuaggi non si rovinano e, al momento di staccarli, prima che l’animale venga macellato, sono poi vendibili in perfetto stato).

Per essere chiari, senza fraintendimenti, il suo lavoro non nasce -e si ferma- in Cina (se no figurarsi l’esercito del “salviamo gli animali ma estinguiamo gli umani” che prenderebbe la palla al balzo per dire: “Ecco i cinesi!, prima mangiano i cani e poi tatuano poveri esseri viventi”) ma prende forma e si moltiplica in america e poi successivamente in inghilterra.

Ricoperti di tatuaggi e devastati dai tranquillanti o sedativi elettrici, i maiali dopo un certo periodo vengono, ovviamente, macellati. Ma attenzione, qui sta l’aberrazione, le pelli vengono staccate e vendute come opere d’arte, per fare paralumi, lampade da salotto, sotto porta-ceneri, cornici. Ornamenti che possono costare centinaia di euro o dollari.

Piccola parentesi. In questo articolo non vi è (evidentemente) critica feroce ai/alle tatuatori/trici, artisti che nella stragrande maggioranza lavorano in maniera molto seria ma un consiglio a informarsi quando ci si tatua. La domanda : può aiutare a capire. Quasi sempre i maiali vengono considerati oggetto, cose inanimate, pezzi da poter disporre senza problemi, ecco perché, forse, la domanda più “corretta” potrebbe essere: . In sostanza questa è la chiave di volta per smascherare tali metodologie di apprendimento nell’universo dei tatuaggi. Il “Cosa” spinge a neutralizzare il senso di colpa e a “confessare”, nell’individuo, l’inizio dell’accademia. Il dire “con cosa” e non “con chi” predispone il/la tatuatore-tatuatrice a lasciarsi andare, e nel caso in questione, scoprire i suoi primi lavori.

Doverosa premessa: esistono migliaia di tatuatori/trici bravissime, onesti nel loro lavoro e veri artisti dotati, alcuni (come ho detto prima) già utilizzano colori vegani per tatuare, altri, in totale libertà, stanno seguendo un percorso di sensibilizzazione a tali argomenti, altri ancora lavorano con intelligenza e competenza. Perché dico questo allora? perché in Inghilterra e in Francia sono stati trovati centinaia di maiali tatuati in condizioni drammatiche e udite udite, anche in italia. In particolare in allevamenti estensivi.

Questo aspetto del dominio sugli animali, in funzione dell’arte, mi ha fatto pensare, in questi giorni, a un’altra storia che lessi alcuni anni fa. Storia che mi colpì come un maglio di acciaio:

La Strega di Buchenwald
La chiamavano la Strega di Buchenwald (uno dei più imponenti campi di sterminio nazista), il suo nome era Ilse Koch. Moglie del comandante Karl Otto Koch, ufficiale delle SS tedesco. Comandante dei campi di concentramento di Esterwegen, Columbia Haus, Lichtenburg e Sachsenburg; e in seguito comandante del campo di sterminio di Buchenwald dal 1937 al 1943. Qui la moglie si divertiva a strappare la pelle e i tatuaggi degli internati Rom ed Ebrei, prima che venissero infilati nelle camere a gas. Lo faceva sui corpi martoriati ancora vivi. Poi, i suoi schiavi (bambini ebrei) cucivano la pelle colorata con i tatuaggi e ci facevano paralumi, sotto-portacenere, cornici. In seguito, Ilse Koch, regalava queste opere “d’arte” agli ufficiali delle SS più influenti della Germania. Le cene settimanli che venivano fatte all’interno del campo erano famose e frequentate da decine di gerarchi nazisti. Al centro del tavolo, Ilse, soleva mettere una “Tsantsas” cioè una testa umana rimpicciolita, modificata con le tecniche dei nativi della Melanesia e del bacino del Rio delle Amazzoni: gli Shuar e gli Aguaruna. Le teste Tsantsas appartenevano ad ebrei. Le testimonianze dei sopravvissuti, nei processi successivi alla guerra, affermarono che le teste erano quasi tutte di adolescenti. Nel 45 Il Boia di Buchenwald, Karl Otto Koch, venne fucilato, la moglie condannata all’ergastolo.

10 anni fa, nel 2008, in una casa signorile di Berlino furono trovati due quadri e un lampadario fatti con la pelle tatuata degli internati di Buchenwald.

A una prima lettura si potrebbe dire che gli avvenimenti (i paralumi odierni con la pelle dei maiali e i paralumi del 43 con la pelle dei segregati di Buchenwald) non si somiglino affatto, anzi, il solo volerli paragonare rischia di essere una “disfunzione”ma, lo strappare la pelle tatuata a individui vivi, per fare ornamenti colorati, implica per forza di cose una profonda riflessione. E aggiungo una terrificante analogia. Il considerare “cose”, individui, spinge a una sorta di auto-legittimazione del potere sugli altri. Ne priva (annientandolo) il corpo e lo proietta a pezzo di “puzzle”. La “innocenza” di queste opere d’arte veniva considerata tale (normalità-oggetto) nel 1943 e viene considerata tale anche oggi. Cambiano i corpi ma non la funzione meccanizzata di smontamento in serie.

Preferisco non paragonare mai i campi di sterminio polacchi, tedeschi, ungheresi con i mattatoi o gli allevamenti intensivi, e questo perché si andrebbe a colpire sensibilità che hanno sofferto l’oppressione costante del “martello segregativo”. Schiavi umani e non. Non vi è paragone, sono metodologie diverse ma, nel caso della mercificazione dei corpi, (sotto forma di arte deviata) vilipesi e scherniti, si, le analogie esistono, eccome. Gli acquirenti, del passato e del presente, vedevano e vedono nei paralumi tatuati, attrazione e godimento. Adrenalina e interesse in un materiale tanto ricercato da trasformarsi in elitario e ristretto (entrando così nella cerchia dei soggetti di potere. Il biglietto da visita al “ballo mascherato”)

La casa, l’ufficio, diventano prolungamento di uno status di privilegio, si guadagna valenza esclusiva e non più solo dimora del sonno, del lavoro o del cibo. L’alfabeto dei corpi è offerto, di questo si tratta. Corpi di seria A, B, C, fino all’abisso della serie Z.

L’ultima lettera marchiata a fuoco in corpi che, non solo vengono drammaticamente smontati, ma utilizzati, sucessivamente, per “donare” potere nei soggetti il cui “corpo perfetto” ha funzione di genesi alfabetica.


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Non esiste motivazione al mondo che possa giustificare l' esistenza di luoghi che imprigionano individui la cui unica colpa è quella di essere così bellì e diversi da noi.