venerdì 30 novembre 2018

"Cuore di riccio" di Massimo Vacchetta


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"Chi preda e uccide un animale non è meno assassino se nella sua casa vive con un cane o con un gatto. Chi disprezza la Vita di un Essere Senziente, disprezza qualunque Vita. Il verbo "amare" non è contemplato in chi è portatore di Morte" (cit.)
L'etimologia del sostantivo "amore" è antichissima e si origina dal sanscrito. Nella nostra lingua deriva dal latino "amor-amoris" e sta a significare "sentimento di tenerezza e di devozione". Nei secoli passati diversi studiosi colsero un'analogia etimologica con l'espressione, anch'essa latina, "a-mors" (senza morte) per evidenziare la portata e l'intensità infinita ("senza fine", dunque metaforicamente "senza morte") di questo sentimento e predisposizione d'animo. Benché oggi molti esperti tendano ad accantonare quest'interpretazione, la suggestione dell'amore inteso come ciò che non può, per sua stessa natura, implicare desiderio e volontà di arrecare morte e supplizio resta assolutamente incontaminata ed invariata.




"Cuore di riccio" di Massimo Vacchetta

Sono passati due anni dall'uscita di "25 grammi di felicità", manca di nuovo poco meno di un mese a Natale e io volentieri torno a parlarvi di ricci e del veterinario a cui hanno cambiato la vita, Massimo Vacchetta. Sapevo già che era in cantiere un secondo libro, sempre con l'obiettivo di raccogliere fondi per il suo Centro di Recupero Ricci "La Ninna" e non vedevo l'ora di leggerlo, così appena pubblicato non ho esitato ad acquistarne una copia. "Cuore di riccio" è il titolo accattivante e insospettabilmente allusivo non solo alle tante, piccole e meravigliose creature puntute in difficoltà, a cui Massimo offre ogni possibile cura, ma anche specchio del cuore umano, che talvolta sa essere un po' spinoso, come quello di un riccio, prima di aprirsi al perdono, alla comprensione umana, all'amore.
Se "25 grammi di felicità" mi aveva conquistata perchè raccontava l'avventura coraggiosa di un uomo che decide di cambiare vita, credevo che questo secondo romanzo sarebbe stato un po' ripetitivo nelle situazioni raccontate, nella routine di chi si occupa di salvare e curare ricci in difficoltà, nelle emergenze e nelle soddisfazioni. E invece... Massimo Vacchetta si ripete forse solo nella sua grande sensibilità, nell'emozione che riesce a comunicarci quando ci racconta dei riccetti che salva, nell'onestà con cui ci confessa, paradossalmente, quanto possa essere complicato prenderci cura delle persone care.

"Cuore di riccio" è un romanzo ancora più necessario per Massimo, ancora più del primo, perchè è in queste pagine così speciali che mette a nudo le sue motivazioni e le sue fragilità, come veterinario, come uomo e come figlio. Impossibile non commuoversi leggendo le sue vicende per salvare riccetti, riccini e ricci disabili, in un'eterna lotta contro il tempo, il freddo, l'indifferenza generale, le malattie e la sorte avversa. Impossibile non emozionarsi di fronte alle conquiste e ai piccoli miracoli che sanno compiere questi animali spinosi e discreti, che fanno sempre più fatica a ritagliarsi uno spazio per vivere, nei nostri giardini. Impossibile, infine, non comprendere e partecipare al dolore e alla tenerezza che accompagneranno Massimo negli ultimi mesi a fianco della sua mamma, la sua adorata Franchina.
Se "25 grammi di felicità" è un bellissimo libro sulla passione di un veterinario per la sua vera vocazione, sull'entusiasmo e sulle difficoltà di lanciarsi in una nuova avventura professionale, infine un inno alla libertà come più alta forma d'amore... questo "Cuore di riccio" è il racconto di un bravo veterinario, innamorato del suo lavoro e delle creature che sa di poter salvare, anche in un momento umanamente difficile della sua vita personale, dovendo affrontare la malattia e la morte della madre.
Una bella citazione di Mark Rowlands, dedicata al suo lupo Brenin, recita così: "Il modo più importante di ricordare qualcuno è essere la persona che quel qualcuno ci ha reso, almeno in parte, e vivere la vita che quel qualcuno ha contribuito a plasmare. A volte il qualcuno in questione non è degno di essere ricordato. (...) Ma quando è degno di essere ricordato, allora essere la persona che lui ha contribuito a formare e vivere la vita che lui ha contribuito a modellare, non sono solo il modo in cui lo ricordiamo: sono il modo in cui lo onoriamo".
Leggere e regalare "Cuore di riccio" sarà un bel dono di Natale, per chi lo riceverà e anche per Massimo, che potrà meglio occuparsi delle mille emergenze al suo Centro di Recupero Ricci. E, sono sicura, sarà un bel regalo anche per mamma Franchina, che tutti noi affezionati lettori abbiamo imparato a conoscere e ricorderemo insieme a Massimo, che nel suo impegno quotidiano ne onora ogni giorno la memoria.


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IL CACO O KAKI: L'ALBERO DALLE 7 VIRTÙ

Dalla caratteristica dolcezza di questo frutto, quando è maturo, deriva il nome scientifico - Diospiros, "Pane degli Déi". 
E' una pianta da frutto originaria del Giappone e della Cina, da tempo diffusa nella zona del Mediterraneo.
E' definito anche Loto del Giappone, Mela d'Oriente e Albero dalle 7 virtù, la varietà più comune in Italia è il "Loto di Romagna".

Dal colore arancio intenso, se ben maturi i cachi sono frutti gustosissimi con polpa dolcissima, simile ad una morbida crema, mentre quando sono ancora acerbi per l'alta quantità di tannino, conservano un sapore agre che "lega" la lingua, si dice infatti che "allappano".

Per consumarli, il modo più comodo è tagliarli in due e mangiarne la polpa interna con un cucchiaino. Si può gustare anche come crema o salsa, è apprezzato anche come bonsai per i frutti che rimangono attaccati durante tutto l'inverno.

In Giappone è utilizzato per la produzione di un vino a bassa gradazione alcolica ed il suo succo viene impiegato per chiarificare il sakè.
E' una pianta talmente resistente alle avversità (climi diversi, terreni e parassiti) da non avere bisogno di particolari trattamenti antiparassitari.
I frutti del caco comune non sono consumabili subito dopo la raccolta: devono infatti essere “ammezziti”, ovvero maturare fino a perdere il contenuto di tannini che li rende astringenti, da questa maturazione segue una produzione di zuccheri che rende questo frutto dolcissimo.

Il nome botanico della pianta Diospiro/Diospero che deriva dal greco Dios cioè Dio, mentre Pyros significa Frumento, a sottolineare l'importanza di questo frutto nell'alimentazione. Il nome Kaki è invece l'abbreviazione del nome originale giapponese "Kaki no ki" italianizzato in Caco.

Reperibile durante l'autunno, fra settembre e novembre, per scegliere cachi dolci si deve guardare che la buccia sia sottile, quasi trasparente e intatta e la polpa tenera.
Se li avete acquistati un po' acerbi si può favorirne la maturazione disponendoli su una cassetta o su un cartone, ben distanziati tra loro, con delle mele interposte, e in luogo caldo, asciutto e se possibile buio. Le mele, infatti, maturando liberano acetilene ed etilene, due gas che arricchiscono i cachi di zuccheri renendoli quindi più dolci.

Il caco è un frutto energetico: apporta circa 65 chilocalorie per 100 grammi. Ha un'alta quantità di zuccheri, di potassio, di beta-carotene e criptoxantina (a cui si deve il caratteristico colore arancione), ed é una buona fonte di vitamina C. Sono consigliati ai bambini, a chi pratica sport e a chi è particolarmente stanco sia fisicamente che mentalmente, molto utile all’apparato nervoso e a chi soffre di fegato, indicato in caso di stipsi, ha infatti proprietà lassative e diuretiche.
E' sconsigliato nei regimi dimagranti, a chi soffre di diabete o disturbi digestivi, a chi è affetto da obesità.
Si conservano anche fuori dal frigo, ma non per molti giorni (3/5 giorni), non contiene glutine - dato fornito da AIC: Associazione italiana Celiachia.

Le prime notizie di questa specie risalgono ai Greci. 
Originario della zona meridionale della Cina, si è esteso oltre 1000 anni fa fino al Giappone. In Europa invece è arrivato alla fine del '700, ma solo come pianta ornamentale, é intorno al 1860 che si diffuse come albero da frutto prima in Francia e successivamente in Italia, anche grazie all'importazione dal Giappone di alcune varietà pregiate. La sua comparsa in Italia risale al 1870 ed il primo kaki fu portato a Firenze per i giardini di Boboli. 
Il nome Kaki compare in Giappone alla fine dello scorso millennio. I primi impianti specializzati in Italia sono sorti nel Salernitano a partire dal 1916, estendendosi poi in particolare in Emilia. 
Ha un'importanza particolare anche in Sicilia, dove è famosissimo il kaki di Misilmeri, esportato e conosciuto in tutto il mondo.

Curiosità:
Il caco è considerato "L'albero dalle 7 virtù" per:
la lunga vita, la grande ombra che offre, la mancanza di nidi, la mancanza di tarli, la possibilità di giocare con le foglie indurite dal gelo, il sapore, il bel fuoco che riesce a creare e dalle sostanze concimanti per il terreno che può produrre. Giuseppe Verdi ne era molto goloso!

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