venerdì 18 agosto 2017

Finalmente Veggy


Piccolo recinto

Pomeriggio. Quasi sera. I raggi del sole penetrano, ormai stanchi, tra i rami dei larici centenari, infrangendosi sulle acque cristalline di un laghetto montano. Fresco, un leggero vento fa increspare la superficie, creando a tratti piccoli movimenti, delle dimensioni dei miei passi. Pieghe liquide, osservate a distanza, si riflettono su ombre rapide come il vento d'altura. Sono rondini. Rapidissime planano fino a toccare l'acqua, istanti, poi si levano in verticale verso il cielo. Insetti, la loro caccia. Poco distante, in direzione della conca, una malga. Vitelli, appena nati, riposano in un piccolo recinto. Musi annoiati, forse stanchi, forse di resa. Mi chiedo il perché ci siano solo cuccioli, poi comprendo. La malga offre da mangiare ai turisti e quale biglietto da visita migliore, fa piacere vedere delle miniature viventi, sorridono i bimbi, i genitori sereni si convincono. La malga è piena di gente, solo un ragazzo invecchiato, che mi somiglia, se ne sta in disparte, sui bordi del lago, è stranamente triste. Le voci dei commensali si elevano sopra le piante, canti e allegria, urla infantili, corse verso il piccolo recinto. Fuori, a duecento metri, il ragazzo non canta, si sforza di inseguire le voci di festa ma non riesce, guarda le rondini, ali libere e fugaci, libertà totale senza compromessi, la bocca accenna a un riso, ma è un istante, il riso è amaro, il piccolo recinto. Dove sono le vostre madri? Piccoli, indifesi, lo sentite il profumo dell'erba? No, non lo sentono, il piccolo recinto è costruito su nuda terra. Canzoni di altri tempi, fiumi di birra e bambini. Il ragazzo si alza, un ultimo sguardo alle rondini, all'imbrunire, vuole andare via ma le gambe non lo ascoltano, bloccate ai raggi del sole, che si addormentano sul piccolo recinto. Le rondini giovani giocano a un filo d'erba di distanza da altri giovani, che non conoscono quel meraviglioso passatempo, un tempo che passa tra la gioia infinita e la tristezza millenaria. Finalmente le gambe lo lasciano andare, è curvo, un vecchio ragazzo curvo da sensazioni incomprese. Un folle tra i normali, uno scemo che sospira guardando le rondini e piange al piccolo recinto. Viva la vita, dice il ragazzo, viva la vita a chi può permetterselo. Buio. Quasi notte. Le rondini riposano, stanche dello svago perfetto e armonioso, la malga chiude, conta i soldi, la luna ancora sotto la montagna, i cuccioli di mucca riaccompagnati nella stalla, soli, le madri lontane. Anche il vecchio ragazzo è ormai lontano, piange, nessuno può sentirlo, il sentiero gli tiene compagnia. Cammina, la luna inizia a illuminare, il sentiero sale, sale fino alle rocce, si volta verso la conca più in basso, mille metri più giù, nell'oscurità il laghetto rumoreggia, sembra salutarlo, ma lui, non lo sente vede solo il piccolo recinto...
Olmo







Finalmente Veggy

E' di questi giorni l'uscita a livello internazionale del nuovo cornetto vegano dell'Algida (azienda della Unilever). Finalmente dopo tante attese esce il gelato succoso anche per i vegani. Un passo avanti per le multinazionali dello sfruttamento, dieci passi indietro per l'umanità. Visto che sto già leggendo apprezzamenti orgasmici sul nuovo gelatoveg, alcune informazioni sul colosso che lo fabbrica e lo distribuisce. La lotta per la liberazione totale parte combattendo proprio coloro che la vogliono privare della spinta rivoluzionaria, riducendola a insulto dietetico, modaiolo e etichettandola come conforme a una società che ci annienta sempre di più. L'antispecismo non si riconosce e mai si riconoscerà nelle istanze fasciste di colossi che non solo sfruttano ma manipolano e lobotomizzano. Non crediate che un gelato per definizione sia un prodotto innocente, anzi, come tutti i prodotti della grande distribuzione esso gronda sangue di esseri viventi. La mercificazione va combattuta sempre, di qualsiasi colore, rossa, blu o verdeveg che sia.
Una sola lotta: liberazione animale, umana e della terra,
il resto è oppressione.


STORIA DI UNILEVER

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PRODOTTI

La Unilever Italia occupa il primo posto tra le imprese alimentari italiane (opera attraverso cinque società "autonome" che fanno capo a Unilever Italia s.p.a. e sono Sagit, Lever Fabergè, Van Den Berg, Calvin Klein Cosmetics, Diversey), è azienda leader nel mercato degli oli d'oliva, dei surgelati, del tè, delle margarine e dei gelati. Inoltre, è il più grande commerciante al mondo di the di cui è anche un grande produttore attraverso la propria filiale Brooke Bond.

Oggi è presente nei mercati di tutto il mondo con i seguenti prodotti:

• DETERSIVI: Coccolino, Omo, Bio Presto, Svelto, Vim, Cif, Lysoform, Surf
• SAPONETTE: Lux, Dove, Rexona
• SPAZZOLINI: Gibbs
• DENTIFRICI: Durban's, Benefit, lose-up Pepsodent, Mentadent
• CREME: Leocrema, Cutex
• SHAMPOO: Clear, Elidor, Axe, Denim, Dimension, Dove, Timotei
• COSMETICI: Atkinson
• PROFUMI: Fabergè, Brut 33
• ALIMENTARI: Milkana, Gradina, Rama, Maya
• MARMELLATA: Althea
• GELATI: Algida (Toh, il cornetto vegan!), Carte d'Or, Eldorado, Magnum, Solero, Sorbetteria di Ranieri
• SURGELATI: Findus, Genepesca, Igloo
• OLIO: Bertolli, Dante, Friol, Maya
• MAIONESE: Calve', Mayo', Top down
• TE' : Lipton, TE' ati

PARADISI FISCALI

Secondo il Rapporto annuale 2009 Unilever, la società ha filiali nei seguenti paesi: Andorra, Antigua, Bahamas, Barbados, Belize, Bahrain, Brunei, Costa Rica, Cipro, Dominica, Grenada, Guatemala, Hong Kong, Irlanda, Liberia, Lussemburgo, Malta, Isole Marshall, Mauritius, Monaco, Antille Olandesi, Panama, Filippine, Samoa, San Marino, Seychelles, Singapore, St Lucia, St Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Tonga, Uruguay e Vanuatu. In questi paesi compra letteralmente il silenzio dei funzionari amministrativi.

PRODOTTI GENETICAMENTE MODIFICATI E GELATI

La multinazionale Unilever, che controlla oltre il 60% del mercato italiano del gelato confezionato, vuole lanciare in Italia il “gelato al merluzzo” o meglio alla proteina artificiale copiata con la bioingegneria dal ´macrozoarces americanus´, una specie di merluzzo che vive nelle acque atlantiche più fredde. L’intento di Unilever è quello di abbassare così la temperatura a cui si formano i cristalli di ghiaccio e realizzare gelati con forme più complicate e più “gradevoli” alla vista, soprattutto dei bambini. Unilever ha affermato che una miscela solida potrebbe essere creata e usata, che mantiene la forma delineata senza l'uso eccessivo di grassi e crema. La richiesta di utilizzare la tecnologia era stata presentata alla Food Standards Agency, e Unilever ha detto che la tecnologia è stata già precedentemente messa in atto negli Stati Uniti come in altre parti del mondo. Nell'ottobre 2015 Ethical Consumer ha scritto ai vertici Unilever allegando un questionario che comprendeva una domanda sull’uso o meno di una politica di modificazione genetica. L'azienda ha risposto che "Riconosciamo che l'opinione pubblica sulle biotecnologie, come ad esempio l'uso di ingredienti geneticamente modificati negli alimenti, è ancora in evoluzione e che il dibattito e il consenso dell'opinione pubblica stessa è in fasi diverse in differenti regioni del mondo. Le nostre aziende sono libere di usare ingredienti derivati da semi geneticamente modificati, che sono stati approvati dalle autorità di regolamentazione e che soddisfano i nostri standard di qualità e accettabilità’’. Secondo le guide che si occupano di boicottare le multinazionali che devastano l'ambiente i seguenti prodotti sono stati classificati con il rating negativo applicato a "prodotti alimentari che contengono ingredienti geneticamente modificati o essere derivati da animali nutriti con colture geneticamente modificate": Pepperami, ragù bianco sugo lasagne, Ben & Jerry gelato, Magnum, Solero, algida (Toh, il cornetto vegan!) Pollo Salse Stasera reamy, Minimilk, Bovril, Elmlea, maionese Hellman, e brodo di pollo Knorr, prosciutto salsa cremosa salsa olandese salsa, e il prezzemolo.

IL THE

Unilever, con la consociata Brooke Bond (proprio quella che si occupa del marchio Lipton) coltiva tè in paesi come l'India, il Kenya, la Tanzania, Malawi e lo Zaire per una superficie globale di circa 17'000 ettari. Le critiche vanno alle condizioni più che misere dei lavoratori come pure ai salari da fame che percepiscono, nessuna possibilità di sindacati e continue vessazioni e intimidazioni alle famiglie dei lavoratori. La produzione di tè nello Sri Lanka è cominciata verso la fine del secolo scorso, quando Lipton comperò 10'000 ettari di terra. La popolazione locale si rifiutò di lavorare in quelle piantagioni così Lipton assunse lavoratori Tamil dal sud dell'India. Ma le popolazioni Tamil non sono viste di buon occhio da quelle cingalesi. Cominciarono così tutta una serie di guerre civili tra forze governative e le cosiddette " tigri di liberazione Tamil ". Sono circa mezzo milione i Tamil che lavorano oggi nelle piantagioni della Unilever, senza diritti politici, senza patria, al limite della soglia di povertà, emarginati dal governo cingalese, come ogni minoranza etnica e non del resto. La tragica situazione dello Sri Lanka affonda le sue radici nel periodo coloniale, in cui la coltivazione del tè ha creato ingiustizie strutturali che permangono tutt'ora : il tè Lipton rimane la memoria e il simbolo di queste ingiustizie.

RITORSIONE SUI LAVORATORI

Unilever ha filiali in paesi con regimi oppressivi come il Brasile, la Colombia, l'Egitto, l'El Salvador, il Guatemala, Honduras, l'India, l'Indonesia, il Kenya, il Messico, il Marocco, il Perù, le Filippine, il Senegal, lo Sri Lanka, la Turchia e l 'Uganda. Unilever è uno dei massimi responsabili delle gravi condizioni in cui versano milioni di contadini del sud del mondo (milioni non centinaia!) perchè i suoi metodi commerciali, totalmente ispirati ad una logica di profitto terrificante, non garantiscono guadagni dignitosi. La violenza dell'Unilever è ormai nota a livello mondiale. Secondo il sindacato internazionale dei lavoratori, la controllata Brooke Bond continua a strappare ingenti profitti dalla sua piantagione keniota Sulmac, la più grande del mondo, ove impiega oltre 5000 lavoratori a tempo pieno. Le condizioni di lavoro sono state definite "da manuale del colonialismo". Secondo il rapporto 2005 di ActionAid 'Power Hungry’ i vertici Unilever sono stati complici di lavoro minorile in Andhra Pradesh, in India. La pubblicazione ha dichiarato che ci sono stati 82.875 i bambini impiegati in aziende agricole di semi di cotone nello stato Indiano meridionale nel 2003-2004 - e che 12.375 dei bambini ha lavorato in aziende multinazionali come la fornitura di Unilever.
Il rapporto sostiene che molti erano bambini lavoratori sotto i 10 anni, l'85% erano ragazze, e avevano un salario medio giornaliero di 14-25 rupie. Molti sono stati gli immigrati che sono stati venduti in schiavitù per debiti. I bambini erano soliti subire l’impollinazione incrociata di fiori di cotone a mano per un massimo di 13 ore al giorno, e nel processo sono stati esposti a effetti di pesticidi tossici. Dormitori comuni allocati in piccole capanne erano l’alloggio più usuale, ove si lamentava mal di testa, nausea e convulsioni dovuti alle sostanze chimiche inalate. Unilever (la mamma di Algida), in Indonesia, Malawi e Kenya, è stato accusato di assumere personale con un contratto temporaneo il che comporta un peggioramento della paga e una diminuzione dei diritti fondamentali, per esempio accesso alle cure mediche. Unilever è responsabile del 70% delle esportazioni di tè indonesiano, ed è stato dichiarato "altamente probabile" che l'azienda influenzi i prezzi nella regione in stile militarista.

INQUINAMENTO

La compagnia è stata multata innumerevoli volte a causa del rilascio di 50 tonnellate di acido solforico concentrato dalla sua fabbrica Crossfield Chemicals a Warrington (Gran Bretagna). Secondo il Registro dell'Autorità Nazionale dei Fiumi, nel periodo Gennaio-Marzo 1991 la compagnia ha superato gli scarichi consentiti tre o più volte. Inoltre, tra l'1-9-1989 e il 31-8-1991 la compagnia fu dichiarata colpevole di inquinamento delle acque in superficie e delle falde acquifere. Unilever è stata accusata nel 2008 da varie associazioni ambientaliste per avere contribuito alla deforestazione della foresta pluviale indonesiana acquistando olio di palma da fornitori che devastavano l'ambiente. L'azienda ha risposto rivelando i suoi obiettivi di acquisto di olio di palma da fornitori certificati entro il 2017 (certo vi crediamo fiduciosi). In India la filiale di Unilever Hindustan Lever è stata accusata di inquinamento ambientale in una zona protetta del sud del paese per avere abusivamente scaricato scarti tossici di mercurio derivanti dalla produzione di termometri.

TEST ANIMALI

Quasi tutti i cosmetici della Unilever sono testati sugli animali (dico quasi tutti perchè parliamo di più del 90 per cento). Unilever era su una lista di aziende che testano i propri prodotti sugli animali come, per esempio, prodotti di igiene intima e prodotti per la casa che sono stati testati su cavie anche se non richiesto dalla legge. L'edizione 2014 del Bollettino ‘’Uncaged Campagne’’ dichiarava che vivisettori da Unilever siano stati coinvolti nel 'sacrificio' di centinaia di topi in un ripetersi di test d’avvelenamento utilizzando ingredienti chimici quali butilparaben e metilparaben. Le sostanze chimiche coinvolte vengono somministrate agli animali come '’cibo di tutti i giorni’’, effettuando il prelievo di campioni di sangue con un metodo chiamato '’emorragia retro-orbitale’'. Si tratta di una procedura estrema che coinvolge la puntura della cavità oculare. Secondo l'articolo, non vi è stata applicata condanna alcuna per questo metodo d’esaminazione, avvallando dunque l'estrema brutalità di questo test. Nel Febbraio 1992 Earth First lanciò il boicottaggio della Unilever e dei suoi prodotti dietetici integrali, alla luce dei test sugli animali e del comportamento globale verso l'ambiente. Secondo un comunicato stampa della Humane Society degli Stati Uniti, del 23 agosto 2009, una campagna era stata lanciata per chiedere a 'Ben & Jerry', di proprieta’ Unilever, di smettere l’uso di uova provenienti da allevamenti di pollame in batteria per produrre il proprio gelato. La società assicurò di effettuare tale modifica e passare a uova di galline ruspanti (la barzelletta nella tragedia).>>.

Per concludere in maniera faticosamente leggera (quando si affrontano argomenti dove si parla di aziende che disintegrano l'ecosistema, uccidono e utilizzano la tortura per aumentare i loro profitti, è difficile chiudere con leggerezza) fare il gelato (senza latte e uova) in casa richiede circa trenta minuti. Ma se utilizzate la domenica per fare il gelato, privandovi per una volta della gita all'outlet, allora in 3 ore riempite il frigorifero di gelati per un mese. Fate felici voi, i vostri figli, la vostra nonna, la bisnonna, la vostra o vostro o altro compagn* e evitate così di foraggiare la guerra (perchè di questo si tratta, guerra).

Il gelataio pazzo

giovedì 17 agosto 2017

LEI SARA’ SOTTO UN PONTE A SPERARE IN UN GRISSINO, NEPPURE TECH-GLEBA







Uno dei pilastri del progetto TECH-GLEBA SENZA ALTERNATIVE, che ho da mesi descritto e gridato (per la solita anima del cazzo), sono le Piattaforme.

Riassumo: l’idea è che gli Imperatori del business digital-commerciale, come Amazon, Google-Alphabet, IBM, Alibaba, Apple, Facebook, China Mobile, Microsoft; e che gli Imperatoridell’industria o delle materie prime come General Electric, Siemens, Glencore, Cargill, Exxon Mobil, Gazprom, Tesla, Volkswagen, Toyota, Rio Tinto, Alcoa, Potash Corp.; e che gli Imperatori del denaro come Bank of America, HSBC, Goldman Sachs, BNP Paribas… ecc… distruggano letteralmente ciò che noi abbiamo sempre conosciuto come gli industriali (Della Valle sei fottuto, ma tanto, sai?) o i banchieri minori (chiamati dispregiativamente da questi Imperatori: i Re. La citazione "Imperatori" è di Jeffrey Immelt di Genral Electric, USA, nientemeno).

L’idea è di distruggere i produttori, i distributori, i fornitori di servizi, le banche non sistemiche, cioè l'idea è che questi nuovi Imperatori li distruggano a milioni, per impossessarsi di Digitale, Energia, Servizi, Pagamenti, Trasporti, Commercio della Grande Distribuzione, Comunicazioni, Sanità, Materie Prime, ecc… da spartirsi poi in una trentina di immensi Gruppi mondiali chiamati Piattaforme.

Oggi, per essere chiaro, quanti gruppi di Re dell’industria abbiamo nella grande distribuzione (ipermercati)? Centinaia nel mondo. Bene, domani dovranno essere 2, massimo 4 Imperatori. E saranno digitalizzati, robotizzati, realtà virtualizzati, drones muniti e bla bla. Stessa cosa per il settore auto. Stessa cosa per il settore salute, e via dicendo. Certo che per chi legge, tutto questo sembra un fumetto... ma dai! “domani il mio vero problema è la fideussione con la Banca di Credito Pippo Pluto e Paperino”.

Ma no. Quello che avete letto sopra sta accadendo oggi, ora, questo minuto. Amazon, il mostro mondiale digitalizzato, dronizzato, computers quantistizzato, del signor Jeff Bezos, in America sta let-te-ral-men-te DEMOLENDO passo dopo passo l’industria americana della vendita al dettaglio. Hey, no, fermi. Non quella di Malta o dell’Honduras… quella degli Stati Uniti d’America. No scherzi.

Bezos sta appunto creando una Piattaforma, e spera che sarà la N.1 al mondo e che si mangerà non solo l’industria americana della vendita al dettaglio, ma quella in Sud America, in Europa, in Africa, e magari, cinesi permettendo, anche in India. Ops, Amazon si è chiusa in una stanza proprio ieri con il colosso Nike (giusto per dire un nanerottolo eh?), e la richiesta di Bezos è che domani la Nike venda SOLO attraverso la rete mondiale iper-tech di Amazon. Addio negozio, ipermercato, e Foot Looker. E Bezos sto scherzo lo ha già fatto per diversi mega gruppi americani, e infatti in un titolo del Wall Street Journal di pochi giorni fa si leggeva:

IL SETTORE AL DETTAGLIO AMERICANO E’ NEL PANICO.

Ops! Nell’articolo qualcuno scrive “Bè, gente, qui stiamo entrando nella Tempesta Perfetta per i negozi e per i grandi distributori”.

Allora, signor Matteo Piumoli, lei che vende roba di sport, ste cose le sente al TG1? Le legge sul Corriere? Lei, signor Piumoli, si ricorderà del giorno in cui la sua fideussione le sembrerà un grissino a confronto delle Piattaforme di cui lesse anni prima da quel Barnard, perché le Piattaforme l'avranno spedita sotto a un ponte a sperare di trovarlo un grissino. Lei non sarà neppure TECH-GLEBA. E comunque sarà SENZA ALTERNATIVE.

martedì 15 agosto 2017

Diario delle vacanze: il dottor Norman

La fantasia distruggerà il potere ed una risata vi seppellirà!

La posta
(ritratto di famiglia)
Questa mattina dopo diverse minacce e intimidazioni, mi sono recato allegramente in posta a pagare il pizzo per la luce, stufo dei tagli di corrente nei momenti meno opportuni. Entro e pazientemente mi metto in fila, educato, silenzioso, anonimo. Mentre aspetto il mio turno mi guardo in giro, mi volto e dietro di me, in coda, c'è una madre con suo figlio, un bimbo di circa 8 anni. Il viso impaurito, teso, mi fissa senza lasciarmi scampo, mi squadra dalla testa ai piedi e poi si blocca guardandomi negli occhi. Aspetto qualche secondo e poi con il miglior sorriso che riesco a fare mi rivolgo a lui senza dar troppa attenzione alla madre: < Ciao ! Guarda che non devi avere paura delle persone coi capelli lunghi, sono quelli bravi, semmai devi stare lontano e aver paura di quelli con la cravatta e il vestito bello, sono loro quelli cattivi !>. Mi fissa, i suoi occhi si stringono fino a due fessure, alcuni istanti, si vede che sta riflettendo alla velocità della luce, poi, il suo viso si distende, allarga la bocca e esplode in una risata grassa e rumorosa, a singhiozzi continua a ridere, sembra non voler smettere. Io divertito guardo la madre, sono molto orgoglioso, ho fatto ridere un bimbo in poco più di 10 secondi. La madre mi fissa gelida, i suoi occhi azzurri lanciano saette di odio, inarca le labbra, poi si abbassa e sgrida il bambino. < Basta Matteo, Basta ! La finisci di ridere come uno stupido, falla finita>. Non capisco, non riesco a capire il motivo per cui la madre è incazzata, non solo con il figlio ma anche con me. Poi l'illuminazione, entra nella scena una nuova figura, un personaggio che era distante forse a prendere delle raccomandate da compilare nel banco in fondo alla posta, un uomo alto, snello, elegantissimo, una cravatta da favola, il marito. Il Matteo continua a ridere, irrefrenabilmente, smette solo per prendere respiro, ora poi ha pure il braccio e il dito tesi verso il papà. Io visibilmente in imbarazzo, mi giro e comincio a sperare che la fila vada più in fretta. Il papà entra nella scena inconsapevole e serio dice alla moglie: < Ma smettila, perchè sgridi Matteo, non fa niente di male, ride e allora?>. La madre è paonazza, vorrebbe dirgli il motivo, ma la posta è piena di gente ed alcuni in fila sorridono scomposti da alcuni minuti perchè anche loro hanno sentito la mia gaffe. Finalmente è il mio turno, pago e mi dirigo all'uscita, la gente mi guarda divertita, apro la porta e mi volto verso Matteo, ha le lacrime agli occhi, si trattiene a stento, lo guardo e lancio l'ultima freccia alla Troisi: . Matteo è per terra dal ridere, guarda suo padre e urla dalle risate, la madre è viola e il padre sorride affaticato, la fila si trattiene a stento. Esco e penso, magari avessi l'ironia di un bimbo, loro moltiplicano per cento la felicità, chissà, forse cambieranno veramente sto mondo. Il futuro? Mah, sicuramente il presente Matteo me lo ha cambiato. Torno sui miei passi, alcuni minuti prima ero demoralizzato dalla tassa della luce, ora sorrido da solo, mi trattengo e poi esplodo in una risata grassa. 
Cammino in salita e rido, rido, fino a scomparire dietro il sentiero...

Una risata li seppellirà era lo slogan degli anni settanta...

Buon ferragosto con il delizioso racconto di Stefano Benni, inoltre cliccando su I racconti di Stefano Benni (vedi copertina) puoi leggere tutti i racconti selezionati per te, puoi stampare il libro, rilegarlo e regalarlo agli amici...

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Diario delle vacanze: il dottor Norman



Caro diario, domani partiamo per le vacanze. Mio padre mi ha preso da parte e mi ha spiegato che ho già tredici anni, sono una ragazzina intelligente e dovrò fare vacanze intelligenti. Non dovrò portarmi dietro la bambola e l'orsacchiotto Paco, perchè non devo dipendere da niente. Anche lui, ha detto, lascerà a casa due dei suoi cinque telefonini. Ci serve proprio un pò di svago e di vita sana. Abbiamo passato un bruttissimo inverno. La mia città ha tre volte il tasso di polveri e benzene consentito. Ma una volta al mese fanno la domenica ecologica, chiudono il centro e ci danno il permesso di girare tutti insieme in bicicletta, cosi possiamo respirare tutta la merda in una volta e il giorno dopo le macchine hanno un pò di aria pulita da inquinare nuovamente. Per via di questo inverno un pò impestato il mio fratellino Luigino ha avuto tredici virus con qurantadue di febbre, io sei bronchiti, mamma una vecchia allergia ai pollini insieme a una nuova allergia ai peli di cammello (per fortuna siamo stati allo zoo solo due volte). Papà ha avuto la congiuntivite allergica con gli occhi rossi per sei mesi, e una stomatite che gli ha scoperto le gengive, e una notte che era vestito di nero un uomo ha cercato di ucciderlo con un paletto nel cuore. Per finire il nostro cane, Bongo, ha preso da un gatto le zecche che i piccioni prendono dai topi. Ma il dottore ha detto che tutte queste malattie sono nella norma e anche nel 1936 ci fu qualcosa di simile. Ma ora respireremo un pò di aria sana.Siamo sull'autostrada bloccati da nove ore. La fila è di cinquanta chilometri ma la radio ha appena detto che nel 1996 ce ne fu una molto più lunga. Diluvia e ci sono dieci gradi all'ombra, ma il metereologo ha appena detto che la temperatura è sostanzialmente nella norma. Nessuno spegne il motore e l'aria non è proprio pulitissima. Luigino vomita. Bongo si gratta, io tossisco, mamma ansima e papà bestemmia. Ho letto da qualche parte che ci sono già le auto elettriche e quelle che vanno ad olio di colza non inquinanti, ma le industrie non le vogliono, l'olio di colza è contingentato e addirittura da qualche parte si sono rifiutati di assicurare le auto che vanno con l'olio di colza. Io spero che qualcuno la tiri fuori davvero questa storia dell'olio, se no siamo fritti.Mentre siamo in fila, ascoltiamo la radio. Siccità in Africa, bufere di vento in Sardegna, alluvioni in Scandinavia e incendi in tutta l'America. Un metereologo però dice che nel 1869 ci fu un anno simile e quindi siamo nella norma. Finalmente abbiamo raggiunto il mare e siamo corsi subito in spiaggia. Soffiava un tipico vento gelido di agosto, gli ombrelloni volavano dappertutto e faceva un freddo bestiale. Io e luigino abbiamo litigato perchè lui voleva fare un castello di sabbia e io invece un pupazzo di neve.Verso sera una nave, spinta dalle onde in burrasca, si è arenata sulla spiaggia. Tutti sono corsi là armati di bastoni e spiedi pensando che fossero curdi. Invece era un traghetto che andava alle Eolie ed era stato spinto là dalla tempesta. Sopra c'era anche un signore che fa il metereologo e si chiama dottor Norman, che ha spiegato a papà che nel 1934 ci fu un episodio analogo. Siamo stati un pò barricati dietro l'ombrellone, e poi papà si è vestito con la muta e la giacca a vento e ha provato a fare il bagno. Si è quasi congelato, ma quando è uscito si è alzato un vento rovente di scirocco che l'ha cotto in pochi istanti. Norman ha detto che era tutto nella norma, compreso l'incendio che ha distrutto la nostra pensione, la bufera di vento che ci ha portato via la tenda, e la tempesta di polvere che ci ha accecato, cosi che papà ha rimontato la tenda sul formicaio più grosso dell'occidente. Abbiamo dormito in una buca nella sabbia.Stamattina per fortuna fa più caldo. cinquantasei gradi all'ombra, e un vento africano che porta sabbia, raffiche di cuscus e, purtroppo, peli di cammello a volontà per la povera mamma. Io penso che noi umanoidi abbiamo combinato un bel casino con questo clima, che ci vorrebbe una commissione climatica mondiale che ci informasse davvero e imponesse regole da rispettare, e mi piacerebbe che le notizie di questa commissione fossero la prima notizia del telegiornale, ancora prima dell'indice Mibtel e delle vacanze dei Vip. Al pomeriggio ha cominciato a piovere, c'è stata una piccola alluvione e una grandinata color tamarindo. Io e Luigino l'abbiamo assaggiata e non era male, però poi ci è venuta la colite e siamo stati tutto il pomeriggio seduti nella norma.Papà ha detto io me ne frego del maltempo, io faccio il bagno, è entrato in acqua e ha trovato prima le meduse e poi la mucillaggine, è uscito che sembrava una gelatina semovente, e tutti i bambini della spiaggia lo hanno preso per Pokèmon e se lo sono disputato.Il dottor Norman ha detto a papà che nel 1965 ci fu un caso di mare inquinato in quel modo, sono calamità naturali e non bisogna cedere all'allarmismo e alla tentazione di incolpare uomini ed industrie. In quel momento è giunta a riva una chiazza di petrolio venuta da chissà dove. Papà e il dottor Norman si sono infilati in un branco di fenicotteri e cosi sono riusciti a farsi ripulire da Greenpeace.Ieri Luigino sotto la tenda ha preso un nuovo virus con quarantasei e mezzo di febbre. Il dottore ha detto che aveva già visto un caso simile nel 1988, però si trattava di un wurstel. Nel delirio, Luigino mi ha confidato che crede di aver capito tutto. Tutte le volte che succede qualcosa di mostruoso, basta dire che è una calamità naturale, ma soprattutto che è già successo e anche peggio. Quindi, basta tenere presente Hitler e ogni politico italiano va bene. Ogni nuovo virus è meglio del colera. Ogni catastrofe climatica è meglio del diluvio universale. Un maremoto non è un problema, a meno che non depositi sulla spiaggia degli extracomunitari. Quindi ognuno può continuare ad inquinare, disboscare, chimicizzare, sfruttare. Pensandoci bene, c'era del metodo nel delirio di Luigino. Volevo discuterne con papà, ma era impegnato in una discussione con i vicini di tenda sui pericoli delle radiazioni da cellulari, e su perchè la pubblicità dice che le telefonate costano meno ma le bollette crescono. Il dottor Norman ha detto che c'era già stato un caso simile nel 1864, in una bolletta del gas in Alabama. Tutti si sono rassicurati.

Oggi finalmente c'è un tempo discreto, pioviggina. Abbiamo fatto il bagno, le meduse non c'erano, c'era solo uno squalo, ma è passato vicino a Luigino ed è morto di tonsillite in pochi istanti. Sul giornale ho letto che in Africa non c'è più un goccio d'acqua e nell'Artide i ghiacci si sciolgono a tempo di record, che il clima mediterraneo è fottuto e si prevedono tornadi mai visti. L'ho letto in un trafiletto tra le notizie della fusione tra Telecom, Cragnotti, Parmalat e la triade cinese.Verso sera la situazione è peggiorata. Si è messo a nevicare. Luigino è stato punto da una nuova zanzara tropicale, mamma starnutisce come un locomotore. Ma papà ha detto che bisogna reagire e fare il bagno, si è fatto prestare una tavola da surf e si è lanciato contro un'onda di sei metri. E' rimbalzato sulla cima di un pino, al centro del solito incendio.Il dottor Norman stava rassicurandolo spiegandogli che era successo qualcosa di simile nel 1789, ma papà gli ha tirato un pugno in faccia di incredibile potenza, scardinandogli metà dei denti, poi lo ha rassicurato dicendo che aveva dato un pugno molto peggiore a un suo compagno di scuola nel 1956, e quindi il pugno doveva considerarsi nella norma.A sera abbiamo arrostito delle bistecche di medusa sulla schiena di Luigino e mamma si è ripresa dall'asma inalando dalla marmitta della macchina. Sembra che abbia una sindrome di dipendenza dal benzene. Papà sta facendo le valigie e piange. Io ho acceso la radio e ho sperato in qualche buona notizia. C'era una lite tra maggioranza e opposizione sui parcheggi da assegnare alle loro auto blu, esattamente uguale alle quindici liti precedenti. Poi c'erano tutti gli indici Mibtel, Nasdaq, e le novità degli amori Vip in Costa Smeralda, il calciomercato e la moda inverno-inverno. Non una parola sull'aria, sugli oceani, sul mio febbrile e alluvionato futuro. Perciò ho deciso di farla finita. Sono andata in riva al mare e ho camminato nell'acqua, aspettando che le onde mi sommergessero. Sfortunatamente il mare era ghiacciato. Vorrei sapere che cosa ne pensa il dottor Norman, ma non riesce ancora ad aprire la bocca. Mi sono sdraiata sulla sabbia e ho pensato: come pretendete che facciamo due settimane di vacanze intelligenti se vi comportate da stupidi tutto il resto dell'anno? Ho contato le stelle. Erano due, tra nuvole nere e vapori di petrolio. Poi mi sono addormentata tutta agitata pensando: beati quelli che hanno paura degli scippi.

Da Vegan Blog

Crostata con patata dolce

Non la solita crostata, ma una con base di biscotto e crema di “finto” cioccolato. La base punta su un abbinamento un po’ diverso preparato con il cocco, che le dà la crocantezza, e la crema di sesamo, che le dà un sapore abbastanza particolare aiutandola a rimanere friabile. La crema nonostante il sapore di cioccolato, in realtà è molto leggera ed è realizzata principalmente con la patata dolce e il cacao. Il tutto insieme crea una crostata unica dal sapore indimenticabile che potete decorare con frutta a vostra scelta.
vb

Ingredienti per la base:135 g di farina di riso
75 g di zucchero di canna
60 g di farina di cocco
150 g di crema di sesamo (tahina)
75 g di acqua calda
2 cucchiaini di lievito per dolci
Ingredienti per la crema:850 g di polpa di patata dolce
100 g di zucchero di canna
50 g di cacao amaro in polvere
45 g di melassa
30 g di burro di arachidi
1/2 cucchiaino di sale fine
1 pizzico di vaniglia
200 g circa di frutta di bosco a scelta
Procedimento per la base:In una ciotola setacciate la farina di riso, poi aggiungete lo zucchero, la farina di cocco e il lievito e mescolate tutto. Versate al centro della farina la crema di tahina e l’acqua e amalgamate tutto fino ad ottenere un panetto morbido e compatto. Avvolgetelo con della pellicola per alimenti e mettetelo a riposare per circa 15 min nel frigo. Passato il tempo prendete una teglia da crostata di diametro di 26 cm e imburratela con burro di arachidi. Poi foderatela con l’impasto lasciandola senza bordi. Dopo bucherellate il fondo con una forchetta e infornatela a 180° in modalità statica, in forno già preriscaldato, per circa 15 minuti. Sfornate la base e lasciatela raffreddare su una gratella.

domenica 13 agosto 2017

La giornata tipo di uno schiavo moderno


La compagnia
In fondo, emancipazione, che cosa significa se non la fuoriuscita dal sistema e i suoi sodali. Smettere, finchè si è in tempo, di assecondare tutte quelle dinamiche quotidiane che, invece di farci respirare, ci legano ai tralicci di una energia finta. Finirla di avere un ruolo e cominciare a riappropriarsi della vita, smetterla di inseguire lampadine colorate che proiettano luci inquinate e spingersi a seguire i raggi delicati del tramonto. Finalmente iniziare a vivere, semplici abitanti discreti, che calpestano leggeri i sentieri percorsi da altri animali, noi stessi animali, camminando di fianco, senza disturbare gli altri passi...


La giornata tipo di uno schiavo moderno


Nell'Era Moderna ogni mattina un uomo si alza al suonare della sveglia, e strappato violentemente dal dolce sonno corre in cucina a prendere la sua dose di caffeina, che una volta entrata in circolo nel suo organismo a stomaco vuoto, lo farà scattare sull'attenti e rendendolo subito iperattivo.

Lavato e cagato di fretta, il nostro superuomo moderno si avvierà verso il luogo di lavoro, tra la rabbia frustante del traffico mattutino, fatto di piccole accelerate e brusche frenate, una marcia lenta e singhiozzante che fa innalzare i livelli di nervosismo alle stelle.

Inizia poi la sua giornata di lavoro, con un falso sorriso stampato in faccia quando il nostro superuomo dovrà salutare colleghi e capi cordialmente anche se gli stanno tutti sul cazzo.

A metà mattina altra dose di caffeina per mantenere stabile in suo livello di produttività...


A mezzogiorno pausa in mensa con cibo spesso scadente e carico di additivi chimici e conservanti, pane con farina 00 raffinata con calce e demineralizzata, acqua di rubinetto al fluoro e un bicchiere di vino ricco di solfiti e pesticidi, una coscia di pollo da allevamento intensivo ricca di pregiati antibiotici e gonfiata di ormoni della crescita e infine un dolcetto ricco di zucchero bianco raffinato, vero e proprio carburante dei migliori tumori in circolazione, e tutto questo ben di Dio, il nostro superuomo lo chiama "cibo".

Ovviamente questo cibo è ricco solo esteticamente, ma in verità è carente di vitamine e minerali, in primis frutta e verdura, che vengono coltivate in maniera industriale e con fertilizzanti chimici derivanti dal petrolio...

Questo causa una seria carenza di vitamine e minerali al nostro superuomo che sarà così costretto a legarsi a vita a vitamine ed integratori "chimici" da prendere una volta al dì, al costo a barattolo di una cassa intera di frutta e verdura fresca di una volta, quella insomma che veniva coltivata in modo naturale e quindi naturalmente ricca di vitamine.

Al pomeriggio ennesima "pausa caffè", il che, con il passare dei giorni creerà una vera e propria dipendenza alla sostanza che produrrà nervosismo e irritabilità, che verranno placati grazie ai "tranquillanti" prescritti dal dottore.



La sera poi, il nostro superuomo moderno afflitto dai mille pensieri quotidiani, dal lavoro alienante, dalle bollette da pagare, dalle rate in corso, dall'affitto e da tutte le preoccupazioni moderne, faticherà a prender sonno e dovrà così ricorrere a potenti sedativi che inducono un sonno artificiale.

E la settimana prosegue così fino a sabato, quando il nostro superuomo finalmente trova riposo e si da all'alcool per evadere nel limite del possibile alla triste realtà a cui è sottoposto e che egli crede essere al sola ed unica realtà.

L'alcool lo inebrierà per qualche ora, rendendolo euforico e sicuro di sé, salvo poi renderlo uno straccio la domenica seguente, dove seguirà una breve revisione della sua vita nell'attesa di ricominciare tutto da capo il lunedì.

Tutta questa ansia, questa fretta, questo calvario fatto di lavoro e lavoro, traffico, stress, cibo artificiale e iperattività, verrà trasmesso ai propri figli e quindi alle generazioni future attraverso l'istruzione scolastica quasi come un "dono".

E la chiamano "educazione", l'addestrare gli esseri umani nati liberi a diventare dei frustati consumatori e infelici che già a 13 anni devono pensare, sotto le pressioni di genitori e insegnati a cosa vogliono fare da grandi, ovvero a quale lavoro dedicheranno l'80% della loro vita in nome di profitto, produzione, consumo di materie prime e distruzione del pianeta, dando così il loro contributo al "progresso".

Pubblicato da Daniele Reale

sabato 12 agosto 2017

IL PROMEMORIA PER NEO VEGANI


"Ricordati che appena diventerai vegan, ti ritroverai un esercito di onnivori che invece di trovarsi un hobby, preferirà assillarti con una quantità infinita di domande ridicole e banali e dovrai passare la maggior parte del tuo tempo a spiegare... che si diventa vegani soprattutto perché si è contro l'uccisione di animali e non solo perché la carne è dannosa all'organismo. - che il tonno è un pesce. - che il pesce è un animale. - che i "frutti di mare", non sono frutti, ma animali. - che l'affettato è carne. - che ci si può occupare contemporaneamente sia di animali che di umani. - che l'erba non ha sistema nervoso. - che diventare vegani è l'unica alternativa per limitare al minimo l'uccisione di piante. - che la B12 nell'alimentazione onnivora viene integrata. - che amare gli animali, non significa amare cane/gatto e mangiare/indossare tutti gli altri. - che in "tempo di guerra" la carne era il primo alimento a scomparire. - che su di un'isola deserta abitata da soli conigli ci sarebbe cibo anche per i vegani, altrimenti col piffero che ci sarebbero i conigli. - che le mucche sono mammiferi. - che le mucche fanno latte solo dopo aver partorito. - che il latte della mucca è per il vitello. - che la mucca non esplode se non la mungi. - che il veganismo non è una moda. - che il veganismo non è una religione. - che le vegane allattano al seno e non con il soia drink. - che le vegane fanno l'ingoio a loro discrezione. - che crescere un bambino vegano non solo è possibile, ma pure consigliabile. - che la morte umanitaria non esiste. - che la pistola captiva, non uccide, ma stordisce solamente. - che la caccia non è uno sport. - che la corrida non è uno sport. - che la pesca non è uno sport. - che la gente che augura morte c'è sia tra i vegani che tra gli onnivori. - che il contadino non uccide affatto dignitosamente i suoi animali. - che il cibo vegano non è affatto costoso. - che "cibo vegano" e "cibo bio", non sono sinonimi. - che i vegani mangiano raramente seitan, muscolo di grano, tempeh etc. - che la soia è usata molto più dagli onnivori che dai vegani. - che il 94% della soia coltivata diventa foraggio per gli animali da reddito. - che le raccoglitrici sottopagate di pomodori, lavorano soprattutto per gli onnivori. - che se mangi pesce non sei vegetariano. - che se mangi tonno, vuol dire che mangi pesce, quindi non sei vegetariano. - che se vai in una pagina vegana a pubblicare foto di bistecche, l'unico sentimento che susciti è compassione nei confronti di tua madre che dovrà sopportare un poraccio come te tutti i giorni. - che non siamo predatori. i predatori sono altri. - che senza il centro commerciale con la carne bella che pronta, la maggior parte della gente smetterebbe di mangiarla. - che i vegani non sono immortali, ma sicuramente più sani. - che le carenze alimentari vengono con qualsiasi tipo di alimentazione, se mangi col deretano. - che nessuno può essere coerente al 100% e un vegano cerca solo di fare meno danni possibili. - che la politica "visto che non posso salvare tutti, allora non salvo nessuno", è solo una delle tante scuse ridicole per non fare niente. - che le proteine vegetali sono come quelle animali. Ricordati che appena diventerai vegan, molti dei carnisti che ti circondano... - Diventeranno esperti nutrizionisti. - Si preoccuperanno delle tue carenze nutrizionali. - Si preoccuperanno della salute dei tuoi figli. - Si preoccuperanno della salute dei tuoi animali domestici. - Si preoccuperanno della salute delle raccoglitrici di pomodori sottopagate. - Si preoccuperanno degli insetti che schiacci quando cammini o quando vai in auto. - Si preoccuperanno delle stragi animali nell'agricoltura. - Si preoccuperanno dei danni provocati dalla soia. - Si preoccuperanno della sofferenza delle piante. - Si preoccuperanno della fame nel mondo. - Si preoccuperanno del disboscamento in Amazzonia. - Si preoccuperanno della sofferenza degli animali negli allevamenti intensivi. - Mangeranno sempre poca carne. - Compreranno sempre dal contadino sotto casa che uccide i propri animali con il solletico. - Avranno sempre amici allevatori che trattano gli animali con rispetto e adorazione. - Avranno sempre amici che lavorano nei mattatoi e che uccideranno gli animali con un colpo di pistola alla testa senza farli soffrire. - Ameranno tantissimo tutti gli animali, ma purtroppo sono onnivori, è la catena alimentare. - Ameranno tantissimo tutti gli animali ma purtroppo dio li ha creati per mangiarli. - Non sapranno distinguere un pesce da un frutto. - Avranno problemi a collegare un prosciutto con un maiale. - Avranno problemi a collegare un tonno in scatola con un tonno in mare. - Vorrebbero diventare vegan pure loro, ma non potranno per problemi di salute. - Avranno rispetto per la tua scelta di non uccidere animali, quindi anche tu dovrai avere rispetto per la loro scelta di fare stragi. - Varie ed eventuali... "
(Nonno Paolone)

giovedì 10 agosto 2017

Abbiamo un lavoro, ma non abbiamo più una vita


Fiaccola indomabile
Estate conobbi la sete
di sera, tra foreste ricurve.
Stagione da occhi incantati
e lunghe distese tracimate di ghiaia. 
Da quanto attendevo paziente.
Nell’aperta montagna
precipitava il giorno
su tramonti lontani
distese, altipiani senza ricordo.
Giornate appena accennate
lunghe, eterne, lievi,
felicità nascosta 
a volte trovata, ragnatele tremule.
Io chiedevo una roccia
al mio continuo viaggiare,
ora riposo la bocca
alla sorgente nascosta.
Sognare, unica parentesi
che desta i miei sensi
e i silenzi di colpa 
di trame fitte in parola,
io scoprirò il sentiero
ritrovato nel corpo.
Sul tuo respiro leggero
ho piene le labbra.
Anarchia negata di un passato lontano
dolcemente mi incanti
il cuore e le mani,
tu fugace bocciolo
torrente impetuoso
saltelli incantata
amore ribelle
trascinata su strade
portata dal vento
accolta da braccia
nemiche del ferro
blindato rovente.
Poiché la strappate
trascinata per terra
in nastri vigliacchi 
ad agosto in mezzo alla via,
convinti a domarla
lei sprezzante dall'alto
su tetti fratelli
e travi sorelle
grida la vita.
Lei è lupo di bosco.

La parola "estate" a 15 anni significava vacanze, mare, andare a dormire tardi la sera, le chiacchierate con gli amici, seni scoperti, pranzi leggeri, angurie, meloni e docce rinfrescanti.

L'estate a 15 anni significava anche nuovi amici, nuovi amori, storie di un mesetto e via, ma estate allora significava soprattutto "libertà", e quei 3 mesi di caldo estivo, di bagni e di abbronzature erano una vera e propria manna dal cielo dopo 9 lunghi mesi di scuola.



A settembre già ci si lamentava quando riiniziava la routine di sveglie al mattino presto, di compiti, libri e doveri, e certo a quell'età di certo non si pensava che quelle estati spensierate sarebbero state destinate presto a finire quando il cosiddetto "mondo del lavoro" ci avrebbe accolto, pronto a trasformarci da adolescenti felici ad adulti stressati e annoiati.

E' vero, dopo un pò ci si abitua, come ci siamo abituati negli anni alle strade sempre più trafficate, all'aria inquinata, al cibo industriale, al cancro causato da uno stile di vita folle che sta divorando la nostra società giorno per giorno.

Ci si abitua a tutto e forse è questo il nostro imperdonabile errore, perché non si dovrebbe mai abituarsi alle cose brutte, rendendoci addirittura complici, l'attuale situazione delle nostre condizioni lavorative ne è l'esempio lampante.

Ieri sognavamo le vacanze estive, oggi sogniamo il posto fisso, i cartellini da timbrare, le facce stufe e depresse dei nostri colleghi al lunedì mattina, oggi sogniamo di abituarci, di accontentarci, mentre fino a ieri sognavamo di raggiungere le Stelle, i pianeti lontani.

Oggi non abbiamo più orizzonti davanti a noi, solo linee rette che danno l'illusione di arrivare chissà dove e invece stanno sempre ferme li, come le nostre vite, splendide e traboccanti di sogni e desideri da giovani, piatte e opache dai 20 anni in su, mentre cerchiamo di dimostrare al mondo il contrario pubblicando le nostre foto felici e sorridenti mentre sorseggiate un costoso cocktail da 10 euro in una spiaggia turistica sovraffolata, dove abbiamo precedentemente pagato 7-.8 euro di parcheggio e ci siete sentiti in dovere di acquistare un vestito nuovo prima di arrivare in spiaggia.

No non mi fregate, io li conosco quei finti sorrisi, quei selfie scattati in quello sputo di libertà che voi chiamate "vacanza".

Ma quale vacanza? Se solo aveste speso un solo anno della vostra vita a sforzarvi di migliorare il mondo, a far valere le vostre idee (se ne avete...) a difendere Madre Terra, la sua acqua, le sue terre, voi stessi e i vostri simili, e per simili non intendo solo quelli con il colore uguale della vostra pelle, oggi la vostra vita sarebbe al 70% vacanza, con più piaceri che doveri, con poche ore di lavoro, quelle che realmente servono per provvedere a voi stessi e alla società se ancora ne esiste una in questo mondo di uomini feroci dagli obiettivi egoistici e folli, ma voi avete preferito accontentarvi, corrotti da una tv al plasma in salotto e da qualche capriccio concessovi a rate.

Eccoci dunque arrivati all'estate degli schiavi, che pagano le tasse per pagare poi ugualmente i pedaggi autostradali, cui una settimana di "vacanze" le costerà il prezzo di due mesi di duro lavoro, ma già, tanto questa estate si guadagna di più, perché ci hanno chiesto di fare gli straordinari, da 8 a 10-12 ore al giorni, come gli sgobboni da miniera agli inizi del 1900.

Siamo tornati indietro di più di 100 anni? Magari...

Qui siamo nuovamente al Medioevo, ma che dico, alla schiavitù egizia, perché oggi ci chiamano al sabato mattina ancora a lavorare dopo la lunga settimana iniziata lunedì mattina, ma di che ci lamentiamo?


Almeno abbiamo un lavoro...è si schiavi, avete ragione, abbiamo un lavoro, ma non abbiamo più una vita, e sembra non accorgersene nessuno, come non ci si vuole accorgere che fare andare la gente a lavorare al sabato, aggiungendo le ore di straordinario e quelle di flessibilità nel bel mezzo di un'estate di Sole, non è strategia produttiva, ma un modo per non farvi vivere, ma tanto chi se ne accorge?

Tranne i barboni e i bambini, a me sembrano già tutti morti.

Daniele Reale

mercoledì 9 agosto 2017

Via da casa loro!




Un'analisi 'vecchia scuola' - in realtà modernissima - dei fenomeni migratori mondiali e delle loro implicazioni politiche, proveniente dagli indipendentisti sardi di Libe.r.u.

di Libe.r.u. - Lìberos Rispetados Uguales.

LO SCENARIO ATTUALE

Il fenomeno migratorio dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa ha assunto un carattere epocale. Sono centinaia di migliaia le persone, di ogni sesso ed età, che cercano in ogni modo di scappare da guerre, terrorismo, epidemie, miseria, sfruttamento, col miraggio di una nuova vita in Europa. Il sogno di stabilità e pace, di benessere economico incarnato nell’Europa per i dannati della terra, che spesso hanno conosciuto l’inferno, assume per loro quasi i contorni della conquista del paradiso.

E’ stato detto più volte, e con ragione, che nessuna madre rischierebbe di mettere il proprio figlio su una barca sgangherata in un mare in tempesta, se non nella certezza che restare sulla terra è più pericoloso che sfidare il mare.

Queste ondate migratorie, verificatesi altre volte anche se non in questa misura, hanno assunto un carattere di massa con la caduta di Gheddafi a seguito della cosiddetta “primavera araba”, un fenomeno presentato dai media come una grande rivoluzione spontanea e popolare. In realtà questo fenomeno si è rivelato essere nient’altro che la nuova strategia occidentale di destabilizzazione delle aree non controllate, tramite finanziamento di gruppi dissidenti che si occupano di fomentare rivolte, sabotaggi, attentati e uccisioni nei confronti dei governi non allineati, ondata dopo ondata, fino a provocarne la definitiva caduta.

Prima di allora la Libia era lo Stato africano con maggiore benessere economico, polo di attrazione di numerosi migranti che da tutto il centro e nord Africa erano richiamati da condizioni di lavoro remunerative e nuove opportunità.

Col rovesciamento del potere costituito la Libia è diventata un territorio sottoposto al controllo di diverse bande guerrigliere, a loro volta finanziate e sostenute da diversi Paesi occidentali, che cercano di estendere le loro zone di influenza nelle zone più ricche e strategiche dal punto di vista economico e militare. Attualmente uno dei mercati più fiorenti in questo feudalesimo di bande è quello legato alla gestione delle migrazioni. Migliaia di persone partono soprattutto (ma non solo) da Somalia, Eritrea e Nigeria, attraversano il deserto per recarsi in Libia e cercare di partire via mare per l’Europa. La “macchina dell’accoglienza”, che costa ad ogni disperato migliaia di euro, inizia proprio qui e si sviluppa in seguito in Europa con diversi meccanismi. Dietro queste migrazioni e dietro la gestione delle stesse si sviluppa un gigantesco giro d’affari su cui specula la criminalità organizzata di entrambi i continenti. Ma sarebbe ingenuo, o segno di malafede, affermare che tutto ciò accada solo per interesse e col beneplacito delle organizzazioni criminali che lucrano sul fenomeno, immaginando le potenze imperialiste europee e le grandi multinazionali paralizzate e incapaci di gestire il fenomeno.

Se vogliamo capire il perché, o meglio i tanti perché, di questo fenomeno dobbiamo andare più a fondo, non fermarci ai traffici delle varie mafie ma arrivare a quelli che sono gli interessi di chi è infinitamente più potente.


ALLA RADICE DEL PROBLEMA

La grande borghesia finanziaria e industriale europea, ha da sempre un occhio di riguardo verso il continente africano. Sin dalla seconda metà dell’Ottocento e poi ancora nel corso di tutto il Novecento i banchieri e gli industriali hanno piegato gli Stati europei ai loro interessi, impegnandoli in lunghe, costose e sanguinose guerre coloniali. Il prezzo delle sofferenze e delle tragedie causate dalle guerre coloniali non è quantificabile e, forse, nemmeno immaginabile. Un caro prezzo che è stato fatto pagare sia alle masse popolari europee, illuse dai deliri sciovinisti e portate alla fame per sostenere le guerre, sia agli africani: decimati, torturati, stuprati, derubati della terra e delle ricchezze, affamati. Due interi continenti patirono la fame a causa dell’insaziabile avidità dei banchieri e degli industriali europei.

Dopo la Seconda Guerra mondiale le lotte di liberazione nazionale sottrassero momentaneamente alcuni Paesi africani al controllo delle potenze coloniali europee, segnando un periodo di speranza e di cambiamento per le sorti di questo martoriato continente. Colpi di Stato, uccisioni di esponenti indipendentisti, attentati terroristici, stragi indiscriminate contro civili inermi rei di aver sostenuto la lotta anticolonialista furono le risposte rabbiose delle potenze europee temporaneamente scacciate.

Tuttavia in breve tempo l’avidità delle potenze europee trovò nuovamente il modo di legare alla propria sfera di influenza politica, economica e militare, le ex colonie africane. Vennero così a crearsi, come concessione di una parvenza di indipendenza, i “protettorati” che altro non erano che il proseguo del colonialismo travestito da indipendenze fantoccio.

La storia di quasi tutti gli Stati africani nati nel dopoguerra è una storia di continui colpi di stato e di incessanti guerre interne con una miriade di bande guerrigliere. In realtà in Africa si svolge incessantemente da almeno settant’anni una guerra mondiale tra i Paesi occidentali che cercano, evitando le spese e il clamore di una guerra aperta, di portare ognuno per suo conto gli Stati africani sotto la propria influenza. Il metodo è quello della “guerra per interposta persona”. Se, ad esempio, gli Usa vogliono rovesciare il dittatore X di un Paese africano controllato dalla Francia, organizzano e finanziano una forza guerrigliera o un colpo di Stato. Se questa banda guerrigliera o i golpisti riescono a rovesciare il governo del dittatore X nasce un nuovo governo, ugualmente fantoccio ma stavolta filoamericano. Il vantaggio di tale operazione è che il nuovo dittatore Y toglierà le concessioni per lo sfruttamento delle immense ricchezze alle multinazionali francesi e le affiderà a quelle americane.

Mentre da una parte solo una ristretta minoranza delle organizzazioni guerrigliere può dirsi veramente popolare e indipendente e realmente impegnata in una guerra di liberazione nazionale, è invece d’altra parte risaputo che in molti Paesi africani ci sono contemporaneamente dieci-quindici organizzazioni guerrigliere ognuna delle quali finanziata, più o meno segretamente, da diversi Paesi e multinazionali occidentali, che parallelamente fomentano anche le infinite trame golpiste che serpeggiano nel personale dell’esercito.

Questa situazione di guerra e di destabilizzazione continua, di cui gli unici ad avvantaggiarsi sono i Paesi occidentali (o meglio, le classi dominanti dei Paesi occidentali), rende l’economia africana poverissima. Mentre tutte le ricchezze dei Paesi africani sono di proprietà di multinazionali occidentali, la stessa economia di sussistenza deve affrontare la cronica mancanza di infrastrutture che non le permette di svilupparsi. D’altra parte nessuno ha interesse a sviluppare infrastrutture in una colonia. Diverso ma per certi aspetti simile è il caso dell’intervento cinese, il quale sta procedendo alla costruzione di infrastrutture in Africa volte, più che a sviluppare il Paese ospitante, piuttosto a programmare ed agevolare la soddisfazione delle proprie esigenze nel prossimo futuro.

Perciò il continente più ricco del mondo ha un’economia fragile e povera, mentre le sue risorse arricchiscono all’infinito un pugno di banchieri e industriali occidentali.

A questa situazione di continua guerra e di fragilità economica corrisponde la povertà estrema di centinaia di milioni di persone, flagellate da malattie e malnutrizione, che negli anni Duemila muoiono ancora di fame e di malattie facilmente curabili.

Ciò che spinge centinaia di migliaia di persone ad affrontare il deserto, le violenze, il mare, è dunque da una parte la convinzione di non poter avere futuro, pace e benessere nel proprio Paese; dall’altra la speranza di poter trovare in Europa quelle condizioni di dignità e benessere di cui parrebbe usufruire l’occidentale medio.

All’interno di questo fenomeno migratorio però non c’è solo, come detto, l’intreccio affaristico delle organizzazioni criminali ma interessi infinitamente più grandi.

Torniamo in Europa.

INNESCARE LA CAUSA, APPROFITTARE DELL’EFFETTO.

Le classi dominanti dei Paesi europei sono impegnate da alcuni decenni nell’opera di smantellamento dei diritti sociali e del lavoro acquisiti nelle lotte degli anni Sessanta e Settanta dai lavoratori. In tale operazione il ruolo spesso connivente dei sindacati e dei partiti della sinistra riformista, a cui si aggiunge la consueta opera delle forze politiche di centro e di destra, ha portato ad una situazione lavorativa improntata sulla precarietà e sullo smantellamento dei diritti.

L’arrivo simultaneo di centinaia di migliaia di persone poverissime rappresenta per il capitalismo europeo una grande opportunità per dare la spallata finale a ciò che rimane di quel patrimonio di lotte e di diritti conquistati con tanti sacrifici.

L’improvvisa accumulazione di decine di migliaia di persone, senza la capacità di gestione di questi arrivi che non sia quella dell’internamento, crea immediatamente motivi di tensione sia tra i migranti sia tra i residenti. I migranti hanno passato le pene dell’inferno per venire qui, il loro principale obiettivo è quello di cercare lavoro e costruirsi una nuova vita in Europa: vivere in un limbo, in strutture isolate in campagna o in quartieri popolari circondati da persone ostili, senza alcuna certezza per il futuro, senza una scadenza temporale precisa, senza poter cercare lavoro, senza poter raggiungere i propri parenti e amici sparsi per l’Europa, rappresenta per loro uno scenario inquietante percepito come interminabile.

Gli europei, d’altra parte, vivono da decenni un continuo attacco ad ogni diritto sociale, hanno attraversato la privatizzazione di tutto ciò che potevano credere certo e garantito, hanno visto portare via da sotto i loro occhi, uno per uno, tutto ciò che hanno acquisito in decenni di dure battaglie. Oggi le persone anziane, dopo una vita di sacrifici e di lotte sociali, temono di morire in povertà, senza una casa, senza il diritto alle cure, senza nessuna attenzione da parte di Stati che di sociale hanno ben poco e sempre meno.

I giovani non hanno in gran parte alcuna aspettativa dal futuro: sempre meno acculturati, con poche prospettive di lavoro, con la disoccupazione percepita come normalità, hanno la certezza di abitare in un mondo in cui tutto si paga e a caro prezzo.

In questo scenario sociale di mancanza assoluta di qualsiasi garanzia è normale aspettarsi risentimento ed astio nel momento in cui uno straniero appena arrivato può beneficiare di alcune garanzie che al locale non vengono date. Nonostante la situazione di permanenza forzata nei centri di accoglienza sia per lo straniero una situazione innanzitutto non voluta da lui e in secondo luogo anche transitoria, il diseredato occidentale non percepisce questi fattori di temporaneità e vede questa situazione come un’ingiustizia nei suoi confronti, convinto che agli stranieri – a differenza sua – vengano garantiti alloggi e pasti e che loro siano venuti qua per approfittare di questa situazione. Il diseredato si sente rifiutato e sostituito da estranei in quella che dovrebbe essere l’attenzione sociale di uno Stato nei confronti dei cittadini meno abbienti.

A soffiare su questa tensione, come vedremo, tutte le forze reazionarie sistematicamente foraggiate dalla grossa borghesia.

I migranti, che in questo momento rappresentano un “esercito industriale di riserva” (termine generalmente usato per indicare le masse sottoproletarie) offrono alla borghesia europea la possibilità di abbattere gli ultimi baluardi di garanzia del mondo del lavoro. Questo esercito industriale di riserva è infatti composto da persone che sono dispostissime a lavorare per un salario molto più basso di quello che percepisce il lavoratore europeo, con meno diritti, con più ore di lavoro, senza assicurazione e senza nessuna garanzia. Queste grandi masse di persone che sono venute qui per diventare lavoratori rappresentano per la borghesia europea l’opportunità di riportare il mondo del lavoro indietro di due secoli: immensi guadagni per i capitalisti, pochissimi diritti per i lavoratori.

Per questo motivo essi verranno, e talvolta già ora vengono, utilizzati dalla borghesia come arma di ricatto nei confronti dei lavoratori europei.

Tra l’altro in numerosi settori economici gli stranieri, proprio a causa della loro disponibilità a lavorare per salari da fame e in condizioni degradanti che generalmente i locali rifiutano, rappresentano già una parte preponderante della forza lavoro impiegata. Si pensi ad esempio alle migliaia di braccianti stranieri che lavorano nei campi in sud Italia nella raccolta dei pomodori e degli agrumi, o anche ai tanti stranieri che lavorano come dipendenti nelle aziende agropastorali sarde o nei grandi allevamenti bovini del nord Italia, ma anche – al di fuori di contesti rurali – al fatto che la stragrande maggioranza degli impiegati nella nettezza urbana in Francia ha origine maghrebina.

Ma la loro disponibilità a svolgere mansioni pessime e molto faticose in condizioni di svantaggio non basta, di per sé, a tenere queste persone in una condizione di perenne ricattabilità o a poterle utilizzare per ricattare i lavoratori europei.

La garanzia per la borghesia europea di poter usufruire di questo ricatto sta soprattutto nel fatto che questi lavoratori vengono tenuti in una condizione sociale di inferiorità e nella costante incertezza di poter vivere stabilmente qui.

Se avessero la certezza di rimanere qui perderebbero la loro ricattabilità e la loro contemporanea funzione di ricatto nei confronti dei lavoratori europei, potrebbero pretendere condizioni di lavoro migliori e lottare per averle. Magari, ciò che sarebbe peggio per la borghesia europea, lottando assieme ai lavoratori europei per gli stessi diritti.

Se invece hanno sempre un piede un po’ qua un po’ là, se la loro permanenza è costantemente messa in dubbio, se la loro speranza di costruzione di un futuro in Europa è resa precaria, allora diventano ricattabili e sono disposti a lavorare anche a condizioni disumane pur di non tornare nell’inferno da cui sono venuti.

Tramite questo meccanismo di ricatto il padronato mette oggi i lavoratori europei davanti a un dilemma: accettare sempre meno diritti e vantaggi pur di conservare il proprio posto di lavoro, oppure rassegnarsi ad essere sostituiti da chi è disposto a lavorare per condizioni inferiori.

Chiaro che questo distrae i lavoratori dall’obiettivo storico di lottare contro il capitale per i loro diritti: il loro obiettivo diventa accettare le condizioni del capitale e lottare contro gli stranieri che sono disposti a lavorare per meno. La classica guerra tra poveri fomentata dai ricchi.

Il capitalismo europeo raggiunge così due obiettivi: il primo è che il lavoratore europeo accetta di buon grado di lavorare a condizioni inferiori; il secondo è che il lavoratore europeo non individua più il suo avversario sociale nel capitalista che sfrutta il suo lavoro ma bensì nello straniero, che insidia il suo lavoro con una accettazione al ribasso.

Per questo i banchieri e gli industriali europei vedono in quest’ondata migratoria una grande opportunità di guadagno, anche al di là di ciò che è l’immediato giro d’affari della gestione degli sbarchi e dell’accoglienza. Il loro grande vantaggio è quello di poter dimezzare i costi del lavoro riportandoli a livelli di Terzo Mondo, rilanciando quindi l’economia in fase di stagnazione con il conseguente superamento della crisi attuale.

In pratica anziché dover delocalizzare il lavoro nel Terzo Mondo, come già fanno da tanti anni per pagare stipendi da fame, adesso ragionano su come portare qui il Terzo mondo, per pagare gli stessi stipendi ma godere dei vantaggi di un continente altamente infrastrutturato e moderno.

Sarebbe sensato pensare che essi vorrebbero ostacolare ciò che li rende ancora più ricchi?

Sarebbe sensato pensare che il capitalismo non ha grande interesse ad agevolare la migrazione e ancor più le tensioni sociali che essa crea?

Tuttavia questo fenomeno migratorio non durerà in eterno: si interromperà nel momento in cui la borghesia europea riterrà raggiunto il numero di migranti sufficiente per scatenare le tensioni sociali di cui ha bisogno. Quando la massa di migranti presenti in suolo europeo verrà considerata sufficiente metteranno in pratica misure ferree che bloccheranno d’improvviso, diritti umani o meno, qualsiasi migrazione.


SPESE PER LA GESTIONE DELLE ONDATE MIGRATORIE

La famosa questione dei trentacinque euro al giorno che secondo la propaganda razzista verrebbero dati ad ogni migrante, con annessi ipotetici telefoni e schede telefoniche, seppure ripetutamente sbugiardata e dimostrata distorta e falsa, è ancora ritenuta vera da milioni di persone. In realtà come tutti sanno (o dovrebbero sapere) la cifra di trentacinque euro per ogni migrante ospite in strutture di accoglienza viene dato non al migrante ma alle cooperative che organizzano l’accoglienza, cooperative di italiani. Sarebbe dunque corretto dire che alcuni italiani guadagnano trentacinque euro al giorno per ogni migrante ospitato. Con questi soldi la cooperativa garantisce i servizi essenziali e i pasti giornalieri, incassando enormi quantità di denaro, spesso rubando anche i due euro al giorno che dovrebbero invece essere dati al migrante per coprire spese telefoniche per chiamare i propri cari. Al di là di infinite discussioni, per la maggior parte sterili, sulla quantità di denaro speso per questa gestione ci sono delle cose che è bene sapere, come ad esempio che questi soldi non è vero che vengono pagati dallo Stato italiano ma si tratta di fondi europei. L’Europa, o sarebbe piuttosto il caso di dire le principali economie europee, preferiscono attualmente spendere queste cifre per avere la certezza che questi migranti restino sul suolo europeo ma allo stesso tempo non invadano immediatamente i Paesi maggiormente avanzati. Il motivo è nella necessità che ci sia una maturazione dei tempi per il progetto che abbiamo appena spiegato, cioè il sistematico utilizzo, in un tempo non troppo lontano, dei migranti come ricatto ai lavoratori europei. Nel frattempo in Italia, con la gestione dei centri di accoglienza, oltre alle organizzazioni malavitose fanno affari d’oro le cooperative legate ad aree politiche che vanno dall’estrema destra al PD, oltre a cooperative legate alla Chiesa cattolica, che si trova in preda a un furioso dibattito e divisa tra il dovere della carità e dell’accoglienza (soprattutto quando profumatamente pagata) e i malumori generati dal continuo arrivo “in terra cristiana” di grandi masse di musulmani.

C’è da dire che la borghesia europea da parecchio tempo spende cifre immense per la gestione del fenomeno migratorio dall’Africa verso l’Europa. Già diversi anni fa ci furono accordi per consistenti finanziamenti a Gheddafi per trattenere in Libia i migranti, tant’è che il vecchio colonnello più volte pretese di rivedere al rialzo la cifra dei finanziamenti, minacciando di lasciare improvvisamente partire verso l’Europa milioni di migranti. E la borghesia europea, non ancora pronta per il suo progetto, pagò. Una situazione peraltro piuttosto simile a quella che si è recentemente verificata con Erdogan sulla questione dei migranti che dalla Siria attraversavano il confine turco per poi andare in Germania. Quando poi la stessa borghesia decise di togliere di mezzo Gheddafi e destabilizzare la Libia, il ruolo di contenitore temporaneo, anch’esso ben pagato, passò all’Italia che come detto è capace di accontentare tutti gli amici degli amici e di dare a ogni compare la sua fetta. Ma d’altra parte anche una ipotetica chiusura delle frontiere costerebbe parecchio cara, e certamente un deciso controllo del Mediterraneo con navi ed elicotteri militari non rappresenterebbe una fonte di risparmio per una borghesia europea che, a dispetto del cittadino medio impoverito e disperato, non fa alcuna capriccio se c’è da spendere per la gestione dell’immigrazione. Una spesa che come vediamo, volenti o nolenti, qualsiasi siano le misure adottate, c’è e ci sarà sempre almeno fino a quando centinaia di migliaia di persone continueranno a voler (o dover) passare dall’Africa all’Europa con ogni mezzo.

IL RUOLO DI STAMPA E ORGANIZZAZIONI REAZIONARIE

Certo potrebbe apparire contraddittorio e paradossale che, se davvero la borghesia europea ricava un guadagno dall’immigrazione, proprio la stampa e le organizzazioni reazionarie che essa finanzia propagandino razzismo e odio nei confronti degli stranieri. Verrebbe da pensare che, al contrario, la borghesia dovrebbe proporre e sostenere l’accoglienza.

Non è così in realtà, e ci sono dei precisi motivi sul perché la stampa e le organizzazioni reazionarie chiedono continuamente che si chiudano le porte ai migranti e portino avanti una campagna di intolleranza nei loro confronti.

Il primo motivo è che le organizzazioni reazionarie non hanno alcun interesse per voler davvero chiudere le porte all’immigrazione, visto che è stato appurato (con Roma Capitale ma non solo) che gran parte delle organizzazioni dell’estrema destra fanno enormi affari sulla gestione dei migranti, sia dal punto di vista economico con le cooperative che li ospitano sia dal punto di vista politico come crescita del consenso conseguente all’allarmismo per una supposta “invasione” straniera. La propaganda che propone il rimpatrio e la chiusura delle frontiere in realtà vuole solo che resti costante la campagna di odio nei confronti dei migranti. Per le formazioni xenofobe è dunque necessario che la società percepisca sempre i migranti come pericolo e come potenziale causa di disordine, affinché l’opinione pubblica accetti di buon grado che essi non vadano liberamente alla ricerca di un lavoro ma restino rinchiusi.

Il secondo motivo riguarda direttamente il mercato del lavoro.

La creazione di un clima di intolleranza viene attuato dalle organizzazioni neofasciste attraverso una propaganda martellante, attraverso volantinaggi e migliaia di pagine internet dedite alla costruzione di notizie inventate o distorte, la cui finalità è quella di accusare i migranti di continue nefandezze e violenze, facendole percepire all’opinione pubblica in modo allarmistico come frequenti e dilaganti anche se – quando queste sono effettivamente compiute – esse sono, e lo dicono i numeri, nella media o inferiori alla media generale europea. Questo lavoro mette gli stranieri in una condizione di continua pressione psicologica, perché vivono nella palpabile sensazione che la società li ritenga responsabili di quasi tutti i suoi mali. La finalità della propaganda razzista è che la condizione del migrante rimanga perennemente in subalternità e, di conseguenza, di ricattabilità. I migranti che cercano lavoro infatti possono rappresentare uno strumento di pressione e ricatto nelle mani della borghesia solo a condizione che essi vivano nel terrore, nell’incertezza, nella paura di essere linciati o reimbarcati dall’oggi al domani. Questo senso di precarietà e di paura li porta a non permettersi di avanzare alcuna pretesa, a non reclamare niente che non sia il minimo possibile, disposti a lavorare e vivere in condizioni disumane pur di restare qui. Una disponibilità a vivere e lavorare in condizione disumana che serve alla borghesia per agitare lo spettro del ricatto sotto il naso dei lavoratori europei.

Questa situazione di disperazione e di odio si autoalimenta sotto la regia della grande borghesia economico-finanziaria, sostenuta dal braccio armato della xenofobia, a tutto discapito sia dei lavoratori europei sia dei lavoratori africani, messi gli uni contro gli altri per la conquista di un tozzo di pane.

Inoltre c’è anche un terzo motivo molto importante del perché la borghesia europea abbia molto da guadagnarci dall’emigrazione, anche se le organizzazioni che essa finanzia propagandano intolleranza e rimpatrio. Si tratta di una propaganda di facciata, perché in realtà la borghesia ha bisogno dei migranti anche come fattore di controllo sociale e di scudo contro il malcontento popolare.

Uno degli obiettivi che persegue la borghesia attraverso il lavoro delle organizzazioni reazionarie è quello di tenere a bada i diseredati, i poveri, milioni di disoccupati, giovani e meno giovani che non hanno un futuro e che aspettano di capire contro chi sfogare tutta la rabbia per la vita che stanno vivendo.

Se questi milioni di diseredati delle metropoli avessero la possibilità di conoscere dettagliatamente la situazione politica e sociale, se avessero dei rudimenti di cultura e di economia, se avessero una lettura politica che non fosse solo quella data dalla propaganda razzista e reazionaria, giungerebbero molto probabilmente alla conclusione che la loro condizione di disagio è causata dai continui tagli che gli Stati europei attuano allo stato sociale per sostenere multinazionali e banchieri, finanziare la grande industria, foraggiare armamenti, portare guerre di aggressione per decenni contro gli Stati sovrani di Medio Oriente e Africa. Capirebbero che il loro disagio è la risultanza inevitabile di una cattiva gestione della società, e quindi si potrebbero porre il problema di migliorare la società, magari in maniera più equa. Esattamente ciò che terrorizza i capitalisti, che sulla diseguaglianza costruiscono la loro fortuna e le loro ricchezze.

Per questo motivo il capitalista ha perenne bisogno che le masse di diseredati, di poveri senza futuro, abbiano un nemico chiaro e ben identificabile. Nemico che, inutile dirlo, può essere individuato in chiunque tranne che nel capitalista!

Ci sono stati periodi storici e luoghi diversi in cui il capro espiatorio colpevole delle disgrazie e della disperazione della povera gente è stato di volta in volta individuato nella strega, nell’untore, nell’ebreo, nello zingaro ma anche più recentemente nel cinese “che si sta comprando tutto”, nell’albanese (ricordate?), nel rumeno, nello slavo… Periodicamente c’è sempre un nemico da individuare e su cui riversare tutto l’odio per la miseria in cui si è costretti a vivere. Un nemico che è sempre rigorosamente ben identificabile e indicabile, rigorosamente minoritario, rigorosamente dipinto come capace di ogni crimine abbietto e di ogni gesto immorale.

Mai le organizzazioni reazionarie indicano la borghesia come causa della miseria di milioni di persone. Al di là di qualche slogan di circostanza l’apparato della reazione, che conta potenti mezzi di informazione fino alle ben finanziate organizzazioni di estrema destra, di fatto non attacca mai frontalmente il capitalismo come causa della miseria di milioni di europei e africani, come causa della mancanza di alloggi, di cibo, di istruzione, di sviluppo, di felicità per milioni di europei e africani.

I mezzi d’informazione reazionari e le organizzazioni neofasciste non potrebbero mai prendere una posizione del genere, perché si interromperebbero immediatamente i finanziamenti della borghesia occidentale, che li sostiene per dare alle masse popolari il solito capro espiatorio da linciare al posto suo.

CHE FARE?

Che cosa si può fare, dunque, per cercare di porre rimedio a questa situazione?

Intanto nell’immediato una delle cose che è bene fare costantemente è quella di smascherare sistematicamente l’infondatezza della propaganda razzista e reazionaria. Spesso essa si basa su “verità” contraddittorie eppure indistintamente accettate, come quella che pretende di dipingere i migranti sia come responsabili di “rubarci il lavoro”, sia come “parassiti che stanno nell’ozio tutto il giorno a nostre spese”. Nella psiche orientata alla ricerca di un capro espiatorio non viene percepita la contraddittorietà di argomentazioni di questo tipo, per cui si odiano i migranti sia perché rubano il lavoro sia perché oziano dalla mattina alla sera, senza rendersi conto che se davvero una persona rubasse il lavoro a qualcuno non riuscirebbe a stare contemporaneamente in ozio tutto il giorno, proprio perché impegnata a lavorare.

Ci sono poi i dogmi indiscussi e indiscutibili che vengono agitati solo per i migranti, anche se chi li agita ha ben poco di che insegnare, come accade quando ci si imbatte nel caso tipico dei disperati che pur avendo alle spalle una miriade di piccole condanne gridano che (gli altri) “devono rispettare le nostre leggi”.

Eppure, nella costruzione di un clima da caccia alle streghe, tutto ciò funziona.

Ma smascherare le bufale, di per sé, non può bastare.

Purtroppo la vera azione incisiva rispetto a questo tema la può svolgere solo chi governa, ed è assolutamente evidente che oggi lo scopo di chi governa è quello di obbedire ciecamente alle necessità delle multinazionali e del capitalismo economico-finanziario. Allo stato attuale non c’è dunque possibilità di poter influire in maniera veramente incisiva sul fenomeno, e pensare di risolvere a breve termine questo problema è una pia illusione, tanto più se si considera la forza esigua delle attuali organizzazioni anticapitaliste.

E’ però possibile lavorare per sostenere delle misure che possono momentaneamente abbassare il livello di scontro sociale e di guerra tra poveri, per cercare di iniziare un’opposizione ai piani della grande borghesia europea in diverse fasi, a breve, medio e lungo termine.


BREVE TERMINE: COSTRUIRE SOLIDARIETA’ E INTEGRAZIONE

La soluzione per il continuo arrivo di migranti non può certo essere quella degli attuali sistemi di “accoglienza”, che sostanzialmente altro non sono che l’ammassare in luoghi provvisori centinaia di persone di diverse nazionalità, di diversa estrazione e animate da scopi spesso ben diversi. Le soluzioni che vedono come luoghi deputati alla cosiddetta accoglienza agriturismi, alberghi, scuole dismesse, capannoni industriali, case private, caserme non fanno altro che acuire le tensioni sia tra gli immigrati (che non vogliono stare fermi ma andare a cercare il lavoro per cui sono venuti qui) sia tra i residenti, che percepiscono la permanenza dei migranti in una residenza pagata come se fosse un lusso che ai residenti è negato, così come d’altra parte interpretano la loro volontà di andarsene come un segno di intollerabile ingratitudine verso un “trattamento di favore”. L’ammasso indiscriminato di persone in strutture anonime non risolve nessun problema bensì ne crea solo di nuovi e più gravi, scatenando quelle tensioni che portano come detto ad una guerra tra poveri anziché a situazione di integrazione.

Probabilmente, nell’ambito dei diversi piani di accoglienza, il più adatto a favorire l’integrazione sembrerebbe essere il sistema dello Sprar – previsto per richiedenti asilo e rifugiati - il quale prevede l’accoglienza diffusa in case di famiglie che si offrono volontarie, con ospiti seguiti da diverse figure professionali e sociali assunte in loco, ed offre la possibilità ai destinatari di integrarsi realmente nel territorio in maniera graduale e a reale contatto con i cittadini residenti.

Al di là di questo sistema di accoglienza c’è comunque un atteggiamento da parte dei cittadini e delle amministrazioni che può fare la differenza.

In alcuni comuni della Sardegna, tra cui ad esempio Villanovaforru e Muros ma non solo, le amministrazioni hanno cercato di integrare i migranti offrendo loro la possibilità di imparare a coltivare la terra o assegnando direttamente un fazzoletto di terra da coltivare. Questi esempi virtuosi possono rappresentare delle opportunità di integrazione graduale e naturale. Quando si instaura un rapporto di dialogo, e non di scontro come vorrebbe qualcuno, si riesce in maniera quasi naturale a trovare delle soluzioni, come ad esempio quella che vede delle persone che sono disposte a lavorare la terra trovare un punto di incontro proprio in un’isola che importa dall’esterno l’80% dei prodotti agroalimentari che consuma. In quest’ottica sarebbe auspicabile che tutti e specialmente i giovani, di qualsiasi nazionalità e provenienza, che volessero restare a vivere in Sardegna avessero la possibilità di usufruire di corsi di formazione lavorativa e di adeguati corsi di studio, con annessa lingua e cultura sarda, diventando cittadini sardi a tutti gli effetti, integrandosi in maniera attiva e cosciente nella nostra società.

E’ invece sbagliato, profondamente sbagliato, pretendere che i migranti, quasi dovessero ripagare un alloggio e un pasto che non hanno richiesto, debbano essere impiegati per lavorare gratuitamente per la pulizia dei giardini pubblici, strade, spiagge ecc. Questo è sbagliato per due motivi principali: il primo è che i lavori di manutenzione devono essere svolti a pagamento da lavoratori che hanno tutto il diritto di ricevere un compenso per il lavoro svolto; il secondo è che l’accettazione, sin dai primi embrioni, della concezione secondo cui il migrante deve lavorare a condizioni che noi non accetteremmo (per esempio lavorare gratis) va esattamente nella direzione in cui ci vuole portare la grande borghesia europea.

Le situazioni di vera integrazione, di costruzione di realtà in cui i cittadini stranieri si inseriscono nel nostro tessuto sociale, avvengono gradualmente, spesso rivedendo convinzioni e pregiudizi consolidati, scoprendo che non è il colore della pelle o l’origine delle persone a determinare la compatibilità all’interno delle nostre comunità, ma la volontà di lavorare per costruire tutti insieme lo stesso futuro per questa nostra terra.


MEDIO TERMINE: UNITA’ DI DIRITTI CONTRO LE DISCRIMINAZIONI E I RICATTI DELLA BORGHESIA

La moltiplicazione di situazioni di integrazione (beninteso solo con coloro che effettivamente e volontariamente intendono restare stabilmente e integrarsi) sia in Sardegna come nel resto d’Europa deve diventare la base di un grande confronto, in cui al centro del dibattito non c’è l’origine nazionale ma la volontà generale della difesa del lavoro. Così come la borghesia europea ha come obiettivo per la difesa dei suoi interessi la divisione di lavoratori su base etnica, in maniera da dividerli e metterli gli uni contro gli altri in una corsa al ribasso dei diritti, allo stesso modo tutti i lavoratori insieme devono lavorare per la difesa dei loro diritti, al di là di ogni provenienza, lingua, colore della pelle.

Il piano della borghesia europea fallirà solo se i lavoratori, europei e migranti insieme, sapranno difendere e far progredire i diritti dei lavoratori senza eccezioni e senza lavoratori di serie A e di serie B. Perciò bisognerà lottare affinché le persone vengano assunte in base alla capacità e alla dedizione al lavoro e non, come accade ogni giorno di più, in base all’origine e alla ricattabilità nella certezza che da parte dei migranti si incontrerà l’accettazione di qualsiasi condizione svantaggiosa.

Vogliamo costruire un’Europa in cui i tutti lavoratori, di ogni colore, religione, genere e orientamento sessuale, abbiano gli stessi diritti e in cui il rispetto di questi diritti diventi rigorosissimo e certo: solo così le persone non saranno più accettate o rifiutate nel mondo del lavoro in base alla loro ricattabilità, solo così il razzismo verrà soffocato, solo così i lavoratori difenderanno uniti i loro diritti contro i tentativi di divisione portati avanti dal grande capitale.


LUNGO TERMINE: MINARE ALLA BASE IL COLONIALISMO E L’IMPERIALISMO, DA CUI NASCONO LE PIU’ GRANDI TRAGEDIE DELL’UMANITA’

C’è un problema di fondo: come si può pensare di interrompere o addirittura debellare il razzismo, le politiche discriminatorie e la guerra tra poveri innescata con le ondate migratorie, senza porsi il problema di fermare le ondate migratorie? E come fermare le ondate migratore senza prima capire il perché nascano?

Se noi vogliamo davvero fermare le ondate migratorie dobbiamo chiederci da che cosa sono causate e intervenire sulla causa.

La realtà è sotto gli occhi di tutti: esse sono causate dalle aggressioni imperialiste, dai rapporti coloniali imposti da Stati e multinazionali occidentali, dall’incredibile fonte di guadagni generata dalla vendita delle armi, dalle misure estorsive e dal sottosviluppo indotto da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

Uno degli slogan più in voga negli ambienti della reazione è quello che dice “Aiutiamoli a casa loro”. In questo slogan è racchiusa tutta l’ipocrisia e la violenza tipica del colonialismo europeo, cent’anni fa come oggi sempre impegnato a inculcare all’opinione pubblica occidentale l’idea che il colonialismo in Africa abbia una qualche forma di missione civilizzatrice. Questa necessità di dover andare in Africa ad aiutare i poveri selvaggi era ed è, come sappiamo, nient’altro che il bisogno delle classi dominanti europee di soddisfare la loro sete di rapina.

Questo slogan che pare essere la quintessenza del pensiero coloniale e che inizia a riscuotere simpatia anche in ambienti distanti dalla destra, propagandando questo bisogno samaritano di andare ad “aiutarli a casa loro” mostra il suo lato più abominevole, come quello che implicitamente asserisce che gli Stati europei abbiano il diritto di intervenire in Africa, seppure con supposte finalità umanitarie: si vuole ricacciare indietro i poveri però si propone di invadere l’Africa per aiutarli! Uno slogan che appare come il manifesto del colonialismo, capace di racchiudere in una frase tutto il pensiero coloniale di un secolo e mezzo di aggressioni europee in Africa.

A questo slogan e a questo modo di vedere le cose noi possiamo solo rispondere che il modo migliore di aiutarli è smettere di sfruttarli a casa loro, smettere di utilizzare l’Africa come discarica di tutte le sostanze più nocive prodotte dall’industria europea, lasciare che le loro ricchezze siano utilizzate da loro per il loro sviluppo, che i giacimenti di petrolio, oro, diamanti, metalli preziosi, che le loro terre, le loro foreste e i loro mari pescosi siano giustamente utilizzati dai legittimi proprietari africani e non dalle multinazionali europee, che il loro continente sia la terra su cui edificare società fiorenti e progredite.

“Via da casa loro” dovrebbe essere il nostro slogan contrapposto, ma sappiamo che il colonialismo europeo non ha nessuna intenzione di rinunciare alle immense ricchezze presenti in Africa. Per questo motivo non è onestamente pensabile che l’attuale situazione si possa superare senza porsi nel lungo periodo in maniera fattiva e coerente nel campo anticolonialista e antimperialista.

Non si può pensare che le ingiustizie che il colonialismo europeo compie ogni giorno da oltre un secolo in Africa non abbiano nessun effetto, non creino fame e disperazione, non mettano le persone nella condizione di voler fuggire da morte e distruzione per cercare una vita migliore.

Se davvero vogliamo fermare le ondate migratorie, se davvero vogliamo fermare le immani tragedie che portano milioni di esseri umani ad abbandonare la loro terra, sia essa la nostra martoriata terra di Sardegna o quella di ogni continente, costruiamo rapporti di solidarietà e di lotta con tutti gli oppressi, combattiamo i nemici dell’umanità, togliamo le ricchezze dalle grinfie di un pugno di avidi psicopatici e riconsegniamole ai popoli sfruttati, per poter costruire un futuro di pace e felicità, per poter vivere in un mondo di persone libere, rispettate, uguali.


Libe.r.u. - Lìberos Rispetados Uguales.

Fonte: Megachip