lunedì 21 maggio 2018

Molestie e sessismo, se la “festa” degli alpini diventa un incubo per le donne


Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.
(Virginia Woolf)

Molestie e sessismo, se la “festa” degli alpini diventa un incubo per le donne

Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”, recita uno slogan femminista.
Uno slogan che illumina due questioni: la libertà di azione che molti uomini avvertono e mettono in atto quando viene meno un controllo sociale diffuso e la fallacia di un approccio di esclusivamente securitario alla violenza di genere.
Quanto avvenuto a Trento in questi giorni in occasione della Festa degli Alpini, e denunciato dalla rete Non una di meno-Trento, ne è l’ennesima dimostrazione.
Il problema non è circoscritto alla serata dedicata a “Miss Alpina bagnata” – in cui si invitava a “bagnare con la birra la tua alpina preferita” – che di per sé sarebbe sufficiente, ma riguarda il fatto che uno spazio pubblico attraversato da migliaia di maschi si sia tradotto in uno spazio insicuro per le donne, molestate e oggetto di commenti e approcci non richiesti e non graditi.
Di seguito pubblichiamo il comunicato di Non una di meno-Trento, alcune testimonianze giunte alla loro pagina Facebook e un commento di Cinzia Sciuto. (i.c.)

COMUNICATO NON UNA DI MENO – TRENTO

In questi giorni viviamo una Trento mai vista: centinaia di migliaia di persone sono arrivate da tutta Italia per partecipare alla 91esima adunata degli alpini. Ma come spesso accade, quello che gli uomini chiamano festa si traduce in motivo d’ansia per le donne, con il moltiplicarsi di molestie e approcci non graditi. Una libertà di azione che molti uomini mettono in atto ogni volta che viene meno un controllo sociale diffuso. Questa adunata non ne è esente e siamo già state tristemente oggetto e testimoni di manifestazioni di sessismo, machismo e maschilismo: sguardi viscidi, complimenti non richiesti, fischi, palpeggiamenti e gruppi di uomini che ci accerchiano e ci impediscono di passare sono solo alcune delle cose che stiamo subendo. A queste si aggiunge la serata dedicata a “Miss Alpina bagnata” in cui si invita a “bagnare con la birra la tua alpina preferita”. Al di là dell’oggettificazione della donna, dettaglio non certo trascurabile, non capiamo come si possa non considerare umiliante (facendolo anzi passare per apprezzamento) il gesto di lanciare addosso a qualcuno della birra. Il problema è che in un clima di festa, con alcool che scorre a fiumi e musica ovunque queste continue microaggressioni passano inosservate. Non vogliamo più stare zitte, non vogliamo “stare al gioco” e fingere di divertirci, e non vogliamo essere noi a pagare il prezzo del divertimento maschile, in una città come Trento, che da sempre usa il concetto di “decoro urbano” per attaccare student* e migranti accusandoli di essere fonte di degrado salvo poi tollerare che lo stesso venga realmente prodotto in una situazione istituzionalizzata. Non vogliamo essere oggetto del divertimento molesto degli uomini che loro si ostinano a chiamare goliardia. Non vogliamo, come alcune di noi hanno fatto, dovercene andare altrove per evitare situazioni spiacevoli. Sosteniamo e promuoviamo forme di maschilità non prevaricatrici e feste in cui tutte le persone possano divertirsi senza che qualcuna debba farne le spese.

***

ESSERE DONNA E MULATTA IN TEMPI DI ADUNATA


Maggio 2018. Trento, sicura, silenziosa, regina di decoro urbano si prepara ad accogliere 600000 militari e simpatizzanti smaniosi di sfilare per giorni a passo di marcia.
Da settimane la città è in fermento, i camion di bitume rompono i silenzi notturni, squadre di pompieri vengono arruolate per onorare la patria e adornare la le facciate di bandiere tricolore, anche la bella e ormai succube sede di sociologia si veste a festa e da il ben venuto agli alpini. Allora via le bici, disinfetta i parchi da migranti e accattoni, scattano ordinanze su ordinanze speciali. 10 maggio è tutto pronto.
La città è luccicante e disposta a delegare interamente l’ordine pubblico all’organizzatissimo Corpo degli Alpini, legittimati in ogni loro azione dal semplice essere forze dell’ordine e di conseguenza affidabili, solidali, caritatevoli rappresentanti dell’ordine costituito.
Il capoluogo si trasforma in cittadella dell’Alpino, come per ogni grande evento il capitalismo si traveste per l’occorrenza e subdolo si appropria di ogni cosa. Chiudono le università, chiudono le biblioteche, chiudono gli asili nido. Ogni via si riempie di uomini in divisa, penne nere, fiumi di alcol, cori e trombe. Diventa labirinto inaccessibile e sala di tortura per qualsiasi corpo che non risponda alle prerogative di maschio, bianco, eterosessuale. (ah, non deve avere coscienza critica, questo è chiaro)
Diventa impraticabile e pericolosa per me che sono donna e mulatta. Esposta in maniera esponenziale a continue aggressioni verbali e fisiche che intersecano razza e genere, dando vita ad una narrativa vissuta e rivissuta mille volte nei più svariati contesti. A chi importa il tuo vissuto, a chi importa da dove vieni, a chi importa chi sei, chi si ricorda di avere davanti una persona, a chi importa?
Il colore della tua pelle, i ricci ribelli, i lineamenti, l’espressione di genere sono un pass par tout per aprire le fogne , etichette incollate su ogni parte del mio corpo che legittimano qualsiasi forma di violenza razzista e sessista. Non serve altro, il discorso d’odio è servito, è tutto normale, dall’alto del privilegio maschio e occidentale è tutto consentito. Ogni angolo di quell’immenso e pericoloso formicaio era per me trappola e luogo di resistenza, i miei tratti somatici mi tradivano in continuazione, l’autodifesa mi teneva in vita, sempre vigile e attenta.
Al tavolo di ogni bar, ad ogni incrocio si potevano captare l’affanno delle poche sinapsi di branchi di energumeni messe sotto sforzo, per portare avanti una discussione che puntualmente veniva condita da una frase come: “sti negri de merda”, “non sono razzista, ma…”, “andassero tutti a casa loro”, “gli ammazzerei tutti”, ”tira fuori le tette”, “bella gnocca vieni qua” ,qualche camionata di insulti a venditori ambulanti, che corazzati da anni di resistenza continuavano imperterriti il loro lavoro, e poi via, un altro rosso , prego, che la festa continui!
Mi sono sentita ingiustamente violentata ed impotente, violentata dagli sguardi, dai commenti sessisti, dalle palpate, dal esotizzazione continua del mio corpo trasformato in oggetto sessuale che risveglia profumi di violenza tropicale, nostalgie coloniali.
Nessuno ha chiesto il mio consenso, nessuno si è sentito in dovere di farlo, nessuno si è sentito responsabile per quello che stava accadendo nello spazio pubblico che lo circondava, nessuna delle “loro (bianche) donne” mi è stata solidale. Le istituzioni complici, si sono girate dall’altra parte e con tranquillità si sono fatte servire un vino, al tavolo dell’aggressore.
Nessuno si è chiesto se fosse normale che una cameriera sottopagata dovesse sopportare per ore frasi del tipo “Che bela moreta, fammi un pompino” o semplicemente, “non mi faccio servire da una marocchina” tutto normale , tutto concesso, nobilitato dalla posizione di “salvatore della patria”, corpo solidale in caso di calamità naturale. Tutti sembravano non voler ricordare che machismo e razzismo vengono esercitati da qualsiasi corpo, tanto più se privilegiato e paramilitare.
Questi quattro giorni sono stati la cartina torna sole dell’aria che si respira a livello nazionale, dell’ansia che ogni corpo di donna o di negra sente quotidianamente nell’attraversare lo spazio pubblico, delle ondate razziste e sessiste che attraversano il paese, ma non lo scuotono, che si insinuano silenziose nel discorso politico istituzionale di ogni giorno.
Io, come moltissime altre, non ci sto! non sono disposta a dover lasciare la città perchè non è per me spazio sicuro, non sono disposta a delegare la mia sicurezza a gruppi di militari maschi e testosteronici , non sono disposta a sorridere e lasciare correre “perché in fondo si scherza”, non sono disposta ad essere complice della vostra lurida violenza quotidiana con il mio silenzio, non sono disposta a tutelare il buon costume della vostra civiltà, rispettosa solo con chi rientra nei canoni imposti. Non sono più disposta ad agognare sanguinante e invisibile perché voi possiate marciare in pace sul mio corpo e onorare la vostra patria. Siamo stanche e arrabbiate, non ci sarà più nessuna aggressione senza risposta, nessun silenzio complice.
lettera firmata

***

Ciao, anch’io come le altre ragazze ho subito molestie durante l’adunata degli alpini. Ho lavorato in un bar del centro in quei giorni. Per chiamarmi gli appellativi erano spesso “donna” “bambolina” “mona” ” gnocca” “cameriera, fai la brava”. Le molestie fisiche sono state ancora peggio: strusciamenti da dietro, mani sui fianchi che scendevano finché spinavo birre, baci sulla guancia non graditi né richiesti, prese per i fianchi finché portavo vassoi per fare una foto con me, sguardi perversi e insistenti sul mio seno, a pochi cm di distanza, al punto che sento ancora la puzza di alcool del loro fiato. Il tutto mentre io lavoravo, mentre correvo su e giù per i tavoli per circa 11h al giorno, per servirli e sentirmi i loro commenti sessisti, omofobi, e razzisti. Li ho visti cacciare a suon di insulti tutte le donne e gli uomini di colore che passavano. Uno di loro mi ha detto che se l’anno prossimo tornava, e scopriva che ero ancora fidanzata, mi avrebbe “legnata”. Erano tutti ubriachi fradici, fin dal mattino. Ho sofferto doppiamente perché ho reagito solo in parte, mi sentivo con le mani legate, impotente. Non potendo rischiare di perdere un lavoro ho reagito con stizza alle loro provocazioni, allontanandomi e cercando di tenerli a distanza per quel che potevo (la sera, quando mi sono trovata a spinare birra da sola, anche a spintoni e gomitate). Ma la rabbia è montata dentro di me, e ho realizzato solo ieri di quanto sia uscita ferita da questi tre giorni, ieri ho pianto più volte per la frustrazione provata. Se avete intenzione di scrivere altri comunicati, o di fare una manifestazione per smuovere le coscienze, finché i fatti sono ancora recenti, io ci sono. Grazie per il supporto che ci avete dato in questi giorni, a me per prima leggere le vostre parole ha dato davvero forza e speranza! Un abbraccio

***
“Ciao! vorrei anche io lasciarvi una mia testimonianza in forma anonima di quanto è successo durante quei giorni di delirio puro che hanno contrassegnato l’adunata. Non più studentessa dell’università di Trento decido di tornare per questa grande occasione per rivedere i miei amici e godermi un po’ la città in quei momenti di festa. Peccato che le molestie subite sono diventate un vero tormento, in particolar modo sabato sera che a parer mio è stato il simbolo del massimo degrado: il primo episodio sgradevole si è verificato solo alle 10 di sera quando io e una mia amica siamo state inseguite da via belenzani fino in via verdi da due ragazzi ubriachi marci che hanno iniziato ad urlare “venite qui chiappe d’oro”, avendoli malamente ignorati i due non si sono arresi e da lì sono cominciati gli insulti gratuiti nei nostri confronti, dopo averci ripetutamente chiamate troie, puttane e fighe di legno hanno concluso con la frase più elegante “scappate scappate che tanto primo poi vi ritrovate il nostro uccello in bocca”. Di l’ a poco le molestie sono continuate e sta volta da uomini che potevano avere l’età di mio padre, avevano il cappello degli alpini ma a questo punto non mi interessa neanche sapere se fossero veri alpini o avessero semplicemente comprato una copia del cappello. Questi uomini mentre io mi trovavo in fila per prendere una birra si sono avvicinati in branco iniziando a toccare in modo molesto, tanto che uno di questi mi ha preso la mano e se l’è portata al petto chiedendomi se volessi sentire i muscoli di un vero uomo, il tutto senza che io avessi dato il minimo conto a questi pervertiti. E ancora mentre ballavo con i miei amici al fiorentina sento delle dita all’altezza delle mie costole che cercavano di sollevare il reggiseno, terrorizzata mi giro e vedo una mano che si ritrae di colpo e dopo avergli intimato di non toccarmi il nobile uomo si è sentito ferito nell’orgoglio e anziché chiedermi scusa per il suo ingiustificato gesto ha iniziato a darmi della troia perché mi stavo inventando tutto giurandomi addirittura che lui non avesse fatto nulla, come se per me fosse stata un’esperienza piacevole fino al punto da inventarmi tutto per avere attenzioni da questa gran persona. La serata è proseguita secondo uno schema ben preciso, ti adocchiavano facevano in modo di bloccarti il passaggio e se tu ti fossi permessa di ignorarli iniziavano gli insulti e questi episodi, che è inutile raccontarli uno ad uno perché potrei metterci un giorno intero, possono ritenersi tra quelli “andati bene”, perché altre volte seguivano toccate e palpeggiamenti senza alcun rispetto nei confronti della ragazza. Io sono la prima che si diverte e che non rinuncia a bere quando ci sia l’occasione, ma quello che proprio non accetto è andare oltre i propri limiti fino a trasformarsi in veri e propri animali invasati. Non posso dire di aver un bel ricordo di quella serata, sono tornata a casa infastidita e frustrata per tutto quello che ho vissuto e a cui ho assistito. Scusate lo sfogo e grazie per dare la possibilità di raccontare tutto questo.”

domenica 20 maggio 2018

TRISTE STORIA DEL PACCHETTO BASE


Il blog di Madame Pipì è ideato, scritto e mantenuto in vita dalla signorina Arianna Porcelli Safonov che porta avanti la pratica missionaria dei testi comici come azione di dissenso e di ripristino del buon gusto e del senso critico nel tessuto sociale, doti pesantemente sotto assedio a causa della corruzione delle classi politiche e della dequalifica dei mezzi di comunicazione.

(Arianna Porcelli Safonov)

TRISTE STORIA DEL PACCHETTO BASE
By Madame Pipì

Ho noleggiato una macchina online per le mie vacanze.

Ma non volevo fare del male a nessuno.

Anzi, ho pensato di far del bene: ho pensato che poi lì, non avrei dovuto far la fila, che avrei alleggerito l’impiegato e lui ne sarebbe stato felice.

Questo ho pensato.

Invece no.

Molto gentile, l’impiegato, eh; ma non felice.

Arrivo in agenzia col mio codice di prenotazione, consegno la mail stampata all’impiegato che, senza manco alzare gli occhi dal foglio, contrae il sorriso di benvenuto in una smorfia di disgusto.

Poi, rivolge su di me uno sguardo grave, severo, alla John Wayne quando qualcuno, nei suoi film, ha ormai i minuti contati.

Mi guarda come fa Ken Shiro prima di punire il gigante cattivo ma anche come un attore di soap-opera sudamericana, con la bocca serrata, gli occhi piccoli e il volto pieno di rughe da smorfia di dolore.

Mi guarda e mi ha dice: “Lei, signora, ha preso il pacchetto basic”.

Questa sentenza dell’impiegato contiene due sostantivi offensivi.

Da quel momento, cambia tutto.

L’impiegato non mi guarda più negli occhi, fugge il mio sguardo, mi dice “Abbia pazienza, se si accomoda un attimo, io, intanto, servo i signori che hanno la premium”.

Dice “hanno tutto incluso, faccio subito con loro e poi vediamo con lei…”, dice, senza finire la frase, come per dire “poi apriamo la sua pratica che puzza di merda di bambino che adesso, altrimenti, mi appesta l’agenzia”.

Io mi giro e guardo i signori che hanno la Premium: sono fichissimi.

Sembrano appena usciti da uno spot di gioielli, di deodoranti: la famiglia perfetta.

Lei coi leggings dorati e due metri di gambe, lui pare Top-gun ed i loro figli, i puttini sulle scatole dei pandori ed io sono brutta da morire, mi sento una blatta: ho il pacchetto basic.

Mi siedo sulla poltroncina con gli occhi bassi e, dopo qualche minuto, sento gridare l’impiegato “Lei, col Basic, signora, venga!”

Si girano tutti e a me sfugge un “Si, ma faccia piano”.

L’impiegato mi guarda con pena mentre inizia:

“Signora” (stronzo)

“Il pacchetto basic non include la copertura pneumatici, cristalli, cinture di sicurezza, sedili, battistrada, casello, semaforo, parcheggio, anche se gratuito, col basic paga anche quello.

Non ha la copertura anziani: non può caricare in auto vecchietti over80 perché, in caso di decesso per morte naturale, dovremmo farle pagare le pulizie straordinarie, gestite dalle pompe funebri del luogo del decesso.

Stesso vale per il trasporto bambini, borse frigo, merendine, scarpe con la suola da trekking e, oltraggio maximo: cani.

Col basic le preleverò un suo capello a campione che alleghiamo a deposito sulla pratica così, al suo ritorno, facciamo le analisi e con un laser ad infrarossi, se troviamo in auto un pelo che non è suo, il pelo viene inserito direttamente nella categoria “cani di grossa taglia” e c’è una penale di duemila euro e due notti di carcere.

L’auto del basic è una Uno Bianca intestata ai fratelli Savi, si…quelli della banda, ora gestiscono un’autocentro convenzionato.

Ovviamente, nel pacchetto basic non sono inclusi bollo e assicurazione, se ha bisogno della chiave del portabagagli, c’è un extra di 81,22 euro al giorno + iva”.

Ho come l’impressione che l’impiegato voglia ottimizzare i tempi dicendomi “Insomma, nel basic non è incluso un cazzo di niente” ma che non me lo dica per educazione perché, comunque, sono una signora.

Invece, ad un certo punto, contro ogni previsione, dice: “MA SE VUOLE…”e si interrompe.

Come faceva Gassman, nel punto più critico dello spettacolo, anche l’impiegato s’interrompe un attimo e poi dice “SE VUOLE PUO’ FARE L’UPGRADE”.

Ed io gli dico di si.

Non aspetto manco che finisca la frase perché sono stanca, umiliata e voglio uscire di qui con la dignità: voglio l’upgrade.

“E allora, firmi qui” mi dice, con gli occhi spiritati, mentre compare sul desk, lei: la lavagnetta.

La lavagnetta che non vedevo dall’asilo, con lo schermino liquido e la barretta con scritto FIRMARE QUI.

Ed io sento un coro da stadio che si diffonde per tutta la città: FIRMI QUI-FIRMI QUI-FIRMI QUI.

L’impiegato, ormai vestito da sacerdote, mi porge IL PENNINO.

Ora: passi l’umiliazione per il continuo Signora, passi la lavagnetta ma il pennino, cazzo, no dai.

E poi il contratto, penso, neanche mi fa leggere il contratto?!

L’impiegato mi legge nel pensiero e mi sgrida: “Non rovini tutto! Il contratto lo trova sul nostro sito!! Non sprechiamo carta, noi! Siamo un’azienda certificata!”

E io firmo perché comunque, a quel punto, l’impiegato mi fa anche un po’ paura.

Ho firmato.

Alzo gli occhi e vedo l’impiegato che sta avendo un Nirvana: senza una ruga, biondo, radioso: sembra un modello australiano di quindici anni.

Tutto il desk si illumina.

Arriva David Bowie con la divisa Europcar e mi dice “Signorina (con l’upgrade non son più signora, certo), venga, le mostro la sua vettura.

Col Premium ha il chilometraggio illimitato e potrà andare anche su Marte.

Io Life on Mars l’ho scritta pensando al pacchetto Premium, sa?”

Saluto l’impiegato, che mi benedice da lontano, col pennino.

Sono felice, parto.

Nel frattempo, a casa mia, stanno già pignorando i primi mobili.

E’ l’effetto della transazione del premium.

Fonte: Madame Pipì

sabato 19 maggio 2018

Testa o croce di Olmo Vallisnera

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Radice d'altura

Ti ho incontrato, ma non ricordo, 
forse sul sentiero delle foglie
guardandomi
come si guarda un bambino
hai lanciato canti 
voltandomi le spalle e ridendo di me
a bocca aperta io
ho sorriso senza parlare

Ho aspettato cento anni 
e mille note crudeli
prima di rivederti 
in una sera limpida di attese
sapessi quanto ho sperato 
in un tuo ritorno
anche la luna, pensa, 
si era stancata, i crateri nascosti

Che stupore nel vederti 
ridere come un tempo
incosciente 
squarciavi l'ipocrisia 
senza mai cambiarmi
davanti a stormi di gabbiani 
che portavano il sale
le tue mani lontane 
come le valanghe in estate

Ho provato a parlarti 
di silenzi muti 
dal sapore di vino amaro
ma volavi via su tappeti colorati
ascoltando solo la musica 
di un organo smarrito

Vorrei farti comprendere 
quante leghe di montagna
ho attraversato
per un semplice bacio
milioni di miglia 
per una luce su un viso smarrito
in gennai infiniti 
a raccogliere rami

Amore non sai cosa significa 
un sospiro mai dato
come le ghiandaie seguono 
una schiena curva
anche tu seguivi distratta 
un bimbo mai cresciuto
che saltava su nuvole astratte
per dormire e poi ripartire

Dite pure che si possono 
rubare le ghiande
dite pure che si possono 
lanciare i sogni
dite pure che si può correre 
senza il sole
ma mai vi sentirò dire: come stai?

Tu, piccola radice d'altura
me lo chiedevi sempre...



Testa o croce di Olmo Vallisnera

Il sistema in cui viviamo si presenta sempre con due volti. Identici nell'annientamento della prospettiva e costruzione di una liberazione a cui tutt# aspiriamo, ma completamente diversi nell'approccio. Da un lato: il volto violento, severo, intransigente che terrorizza; Esso si fa varco utilizzando tutti i mezzi di cui dispone per frenare la crescita di ognun": tribunali, carcere, cliniche, lavori umilianti, metodi burocratici che nascondono il filo di arianna, creazione di edifici alti e lussuosi per imprimere invidia in coloro che hanno aspirazioni mediatiche. Dall'altro lato: il volto sornione, amichevole, umano, di colui che comprende. Appagante, altruista, benevolo, generoso, valoroso. Ecco quindi che l'incanto si fa breccia: ipermercati aperti di notte e la domenica per i lavoratori da 80 ore settimanali, isole ecologiche per la barzelletta della differenziata (ottimo colpo di teatro, quasi riuscito, a parte qualche piccola scaramuccia nei paesi discarica lontani, al di là dell'Oceano), carta quotidiana esibita come filigrana d'oro per i credenti dell'informazione, serate di gala per raccogliere fondi e farci sentire utili e presenti, fondazioni per l'infanzia erette da moloch sanguinari, energia alternativa per le tasche già gonfie di chi ha già rubato (ecco l'alternativa, cambiare la tasca, la prima è sazia), automobili che camminano da sole alimentate dai fiori verdi, artefici devastatori dell'abbassamento del piombo (menzogne dal sapore salmastro, quanti fiori avete sradicato e bruciato in paesi dimenticati per l'infinita voracità?). E poi ancora: autostrade lunghe per raggiungere un attimo di respiro, corsie preferenziali per chi ha la carta oro, quartieri illuminati per la sicurezza e il disprezzo di coloro che sopravvivono al buio, crociere per assomigliare a idoli di cartapesta, televisori grandi quanto le piccole stanze di una vita senza finestre. Ogni tanto mi chiedo: Perchè frignate quando guardate un film sociale? quando poi, dopo un minuto, elargite solo odio? Perchè urlate compassione verso alcun" ma pensate disprezzo verso tutti gli altri? Perché sghignazzate spiritosi e coraggiosi alle battute offensive verso i politici che avete aiutato, in tutti modi, a salire sui troni? Vi fa sentire liber#? Perché insultate il fratello e la sorella che chiedono aiuto? Perché aizzate la vostra frustrazione nei confronti del bisognoso?
Non servono risposte.
La conferma del successo totale dell'apparato repressivo. Così come gli eserciti non miglioreranno le nostre condizioni di vita e non porteranno pace nelle case, così i supermercati della disperazione non guariranno le nostre ferite. Il potere non aiuta a salire i gradini dello status sociale (tanto amato), fa lo sgambetto, spinge a precipitare sempre più a fondo. Quando? Quando sarà chiara questa ovvia realtà? Quando? Dobbiamo morire per svegliarci? Le lacrime non servono a niente, non aiutano colui o colei che soffrono per i sogni artificiali democratici, non aiutano. Cerchiamo di crepare con dignità.
Non lecchiamo anche la bara che ci costruiscono...

Olmo

venerdì 18 maggio 2018

IL TECNICO di Stefano Benni


“Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell’ingiustizia, la febbre che toglie all’uomo la malattia della paura, dell’avidità, del servilismo. Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo. 
La miseria dell’uomo incendia la terra ovunque, ma è un fuoco sterile, che cancella e impoverisce. 
È un fuoco che odia ciò che lo genera, è cenere senza storia. 
Saper bruciare solo ciò da cui poi nascerà erba nuova, ecco la vera ribellione.”


IL TECNICO di Stefano Benni

Montecitorio aveva appena riaperto, gli onorevoli stavano entrando alla spicciolata.
Si presentò alla porta un ometto coi baffi, e una grande borsa.
-Cosa vuole? - disse il commesso
-Io …-disse timidamente l’ometto - sono il tecnico. Mi ha chiamato il presidente Mattarella.
Trenta secondi dopo la notizia aveva già percorso le sale come una folgore. I cellulari squillavano, la gente correva qua e là.
-È arrivato il tecnico - sussurravano - il capo del nuovo governo.
L’ometto riuscì a fare pochi passi e su di lui piombò Salvini.
-Era ora! - disse con una vigorosa stretta di mano - mi raccomando, abbiamo già pronto un piano di evacuazione per i migranti. Tutti su cento aerei e poi giù col paracadute, in vari paesi europei e mediorientali, e se poi cadono in mare pazienza. Le piace?
-Non me ne intendo ma…. non sarà costoso?
-Ho capito, lei vuole la copertura finanziaria. Beh, tagliamo la spesa dei paracaduti -
L’ometto stava per dire qualcosa, ma su di lui piombò di Maio che con una spallata allontanò Salvini.
-Non dia retta a quel fissato. Lei che è tecnico sa che il problema è l’economia. Dobbiamo mantenere la promessa del reddito di cittadinanza. Non mi dica che è costoso. Abbiamo una soluzione. Per chiedere il reddito di cittadinanza, una domanda in carta da bollo da dodicimila euro.
-Non sono troppi?
-Ma la carta da bollo è gratis, inoltre rispetto all’Ilva …
Non riuscì a finire la frase. Martina a capo di un manipolo del Pd lo catturò.
-Noi siamo per un ‘opposizione concreta e rilassata. Abbiamo bisogno di tempo per riguadagnare i voti perduti. Quindi per favore tenga duro almeno un anno…
-No, abbiamo bisogno di due anni - disse Bersani
-Almeno cinque - tuonò D’Alema da fondo sala
-Non dia retta a loro, il capo sono ancora io - disse Renzi.
Si accapigliarono, e nella ressa due energumeni cogli occhiali neri sollevarono di peso l’ometto e lo portarono in un lussuoso ufficio.
Su un trono d’ebano lo attendeva Silvio Berlusconi
-Benvenuto, ho sempre pensato che un tecnico fosse la soluzione migliore. Io avrei voluto Mourinho ma lei mi sembra una persona seria. Qual è il settore da cui vorrebbe cominciare?
-Io ...dalla televisione, naturalmente - disse l’ometto
-Grande idea! Quei due si illudono, ma se voglio li massacro in un mese. Passo dalla benevolenza critica all’inchiappettamento analitico. Comprerò altre dieci, cento televisioni contro di loro. Credono di avermi messo da parte, ma ho superato ben altri tradimenti. Mi ricordo quando sventai la congiura dei sacerdoti di Anubi, e poi Catilina e gli Ugonotti …
-Mi scusi, ma io dovrei andare al lavoro, il presidente mi aspetta …
-Giusto! Lei è un lavoratore, mica come quei fighetti del Pd, o Di Maio che vendeva i lupini allo stadio o Salvini che sa solo fare rutti e twitter ... La faccio subito accompagnare. Dove deve andare?
-Sul tetto.
-Ma no, lei deve venire al giuramento…lei è il capo del governo, lei è il tecnico che tutti attendevamo.
-Credo ci sia un equivoco. Io sono il tecnico delle antenne. Mi ha detto il dottor Mattarella che il suo televisore prende male i canali…
-Impostore, magistrato! - urlò Silvio
-Lo avevo subito notato che era scuro di pelle - ringhiò Salvini
-Bugiardo come un giornalista - disse Di Maio
-Quanto ci vuole per montare l’antenna nuova? Almeno un anno, la prego – disse Martina
-Anche due - disse Renzi
E l’ometto fu accompagnato sui tetti, nel disprezzo generale.

Alcune immagini di Rocco:

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giovedì 17 maggio 2018

La Palestina è sotto casa, il boicottaggio l’arma tra le tue mani


“Bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l'umanità e cerchino di conquistare l'egemonia sul pianeta.”
(Evo Morales)


 
La Palestina è sotto casa, il boicottaggio l’arma tra le tue mani



Genocidi, regimi oppressivi, conflitti bellici, oppressione dei popoli, sfruttamento di terre e viventi, tutti fenomeni reali che troppo spesso vengono assunti come distanti, ma che molto spesso determiniamo in prima persona ogni qualvolta prendiamo in mano il portafoglio.
Quella del “voto”, che si traduce in delega, è di fatto una pratica quotidiana che si consuma ogni volta che acquistiamo un prodotto piuttosto di un altro, pensando che il tutto si esaurisca in una scelta che riguarda solo noi stessi, senza considerare chi e cosa stiamo andando a finanziare.
Attraverso un’azione che può apparire innocente, spesso frutto di disinteresse o sistematica disinformazione, si trasmette all’azienda, corporazione o multinazionale di turno il proprio consenso a proseguire il suo operato, rendendosi di fatto complici e finanziatori/trici delle varie espressioni di persecuzione, schiavitù e sfruttamento che caratterizzano la maggior parte dei marchi in commercio.
Un discorso generale che non deve gettare nello sconforto, ma condurre verso un’autodeterminazione che porti ad abbandonare il ruolo di consumatori/trici pedine del sistema capitalista verso una maggiore coscienza di se stessi, di ciò che ci circonda e di come con semplici gesti possiamo mutare delicati equilibri.
Sebbene marchi e multinazionali siano spesso implicati in più o in tutte le espressioni di dominio sopracitate, aspetto questo che vede nel boicottaggio una pratica estesa che deve proiettarsi oltre la singola questione, con questo breve dossier vogliamo puntare i riflettori sulle aziende direttamente interessate nel regime oppressivo del governo israeliano, a seguito dell’ennesimo atto repressivo mosso ai danni del popolo palestinese.

Teva, multinazionale israeliana fondata a Gerusalemme nel 1901, produce sopratutto farmaci equivalenti, i così detti farmaci generici che spesso vengono indicati perché la loro produzione non è frutto di sperimentazione animale in quanto vengono impiegati principi attivi il cui brevetto è scaduto.
Una pratica però, quella della vivisezione, propria anche di questa multinazionale attraverso l’azienda satellite TAPI (Teva Active Pharmaceuticals Ingredients) che si occupa della sperimentazione, realizzazione e produzione di principi attivi.
Presente in Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Israele, India, Cina, Messico e Stati Uniti, in Italia Teva ha sedi a Gessate, Bulciago (Teva Pharmaceutical Fine Chemicals Srl) e Assago.

HP (Hewlett-Packard), multinazionale statunitense produttrice di sistemi informatici, pc e teconologia d’avanguardia.
Fornisce e gestisce gran parte dell’infrastruttura tecnologica che Israele utilizza per mantenere il suo sistema di apartheid e colonialismo sul popolo palestinese.
Hewlett Packard Enterprise è l’appaltatore principale del sistema di Basilea: sistema automatizzato di controllo degli accessi biometrico utilizzato all’interno dei checkpoint israeliani e del muro dell’apartheid.
Le carte d’identità distribuite come parte di questo sistema costituiscono la base della discriminazione sistematica di Israele contro i palestinesi. La tecnologia HP aiuta la marina israeliana a rafforzare l’assedio su Gaza.
Nel novembre 2015, HP si è divisa in due società: HP Inc. per hardware di consumo (PC e stampanti), e Hewlett Packard Enterprise per servizi aziendali e governativi.
Poiché le due aziende condividono agevolazioni, marchi e catene di fornitura, e collaborano in una vasta gamma di modi, entrambi rimangono profondamente complici dell’apartheid israeliano.
HP è stata descritta come la “Polaroid dei nostri tempi”, un riferimento alle enormi mobilitazioni contro l’uso della tecnologia Polaroid impiegata per il sistema di libretti del regime di apartheid sudafricano.
Tra gli altri marchi del settore che hanno interessi nel regime oppressivo israeliano vanno citati Intel, Siemens e Motorola.

Ventura, Hadiklaim e Jaffa (marchi reperibili in tutti i supermercati, biologici e non) si dividono buona parte del monopolio per quanto riguarda l’importazione e distribuzione di frutta secca, datteri, pompelmi e la produzione di succhi di frutta.

A queste si uniscono le maggiori multinazionali in circolazione, già note all’opinione pubblica per pratiche di land-grabbing (neocolonialismo), deforestazione, perseguzione, controllo, reclusione e sfruttamento dei/delle viventi, senza distinzione di specie.
Tra queste vi sono tutti i prodotti a marchio Nestlé, Unilever, Danone e Coca Cola, Nivea, Johnson&Johnson, Vichy, Kleenex, Garnier, Huggies, L’Oreal per quanto riguarda la cosmesi e la cura del corpo, Diesel, Caterpillar, Timberland, Calvin Klein e Adidasper quanto concerne il vestiario.

N.B.: se un determinato marchio non compare in questo elenco, non significa che il suo acquisto non determini un qualche tipo di sfruttamento, il boicottaggio è una pratica che va rinnovata ogni giorno, mettendosi direttamente in discussione, ponendosi dei quesiti ogni volta che ci si trova di fronte ad un marchio di cui non conosciamo la verità, perché il proprio consumismo potrebbe consumare altre vite e terre.

Fonte: Earth Riot

mercoledì 16 maggio 2018

Maltrattamenti agli animali: come reagire alla tristezza


Il sacrificio

Ultimamente mi torna in mente una frase che lessi alcuni anni fa, una frase che per qualche ragione a me misteriosa mi è rimasta impressa in maniera particolare: . Non vi è dubbio che letta velocemente ha un suo fascino e spesso, anche se in altri termini, la riscontro ancora oggi in alcuni scritti sulla liberazione animale. Per quanto mi riguarda vi è un'incomprensione di base, o meglio non chiarisce, non spiega, non affronta il fatto che la loro libertà (gli altri/e) è anche la nostra e quindi lottare per la liberazione animale significa lottare per la nostra stessa liberazione. La schiavitù non umana non è un mondo a sè, scollegato da un ideologia repressiva più complessa. Il termine schiavitù non ha correnti "privilegiate" dove soltanto una categoria di animali può farne "uso e consumo". Anche per i termini violenza e dominio sulle "categorie", il discorso non cambia, colui o coloro che subiscono sono per definizione indifesi e alla mercé, come rapporto di terrificante dipendenza di "qualcuno" o nel caso degli animali non umani all'assurdo del "qualcosa" (la macchina che trita tutto). Dimenticare o non interrogarsi su aspetti generali di sfruttamento animale può spingerci a cadere nella trappola manipolatoria che il sistema può cambiare o diventare più sostenibile. Dimenticare o non interrogarsi su questi aspetti si arriva infine a ritenere accettabile questo dominio a patto che si possa "migliorare" la schiavitù animale non umana. Viviamo in un sistema piramidale dove la devastazione e lo sfruttamento su tutti gli esseri viventi sono pilastro per la sua stessa sopravvivenza. Vogliamo elemosinare ai suoi esecutori un miglioramento delle nostre condizioni? ci fa sentire meglio? pensare che abolire delle leggi, certamente violente e infami sugli animali non umani, esse abolite possano risolvere la nostra condanna animale al vivere incatenati? Ci sentiamo più fortunati di altri? bene, fatevi un giro più ampio del vostro quartiere e scoprirete sofferenza e squallore, violenza e sopraffazione umana e animale, unite con anelli di ferro e fango per il semplice fatto che siamo tutti animali. L'esistenza stessa del sistema è sintomo di dolore, nessuno può difendersi nel momento in cui spalanca gli occhi al baratro della menzogna che ammanta le nostre convinzioni granitiche di cartapesta. Non siamo la specie eletta, il bene e il male lo lasciamo a coloro che ci hanno privato della libertà, concetti morali di razza superiore. A me resta solo uno sguardo di complicità totale con chi soffre la condizione di schiavo, io stesso schiavo, abbracciato tremante ai miei fratelli e sorelle di qualsiasi forma, colore, dimensione, profumo...


Maltrattamenti agli animali: come reagire alla tristezza

Sappiamo che nel mondo sono innumerevoli gli animali imprigionati, maltrattati, torturati, sofferenti, uccisi nei modi più tremendi. E' inevitabile che, quando si apprende di un nuovo caso o si pensa alle loro sofferenza quotidiane, ci si lasci prendere dallo sconforto e ci si senta impotenti.
Questa reazione però non aiuta gli animali, perciò dobbiamo imparare a contrastarla e trasformarla in qualcosa di utile. Utile per loro, ma anche per noi, per scacciare questo sentimento negativo.
Ecco alcuni consigli utili per tutti.
1
Se già non lo sei, diventa vegan
Se la sofferenza degli animali ti colpisce così tanto, probabilmente già lo sei, ma se non è così considera una cosa: il settore in cui gli animali sono sfruttati e uccisi in maggior numero è proprio quello della produzione alimentare. Pensa che diventando vegan puoi risparmiare una vita di patimenti e una morte atroce, nel corso della tua vita, ad almeno 1400 animali terrestri (più un numero di pesci ancora più elevato): tante vite salvate con un semplice cambiamento del tuo menù! Animali salvati e un sollievo per te, che non sarai più causa di tanta sofferenza. 
Se hai già fatto la scelta vegetariana, fai un passo oltre: gli animali sono maltrattati e uccisi anche per la produzione di latte e uova, esattamente come per la produzione di carne.
2
In questo modo farai la tua parte per costruire un mondo migliore, anziché disperarti in modo infruttuoso. Se hai molto tempo, dedica molte ore la settimana, se ne hai poco puoi investire anche solo un paio d'ore al mese, che saranno davvero preziose per gli animali. Farai qualcosa di utile, e ti sentirai meglio. 
L'Area Volontari di AgireOra è fatta apposta per questo, registrati e inizia!
3
Visita un rifugio per animali salvati dal macello
Ci sono diversi rifugi di questo tipo in Italia. Visitarne uno ti consentirà di vedere animali felici e così contrastare il senso di disperazione per tutti quelli che invece soffrono e muoiono. Ti darà la carica per andare avanti e impegnarti a salvare altre creature come loro.
4
Rilassati, non devi sapere tutto
A volte, nel tentativo di fare del nostro meglio per informare chi ci sta intorno ci facciamo prendere dall'ansia: se i tuoi familiari e conoscenti ti fanno domande sulla tua scelta vegan o su altri aspetti dello sfruttamento degli animali (circhi, vivisezione, ecc.), non devi per forza conoscere tutte le risposte e dare la risposta perfetta. 
Semplicemente, racconta i motivi delle tua scelte, riporta la tua esperienza. Cerca di spiegare le cose con semplicità e chiarezza, in modo che capiscano le tue ragioni. Se sono interessati, bene, altrimenti avrai semplicemente soddisfatto la loro curiosità. Non aspettarti che dopo le tue spiegazioni diventino subito vegan anche loro... con qualcuno potrà succedere, ma non provare delusione se la maggior parte di loro non vorrà cambiare.
5
Cerca sostegno e risposte nel forum di VeganHome
VeganHome è un forum fatto per chi è vegan e per chi vuole diventarlo: potrai porre nel forum qualsiasi domanda e ottenere un aiuto per fare la tua scelta vegan o per altri aspetti della difesa degli animali e dell'attivismo. Inoltre frequentando il forum potrai anche aiutare gli altri che si stanno avvicinando a questa scelta e indurli a compierla al più presto.
6
Stacca da Internet
Prenditi una pausa dai social network e focalizzati su qualcosa di pratico, non virtuale, che ti faccia sentire bene o che sia utile. Può essere una passeggiata, un po' di sport, un libro, oppure, meglio ancora, un paio d'ore di volontariato per gli animali off-line (come distribuire volantini, per esempio).
7
Guarda le cose in prospettiva
Anziché farti sopraffare dalle cose terribili che accadono agli animali, focalizzati sulle cose positive che puoi fare tu per loro: innanzitutto, ricorda sempre che, visto che ciascuna persona che diventa vegansalva nel corso della sua vita almeno 1400 animali, questi li stai già salvando. 
In aggiunta, con poche ore di volontariato al mese, potrai raddoppiare, triplicare, decuplicare il numero di animali che salvi, perché ogni persona che aiuterai a diventare vegan grazie al tuo attivismo salverà a sua volta altri 1400 animali. Quindi con poco impegno puoi moltiplicare questo numero.
Entra nell'Area Volontari di AgireOra per iniziare, unendoti ad altre centinaia di persone che stanno facendo lo stesso in tutta Italia.
Fonte: Agire Ora

martedì 15 maggio 2018

UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.



C’è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda.
(José Saramago)

UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.
By Madame Pipì

BREVE TRATTATO SULL’IMPORTANZA DELLA CARTA E SULLE ANALOGIE TRA LIBRO E CARTA IGIENICA SCRITTO ED INTERPRETATO AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2018, IN OCCASIONE DEL TALK “COME SAREBBE IL MONDO SENZA LA CARTA?”

E’ così da sempre e in tutte le circostanze: ci accorgiamo di quanto ci serviva una cosa o una persona, nel preciso momento in cui non l’abbiamo più lì, a disposizione, sul comodino, nella dispensa o nel letto.

A proposito di mancanze, non posso immaginare il giorno in cui ci sveglieremo e, in casa, avremo solo tablet per scriverci e scrivere.

Spero che un foglietto di carta da pasticciare, resti sempre a disposizione, in tutti i luoghi, anche i più infami della terra.

Spero che non arrivi mai il giorno in cui smetteremo di comprare taccuini con disegni scemi in copertina oppure neri, in pelle, uguali, identici a quelli di altri sei milioni di persone che, ogni tanto, desiderano sentirsi Hemingway o Picasso.

Sono certa che prenderemmo provvedimenti se dovesse capitarci un giorno, l’improbabile sciagura di non poter avere più, tra le mani, l’oggetto Libro, col suo profumo inconfondibile di cosa antica appena sfornata, ma mi domando: cosa faremo il giorno in cui non ci troveremo più tra le mani, la carta igienica?

Perché un mondo senza carta vuol dire un mondo senza tutti i tipi di carta

Non ci sono mezze misure perché, quando si parla di carta, si parla di una storia d’amore tra l’uomo e questo materiale miracoloso; una storia d’amore che dura da millenni e l’amore, così come la sua mancanza, non ha mezze misure.



Si vince facile decretando che la carta da gabinetto è la tipologia di carta di cui si sentirebbe maggiormente la nostalgia ma non è proprio così.

Vengo in aiuto dei più tignosi che non vorranno ammettere che il risultato più umile dei trattamenti sul legno sia più usato e amato della Moleskine, pronunciando la parola magica: libro.

Il libro ha delle peculiarità sociali, a volte, più forti e affascinanti del suo stesso contenuto.

A differenza della carta igienica, quando hai in mano un libro sei fico.

La libreria e la biblioteca sono, da sempre, contesti incredibilmente sexy: non si sa per quale motivo, tra i libri ed i corridoi che li contengono, tutti sembriamo più interessanti (forse perché siamo, finalmente, obbligati al silenzio); sta di fatto che, anche solo per questo misterioso appeal di librerie e biblioteche, tantissimi italiani frequentano tali luoghi solo per rimorchiare o, quantomeno, per sembrare più cool.

Anche molti di noi, stamattina, sono qui al Salone per gli stessi motivi.

Al contrario, nel reparto carte igieniche, pochissimi di noi stazionano per più di trenta secondi perché non è certo una corsia dove si ha speranza di apparire affascinanti.

La nostra società non è sincera e al prossimo è sempre meglio far sapere che leggi moltissimo e che non hai un sedere.

Visto che, a quanto pare, questo pezzo sta diventando un trattato sulle differenze tra carta igienica e libro, sarà bene ricordare anche le moltissime analogie che questi due prodotti trasformati della carta, conservano intrinsecamente e non parlo solo di certe pubblicazioni, basti citare Fabio Volo, del quale qualcuna più grande di me, disse che gli alberi si vendicheranno. Ancora, basti pensare a Bruno Vespa, l’editoria politicamente faziosa, i libri di cucina delle reginette televisive, le biografie dei calciatori e dei cantanti o presunti tali, le pagine dei cabarettisti coi loro tormentoni e, infine, la povera carta costretta a contenere i pensieri di Barbara D’Urso, di Emilio Fede e di tutti quegli individui dei quali ci ha stupiti la scoperta che sapessero scrivere!

Le analogie con la Foxy non son solo queste banalità appena dette, che tuttavia, va notato, vendono ancora troppo per poter considerare il nostro, un paese sviluppato.

Vi sono anche punti in comune più alti, emozionali e correlati coi nostri costumi sociali più diffusi, a rendere libro e carta igienica due invenzioni straordinariamente complementari:vengono utilizzati insieme, come strumenti a supporto di piccole, grandi imprese quotidiane.

Nel rifugio del tuo bagno (se avrai il coraggio di abbandonare il tuo amico cellulare ad aspettarti fuori), vivrai l’esperienza in compagnia dell’uno per rilassarti e raggiungere lo scopo e dell’altra per alleviare le fatiche.

In compagnia di tanti libri hai pianto commosso ed emozionato, trovando ristoro in un rotolo di carta igienica che c’era anche in quei momenti di beata solitudine.

E che dire di quando, durante i compiti in classe, chiedevi alla professoressa di andare in bagno e, una volta chiuso nel tuo piccolo fortino, trovavi il libro di testo ad attenderti, posizionato accanto alla carta, come una mappa militare (la carta igienica però, la trovavi solo se la tua scuola era privata).

Se finissi in prigione (e ci sono ottime possibilità!) sarei disposta a scrivere i miei libri anche sulla carta igienica, tanta è la mia voglia di usufruire della libertà di espressione; come abbiamo visto, sarebbe meglio pulirsi il sedere con certi libri piuttosto che leggerli ma è inaccettabile l’idea che il materiale carta scompaia, in ogni sua forma, anche quando viene evidentemente umiliato da un editore, da un sedere o da una faccia di sedere.

Perché eliminare la carta, col pretesto di ridurre i rifiuti, con la presunzione che s’inquini meno pur avendo ancora, tra i coglioni e perfettamente legali, le bottiglie di plastica, sarebbe come toglierci l’utilizzo di un pezzo di cervello, di cuore e di sedere.

Ecco: se penso ad un mondo senza carta, penso alla stitichezza: fisica, mentale ed emotiva perché, come abbiamo appreso da questa piccola, forse mediocre riflessione, la carta ci consente di evacuare sotto tanti aspetti.

Ed evacuare ha il suo etimo in vacuus che in latino vuole dire libero.

Lasciamo gli alberi liberi di morire per noi, se sentiamo di essere buoni amministratori o di poterlo diventare.

Sentiamoci liberi di tornare a scrivere ancora su carta.

Sentiamoci liberi di far popò tra gli alberi, nei boschi che fanno respirare il pianeta e che, un giorno, diventeranno carta.

Così, perlomeno, ci sarà chiaro il motivo per cui talvolta siamo costretti a leggere certi libri o giornali di merda.


lunedì 14 maggio 2018

E' una perversione mentale l'idea di dover lavorare 8/10 ore al giorno per 40 anni e più.


Ogni volta che un governo agisce e logicamente porta la società ancora un po' più avanti nel viaggio autoritario, succede che le persone accusano il colpo, cioè avvertono la stretta ulteriore del cappio, e cominciano a dire: 'tutto è cominciato qualche anno fa', e quindi tirano fuori il nome di qualche ministro loro contemporaneo, reo, secondo loro, dell'inizio del disastro. Nessuno però osa andare a vedere che anche prima di quel dato ministro o governo si era lo stesso oppressi. Sembra che prima vi fosse il paradiso. Eppure viaggiavamo tutti nella merda lo stesso. Le persone questo lo sanno, ma non osano ammetterlo. Se lo ammettessero, dovrebbero di conseguenza ammettere che non è un ministro specifico ad essere malvagio, ma l'intero sistema. E quindi, ammettendo questa evidenza eclatante, dovrebbero anche fare un mea culpa per aver sempre legittimato questo sistema, come infatti legittimano anche dicendo ogni dannata volta che... 'tutto è cominciato qualche anno fa'. Troppo comodo e vigliacco. Oggi noi capiamo addirittura che non è nemmeno il sistema il vero mostro, ma chi gli dà forza e vita, cioè chi lo legittima. Il sistema è una macchina terribile progettata per andare sempre in una sola direzione, ma è il popolo educato a guidarla che la accende e la conduce. Scendiamo.



E' una perversione mentale l'idea di dover lavorare 8/10 ore al giorno per 40 anni e più.

Articolo di Claudio Iuliano:

Il lavoro è una condizione naturale dell'Esistenza.

E non sto parlando delle 8/10 ore, come la mente può immaginare, quella è schiavitù nei confronti del padrone.

Tutta l'Esistenza è costantemente all'opera, e l'uomo facendone parte non fa eccezione, anche se molti sognano di fare nulla.
Il lavoro sotto questo aspetto è azione e nulla è fermo, tutto è sempre in costante in movimento.

Quel che davvero invece è una perversione mentale è l'idea di dover lavorare 8/10 ore al giorno per quarant'anni e più.
Questa è tortura, è riduzione in schiavitù.

Nessuno dovrebbe lavorare più di 4 ore al giorno.
E tutti sarebbe bene che lavorassero per la società solo per un certo periodo della loro vita, per molte ovvie ragioni.



L'accadere di questa situazione è dovuta proprio al sonno delle coscienze che, bene o male, ha fatto in modo che la stragrande maggioranza degli individui avessero sempre accettato supinamente regole dettate da pochi esseri scaltri e senza scrupoli.

E la cosa peggiore è che questa stragrande maggioranza ha sempre reputato ineluttabile questa situazione, ampiamente sostenuta, almeno qui in occidente, dalla chiesa.

Preti e politici, in quanto compagni di merende, hanno così ridotto i loro simili a merende, con il loro stesso consenso, e questo consenso è la cosa più grave.


La repubblica italiana si dice che sia fondata sul lavoro, invece è fondata anche e sopratutto sulla criminalità organizzata che fattura a quanto si dice tanto quanto il Pil, sul micro crimine, sullo sfruttamento, sulla riduzione della libertà individuale e su un apparato politico e religioso di tipo parassitario.
Sull'abominio commesso dal Sistema con la faccia della Fornero, ovviamente no comment.


E non deviamo, parlando di volontariato, perché in un paese civile non dovrebbe esserci alcuna necessità di fare volontariato.



La mente è una, sappi gestirla, in questa società che ti lucra/sfrutta, il meccanismo mentale è uno, pur dispiegandosi in miliardi di declinazioni è uno solo.

E' come un orologio a corda, ci sono milioni di forme di orologi, grandi e piccoli, da muro o da torre campanaria, ma il meccanismo che li fa funzionare è lo stesso per tutti.

domenica 13 maggio 2018

Un giorno tutto questo... di Marika Marianello



La scuola non funziona? La scuola sta morendo? Non è vero! La scuola non è mai stata così funzionante e viva, purtroppo dico! E come potrebbe, un sistema autoritario come lo Stato, far morire la sua migliore palestra d'obbedienza di massa? Sarebbe un suicidio per tutto l'establishment! Per gli obiettivi occulti che si era prefissata di raggiungere, la scuola sta benissimo e funziona perfettamente...

Un giorno tutto questo... di Marika Marianello

Ah Prof, ma l’ultimo libro che ho letto risale a un botto di tempo fa, forse alla quinta elementare o alla prima media o giù di lì… boh qualcosa che parlava di pirati e tesori, ma mi ricordo che non lo avevo manco finito ché non je la facevo più: tanto ormai avevo imparato a legge’…

Guarda: non vorrei darti una cattiva notizia, ma il fatto in sé di saper decifrare dei segni e dei simboli che messi insieme formano parole e frasi più o meno complesse non significa necessariamente capire il messaggio globale (o addirittura: sottinteso) del testo che tutte insieme contribuiscono a formare… L’isola del tesoro di Robert Stevenson — che probabilmente è il libro che hai letto tu in quinta elementare o in prima media o giù di lì perché hai avuto una brava insegnante o dei bravi genitori che te lo hanno consigliato o assegnato — è un romanzo di formazione che andrebbe letto non solo durante l’infanzia o la preadolescenza, bensì andrebbe riletto in età adulta, come la maggior parte della letteratura per l’infanzia… ovvero quando hai presumibilmente imparato davvero a leggere e a capire.

Prof io leggo ogni tanto: romanzi rosa.

Tipo?

Mah boh, quelli che mi passa mia madre, che parlano di uomini, donne, amore. So’ romantici, so’. Pur io so’ una romantica, alla fine…

A me me piacciono i libri di Fabio Volo!

Dunque, se mi posso permettere, indipendentemente dal mio giudizio personale sui “romanzi” di Fabio Volo, per pura onestà intellettuale bisogna precisare che la sua prosa si trova a un paio di gradini letterari al di sotto del bacio Perugina e del biscotto della fortuna… Forse puoi aspirare a leggere qualcosa di più — come dire — impegnativo…?

Prof io non è che non leggo proprio proprio mai: quando scorro la mia bacheca FB e scopro che è successo qualcosa, me vado a vede’ la notizia…!

Tralasciando il fatto che ti informi attraverso “la tua bacheca FB”, e quindi senza entrare nel merito dei cookie, della pubblicità comportamentale online e di tutta ’sta roba qua, sei consapevole almeno che quando leggi una notizia stai in realtà leggendo un’interpretazione dei fatti, sì? Che non si tratta quasi mai di cronache oggettive ma di testi che sottendono una visione del mondo e quindi una posizione ideologica ben precisa — e questo banalmente si deduce anche dalle singole scelte lessicali, ad esempio…? E che se quindi non leggi più versioni della stessa notizia non sarai in grado di capire cosa sia realmente successo né tanto meno potrai costruirti un senso critico, lucido, che ti permetta (e ti permetterà in futuro) di trarre conclusioni tue personali…? Le notizie non sono fatti, ma versioni dei fatti. Per non parlare nemmeno degli articoli superficiali e pieni di errori grammaticali prodotti frettolosamente da stagisti precari e sottopagati… articoli che, secondo una preoccupante e discutibile tendenza degli ultimi tempi, anticipano persino i tempi di lettura — uno o massimo due minuti…

Prof io sto leggendo un libro che ci ha dato la Prof d’italiano, ma non capisco perché lo devo legge’ tutto se poi vado su Google e trovo tutti i riassunti…

Ma scusa: anziché leggerti i riassunti su qualche sito che non fa altro che perpetuare il cattivo decoro mentale di molti studenti, perché non leggere direttamente il libro? Così magari impari pure qualche parola nuova, puoi giocare di fantasia e immaginarti la storia… non so… magari è un bel libro e scopri che ti piace persino leggere…

A Prof ma così perdo un sacco di tempo…!

E scusa, se posso, come lo impiegheresti tutto questo tempo che risparmi saltando la lettura del libro?

Beh, uscendo con gli amici (al bar o in piazzetta o al bingo o a Euroma2), guardando una serie su Netfix (ce ne stanno certe che so’ popo fiche, Prof!) oppure chattando o postando foto su Instragram… Che ne so, Prof, ’ste cose che famo noi giovani d’oggi!

Prof, io l’ultimo libro che ho letto è Va’ dove ti porta il cuore, di Susanna Tamaro!

Prof, io non leggo, so’ sincero, ché tanto a che serve?

Prof, io è già tanto se leggo le pagine del libro di storia o d’antologia o di diritto…

Prof io ho letto il Don Chisciotte, una versione semplificata, però, ché era troppo lungo… È fica la parte dei mulini a vento… certo però che è proprio scemo quello!

Prof, io sto leggendo Il piacere, e mi sta anche piacendo!

In una classe di circa 30 persone a leggere sono due o tre, quando va non bene, benissimo: gli altri sostengono le interrogazioni o scrivono le famose tesine per l’esame di maturità tirando giù due informazioni dal primo risultato apparso su Google e fine. FINE. Gli italiani sono, secondo l’OCSE, all’ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto. Cioè: uno legge e non capisce quel che ha letto; o, nel migliore dei casi, non è in grado di riassumerlo. Ci sono fenomeni che dovrebbero destare la preoccupazione di chi si occupa, ad esempio, di riforme scolastiche, quali l’analfabetismo di ritorno e l’analfabetismo funzionale: fenomeni amplificati dall’invasione della comunicazione informatica che riduce il linguaggio a 50 parole, oltre le quali c’è il deserto, la desolazione articolatoria.

Non si parla di lettori deboli, ma di lettori debolissimi, moribondi. Basti pensare che il giornale più letto e diffuso in Italia è «La Gazzetta dello sport».

La vita senza libri va inevitabilmente incontro a una semplificazione, una banalizzazione, una crescente incapacità nei confronti del lavoro analitico, perché percepito come faticoso, e a un calo vertiginoso dell’attenzione e della capacità di concentrazione ai fini della lettura di un testo lungo (ancor di più se cartaceo). Molti libri di testo adottati nelle scuole superiori sono pieni di figure colorate, cosa tipica di un’età inferiore, giustificata dal fatto che il bambino ha bisogno di molti colori per accendere la concentrazione; una capacità più logica che non emotiva, al contrario, dovrebbe basarsi piuttosto su un’analisi strutturale della parola scritta, del linguaggio.

In 1984 di Orwell c’era il Ministero per la riduzione del vocabolario: nel 2018 c’è la Buona Scuola. Ridurre il vocabolario e la capacità analitica significa ridurre altresì le capacità critiche: avere poche parole in bocca equivale ad avere pochi pensieri in testa, perché i pensieri sono direttamente proporzionali all’ampiezza di vocabolario, ovvero al numero di parole note. Stessa cosa vale per il vocabolario dell’apparato sentimentale, sempre più ridotto a meri Status di FB, per cui non si riesce più ad andare nemmeno oltre alla classificazione delle pulsioni animali. Nella società e — ahimè — nella scuola che segue logiche di mercato, quel che NON SERVE viene svalutato, e quindi respinto: la letteratura, la poesia, l’arte in generale, persino i sentimenti sono svincolati da un discorso di utilità economica quindi… non servono: leggere non serve, capire non serve, sentire, ascoltare, studiare non servono. L’unica cosa che ha valore e serve è quella che dimostri di possedere un valore strettamente economico e commerciale.

Ma un giorno tutto questo…



La libertà di pensiero è legata alla libertà di movimento.

sabato 12 maggio 2018

Domande tipiche ad un vegano


La miopia

Quando un albero viene tagliato, sentiamo esplodere in ogni centimetro della nostra pelle una parte di noi stessi. Le nostre connessioni vengono meno, il respiro accellera poichè anche noi veniamo tranciati con la stessa violenza. Questa sensazione di perdita di equilibrio riflette poi su tutto, ogni affronto diventa un nostro affronto. Cosi come avviene per gli alberi deve avvenire necessariamente con tutto l'habitat che ci circonda. La difesa dell’ambiente è un’estensione della difesa degli animali. Non ci puo' essere salvaguardia o rispetto degli animali umani e non umani senza tenere conto, anzi obbligando le nostre forze in una strenua difesa a carattere piu' generale. I movimenti animalisti che non tengono conto dell'ambiente, ma si limitano a incentrare la loro attenzione solo su alcuni esseri viventi, assumono atteggiamenti autoritari ed inconcludenti. Gli animali hanno bisogno di un posto in cui vivere e distruggere l’ambiente signica distruggere anche gli animali. Difendere l’ambiente, dunque, esattamente come difendere se stessi e le altre creature ad esso connesse.


Domande tipiche ad un vegano

Ricordatevi che appena diventerete vegan, per quanto cercherete di farvi i fatti vostri, sarete sempre circondati da persone che vi assilleranno con le domande più stupide e dovrete passare la maggior parte del tempo a spiegare...
- che si diventa vegan soprattutto perché si è contro l'uccisione di animali e non solo perché la carne è dannosa all'organismo.
- che il tonno è un pesce.
- che il pesce è un animale.
- che i "frutti di mare", non sono frutti, ma animali.
- che l'affettato è carne.
- che ci si può occupare. contemporaneamente sia di animali che di umani.
- che l'erba non ha sistema nervoso.
- che diventare vegan è l'unica alternativa per limitare al minimo l'uccisione di piante.
- che la B12 nell'alimentazione onnivora viene integrata.
- che amare gli animali, non significa amare cane/gatto e mangiare/indossare tutti gli altri.
- che in "tempo di guerra" la carne col carso che la mangiavi.
- che hitler non era affatto vegetariano.
- che tutti i serial killer della storia erano e sono onnivori.
- che su di un'isola deserta abitata da soli conigli ci sarebbe cibo anche per i vegani, altrimenti non ci sarebbero i conigli.
- che le mucche sono mammiferi
- che le mucche fanno latte solo dopo aver partorito.
- che il latte della mucca è per il vitello.
- che la mucca NON esplode se non la mungi.
- che il veganismo non è una moda.
- che il veganismo non è una religione.
- che le vegane allattano al seno e non con latte di soia.
- che le vegane fanno l'ingoio a loro discrezione.
- che crescere un bambino vegano non solo è possibile, ma è pure consigliabile.
- che la morte umanitaria non esiste.
- che la pistola captiva, non uccide, ma stordisce solamente.
- che la caccia non è uno sport.
- che la corrida non è uno sport.
- che la pesca non è uno sport.
- che i cacciatori, i toreri e i pescatori ce l'hanno piccolo.
- che la gente che augura morte c'è sia tra i vegani che tra gli onnivori.
- che il contadino uccide esattamente come fanno al mattatoio se non peggio.
- che il cibo vegano non è affatto costoso.
- che "cibo vegano" e "cibo bio", non sono sinonimi.
- che i vegani mangiano raramente seitan, muscolo di grano, tempeh etc...
- che la soia è usata molto più dagli onnivori che dai vegani.
- che il 94% della soia coltivata serve per fare il foraggio e viene usata negli allevamenti.
- che le raccoglitrici sottopagate di pomodori, lavorano soprattutto per gli onnivori.
- che se mangi pesce non sei vegetariano.
- che se mangi tonno, vuol dire che mangi pesce, quindi non sei vegetariano.
- che andare in una pagina vegana a pubblicare foto di bistecche non ti rende figo.
- che a fare i predatori col bancomat so buoni tutti.
- che senza il centro commerciale con la carne bella che pronta, la maggior parte della gente diventerebbe vegetariana.
- che se ti uccidi gli animali da solo, sei molto più coerente, ma anche molto più cavernicolo.
- che i vegani non sono immortali, ma sicuramente più sani.
- che le carenze alimentari vengono con qualsiasi tipo di alimentazione, se non sai come nutrirti.
- che nessuno può essere coerente al 100% e un vegano cerca solo di fare meno danni possibili.
- che la politica "visto che non posso salvare tutti, allora non salvo nessuno", è solo una delle tante scuse ridicole per non fare niente.
- che essere dei fan della "legge del più forte" e poi andare a fare la denuncia dai carabinieri quando si viene aggrediti, è una cosa veramente ridicola.
- che le proteine vegetali sono come quelle animali.
- varie ed eventuali.
(Nonno Paolone)

venerdì 11 maggio 2018

PREPARIAMOCI AL GOVERNO LEGA-M5S-DELL’UTRI


Abbiamo oggi una mafia più civile e una società più mafiosa. Una mafia sempre più in giacca e cravatta e una società che cambiandosi abito troppe volte al giorno sceglie il travestimento. 
Abbiamo interi pezzi di società che hanno ormai introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi. E lo si vede in tutti i campi.
(Antonio Ingroia)


PREPARIAMOCI AL GOVERNO LEGA-M5S-DELL’UTRI

In questo esilarante bailamme che va sotto il nome di consultazioni si ha una certezza: per la prima volta negli ultimi 25 anni Silvio Berlusconi è definitivamente passato dal rappresentare l’asso piglia tutto, al due di coppe quando la briscola è a mazze. È diventato la carta che si spera di non ritrovarsi nel mazzo, un problema. Ormai ci viene presentato come quello che rischia solo di poter far saltare l’idillio amoroso fra i due giovani leader Di Maio e Salvini. La situazione ha assunto ormai i caratteri di una grottesca pantomima, in cui appare abbastanza chiaro (anche se si fa finta di non vedere) che l’ex Cavaliere del lavoro è lungi dall’essere evitato, soprattutto dai due principi del regno. Non si spiegherebbe altrimenti l’esito delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato – da un lato il fedele pentastellato Roberto Fico, dall’altro la fedelissima di Berlusconi, Maria Elisabetta Casellati – così come i voti dei questori del Senato, che sono stati ripartiti fra Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle, scatenando le ire del Pd

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Maria Elisabetta Casellati e Roberto Fico

Sembrerebbe quindi che un accordo fra M5S e centrodestra tutto intero ci sia già, eppure ci si ritrova all’inizio della seconda tornata di consultazioni con Di Maio e Salvini che giocano a palla avvelenata. E il “veleno” è proprio Silvio Berlusconi. “È inutile che lui (Salvini) si ostini a pensare che io possa digerire il capo di Forza Italia: non può più digerirlo neppure il Paese,” ha detto il capo politico dei pentastellati, invitando il leader della Lega a scegliere tra “il M5S , il cambiamento, la restaurazione e Berlusconi.” La situazione è paradossale. Di Maio sa benissimo che se in questo momento può dialogare con la Lega è anche, forse soprattutto, perché esiste una coalizione di centrodestra. Coalizione che, la si può mettere come si vuole, si è presentata alle elezioni con Silvio Berlusconi garante del patto dell’arancino – il video della serata catanese resta una delle cose più imbarazzantidi quella campagna elettorale. Ma Di Maio e il Movimento tutto, quanto mai attenti al sentimento del proprio elettorato (basta farsi un giro su qualche pagina di Ultras a Cinque Stelle), sa bene che accordarsi alla luce del sole con B. scatenerebbe l’inferno fra i grillini. E così si finge di voler dialogare solo con la Lega, come se questa non fosse in una coalizione capitanata proprio da B. Perché per quanto la democristianizzazione dei Cinque Stelle costringa Di Maio a non parlarne apertamente, il problema di Berlusconi porta il il nome di Marcello Dell’Utri e del suo coinvolgimento in affari con Cosa Nostra.
Marcello Dell’Utri



La figura di Dell’Utri nell’ultimo periodo ha assunto i tratti di un personaggio da tragedia greca. Dopo esser stato per anni braccio e mente delle vittorie di Forza Italia, nonché primo consigliere di Silvio Berlusconi, dal maggio 2014 la sua vita ha subito una brusca inversione di rotta. La Corte di Cassazione lo ha infatti condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Una condanna che ha determinato anche il suo progressivo allontanamento mediatico dalla figura di Berlusconi, per una ragione semplice quanto preoccupante: nelle motivazioni della sentenza, i giudici palermitani scrivono che è stato dimostrato come Dell’Utri abbia intrattenuto, a partire dalla metà degli anni Settanta sino alla fine degli anni Novanta, rapporti diretti e personali con esponenti di spicco di Cosa nostra, svolgendo oltretutto, nello stesso periodo, un’intensa e costante attività di mediazione tra questi e Silvio Berlusconi.

La mediazione di Dell’Utri era volta, in un primo momento, a garantire all’ex presidente del Consiglio protezione per sé e per la propria famiglia, e, successivamente, a sostenerne l’attività imprenditoriale e politica. Il tutto attraverso lo scambio di cospicue somme di denaro fra lo stesso Dell’Utri e Cosa nostra, contribuendo così a consolidare il potere del sodalizio criminale. La Corte ha poi portato come prove del perdurare dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa nostra una serie di avvenimenti che è possibile definire inquietanti, soprattutto perché la loro finalità è in primis il tornaconto di Berlusconi e delle sue attività. Fra i tanti, ne cito due per come letteralmente riportanti in sentenza: l’incontro, avvenuto a Parigi nei primi mesi del 1980, tra l’imputato (Dell’Utri) e i boss Bontade e Teresi, nel corso del quale “Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi venti miliardi di lire per l’acquisto di film per ‘Canale 5′”; “la richiesta, rivolta da Dell’Utri a Cinà, di occuparsi della ‘messa a posto’, per l’installazione delle antenne televisive, questione poi effettivamente risolta da Bontade e Teresi”.

Questa sentenza, è superfluo dirlo, in un Paese normale costituirebbe la fine della vita politica di Silvio Berlusconi. Ma come sappiamo così non è stato – non è bastata neanche una condanna definitiva per frode fiscale a impedire che il simbolo di Forza Italia per le elezioni del 4 marzo avesse Silvio Berlusconi Presidente scritto bello grande. Anzi, proprio perché siamo in un Paese dal multiforme ingegno, contro la sentenza di condanna emessa dalla Cassazione i legali di Dell’Utri hanno avanzato svariate richieste per vanificarne gli effetti. Da parte sua, una certa “società civile” si è addirittura prodigata in una raccolta firme richiedendo la grazia da parte del Capo dello Stato.

Il reato per cui è stato condannato l’ex dirigente di Forza Italia è infatti quello di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Un reato che non esiste nel codice penale – e qui ci sarebbe da chiedersi come sia possibile che, nel Paese che ha inventato ed esportato la Mafia e il metodo mafioso, non si sappia che questi non si reggono solo sull’aiuto degli stretti consociati. Il concorso esterno in associazione mafiosa deriva invece dalla combinazione di due distinte disposizioni: quella relativa all’associazione per delinquere di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.) e l’articolo che prevede il concorso di persone nel reato (art. 110 c.p.).



Il dibattito sull’eseguibilità della condanna di Dell’Utri legata a tale reato era tornato di attualità a luglio 2017, dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Bruno Contrada, un ex dirigente della polizia e dei servizi segreti condannato nel 2007 a 10 anni di reclusione proprio per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel luglio scorso la Corte di Cassazione aveva stabilito che la pena – ormai già scontata da Contrada – era da ritenersi «ineseguibile e improduttiva di effetti». All’epoca dei fatti commessi da Contrada, ha sentenziato la Corte, il concorso esterno non era un reato sufficiente “tipizzato”, cioè era ancora troppo generico.

Ed è a questo dato che i difensori di Dell’Utri hanno provato ad appigliarsi: stando infatti alla sentenza di condanna, Dell’Utri ha commesso il reato fino al 1992, prima che venisse “tipizzato”, quindi anche lui potrebbe rientrare nella stessa fattispecie di Contrada e vedersi la condanna annullata. E così gli avvocati dello storico braccio destro di Berlusconi hanno tentato la strada dell’incidente di esecuzione davanti alla Corte d’appello di Palermo. L’istanza è però stata respinta. È stato quindi il turno della Cassazione: i giudici della Suprema Corte hanno indicato la via della revisione; quindi nel corso del procedimento di revisione il procuratore generale di Caltanissetta ha chiesto alla Corte d’appello la sospensione dell’esecuzione della pena in attesa della definizione del giudizio. Ma anche questa volta l’istanza è stata rigettata. Niente da fare.



L’altra via tentata dai legali di Dell’Utri è stata quella del differimento della pena per motivi di salute. Ma anche questa strada non ha dato i frutti sperati, anzi. L’istanza è stata respinta per ben tre volte dal Tribunale di sorveglianza di Roma. La prima a dicembre 2017, poi a febbraio di quest’anno e infine pochi giorni fa. Ad aprile, anche la Corte dei diritti umani di Strasburgo ha detto no alla richiesta di sospensione della pena per motivi di salute. La sostanza di tutte le sentenze è la medesima: “Sulla scorta del quadro clinico complessivo i periti hanno concluso per la compatibilità con il carcere non emergendo criticità o urgenze tali da rendere necessario il ricorso a cure o trattamenti non attuabili in regime di detenzione ordinario”.

Mentre gli ultimi “no” non hanno generato grande clamore – come spiegherò più avanti non è questo il miglior momento per professarsi sostenitori di Marcello Dell’Utri – il primo respingimento da parte del Tribunale di Roma aveva scatenato un coro di reazioni indignate – a parere di chi scrive, al limite del ridicolo, data la situazione oggettiva. Oltre alla minaccia di sciopero della fame – diventata ormai un cliché in casi come questo – le dichiarazioni del mondo politico vicino a Berlusconi e al suo fidato braccio destro sono state quantomeno reboanti: Niccolò Ghedini ha parlato di “trattamenti contrari al senso di umanità”; Paolo Romani, presidente del Gruppo Forza Italia, di “una pena di morte subdola e silente che non è degna di uno Stato democratico”; Massimo Parisi invece ha addirittura definito la situazione “una pagina indegna di un Paese civile”.Niccolò Ghedini
Paolo Romani

Non ho dubbi nel considerare dichiarazioni di questo genere paradossali, per due ragioni su tutte: innanzitutto Marcello Dell’Utri è ricoverato dal 14 febbraio, ovviamente in stato detentivo, al Campus biomedico di Roma, una struttura che oltre a soddisfare standard di qualità e sicurezza riconosciuti a livello mondiale, è legata all’Opus Dei di cui lo stesso Dell’Utri ha detto di essere “grande ammiratore”. Ammirazione che in passato ha portato il fondatore di Forza Italia a gestire anche un centro sportivo di Roma legato all’organizzazione. È presumibile dunque ritenere che le cure e l’assistenza ricevute in questo momento da Marcello Dell’Utri siano di gran lunga migliori e più attente di quelle di cui gode la quasi totalità della popolazione carceraria italiana. E da qui muove la seconda ragione del paradosso di alcune dichiarazioni: non è un mistero che le carceri italiane siano bel al di sotto del livello di umanità, se si pensa che secondo i dati di Antigone nel 68% degli istituti ci sono celle senza doccia. E non è un caso che proprio la Corte di Strasburgo abbia più volte condannato l’Italia sia per le condizioni generali delle carceri, sia per singoli casi di tortura negli istituti di pena. Eppure, proprio nei giorni in cui ci si appellava alla “civiltà” per Marcello Dell’Utri, la discussione sulla riforma dell’Ordinamento penitenziario è stata rimandata per l’ennesima volta.
Piersilvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri
Da sinistra: Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Marcello Dell’Utri

Personalmente ritengo che la realtà sia un’altra. La necessità di parte della politica di riabilitare la figura di Dell’Utri nasce dal bisogno di impedire che questa intacchi – più di quanto non abbia già fatto – quella di Silvio Berlusconi. E non è un caso che proprio l’ex presidente del Consiglio, a differenza del suo entourage, non si sia particolarmente esposto per difendere quello che era il suo più stretto collaboratore. Negli ultimi mesi l’ha fatto solo in occasione delle elezioni in Sicilia, considerate un banco di prova per le nazionali, e quello era un Berlusconi in grande spolvero – non a caso avrebbe poi fatto vincere le elezioni al suo candidato.

Nel corso di un’intervista – no, è un’esagerazione, sarebbe meglio dire “in una chiacchierata amichevole” – con Fabio Fazio, l’ex cavaliere si è lanciato in un un elogio sperticato del suo “grande amico”. “Marcello è una delle migliori persone che abbia incontrato. È un cattolico, praticante, un buon padre di famiglia. È il bibliofilo numero uno che abbiamo in Italia. Ha fondato con me Forza Italia. È in carcere a seguito di un processo politico.” Inutile dire che da parte di Fazio non ci sia stata alcuna domanda seguente sui processi e sui verdetti dei giudici. Figurarsi.

Da allora praticamente nulla. E stento a pensare che sia una casualità.



Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica

Proprio a dicembre 2017 si è infatti entrati nella fase conclusiva del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato Mafia”, in cui fra gli altri è imputato anche Dell’Utri, per minaccia a corpo politico dello Stato . Nel corso della sua requisitoria il pm Francesco Del Bene, che rappresenta la pubblica accusa insieme a Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, ha spiegato: “Alla fine del 1993 Marcello Dell’Utri si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario. Ciò è avvenuto quando un nuovo governo si era appena formato, nel marzo del 1994, con la nomina di Silvio Berlusconi alla carica di presidente del Consiglio”. Il sostituto procuratore ha ricordato anche gli attentati dei primi mesi del 1990 a Catania, avvenuti tutti alla Standa all’epoca di proprietà di Silvio Berlusconi; secondo l’accusa si trattava di intimidazioni che sarebbero cessate solo dopo un accordo tra Cosa nostra e Berlusconi, “attraverso l’intermediazione di Dell’Utri”.

In attesa che il processo si concluda, questo non sembra proprio il miglior momento per Berlusconi di difendere l’amico di un tempo. Anche perché c’è dell’altro. Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono di nuovo indagati come sospetti mandanti delle stragi di mafia del 1993. La Procura di Firenze ha infatti ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo a loro carico dopo aver ricevuto da Palermo le intercettazioni del colloqui in carcere del boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Alla luce di queste simpatiche vicissitudini, è indubbio che già solo l’idea di creare un Governo con Silvio Berlusconi dovrebbe ritenersi inaccettabile. Se fossimo in un Paese normale, almeno. Già il solo fatto che gli venga permesso di presentarsi al Quirinale per le consultazioni con il Presidente della Repubblica dovrebbe esser avvertito da tutti, i partiti in primis, come una buffa supercazzola – come avvenuto all’estero. Se fossimo in un Paese normale, almeno.

Ma ciò che trovo ancora più incredibile è che proprio il M5S, che fino a qualche giorno prima delle elezioni, per bocca dell’aspirante Candide Alessandro Di Battista, declamava la sentenza di condannadi Marcello Dell’Utri come prova della collusione di quello che era – almeno allora – il principale avversario politico, oggi invece non si faccia problemi a votare esponenti di Forza Italia per la presidenza del Senato. Oggi, a elezioni vinte e con l’obiettivo di andare al Governo, si preferisce piuttosto far finta di parlare solo con Salvini perché “con Berlusconi si condanna all’irrilevanza“. Come se parlare con Salvini non volesse dire accordarsi con la coalizione del patto dell’arancino, il cui garante si chiama Silvio Berlusconi. L’amico di Marcello Dell’Utri.

Fonte: The Vision