martedì 30 luglio 2019

Liberazionismo ed abolizionismo: un dibattito aperto e de-costruttivo


L'errore più grande che l'adulto possa compiere nei confronti dei bambini è limitare la loro sfera d'amore al solo essere umano.
Abituando i bambini a non dare valore ad ogni forma di vita, a non curarsi della sofferenza e della morte degli altri esseri viventi, in essi non si sviluppa la sfera del sentimento, dell'amore, della condivisione e il loro animo resta incapace di rispetto, insensibile, egoista anche verso le necessità degli altri esseri umani.
La realizzazione di un mondo migliore è possibile solo se migliore sarà la coscienza di coloro che lo compongono.
Il male si alimenta non dalla violenza dei pochi, ma dalla tiepidezza dei molti.
(Franco Libero Manco)


Liberazionismo ed abolizionismo: un dibattito aperto e de-costruttivo

Oppressione e legittimazione dell’oppressione


Bisognerebbe disaddomesticare se stessi e i rapporti sia con le altre unità umane sia con gli altri animali. Questo non perchè è “naturale” bensì perchè è più confacente all’ipotesi di sviluppo individuale della felicità. Noi non lottiamo per i diritti degli altri animali, non vogliamo considerarli dei “cittadini”, secondo un diffusissimo modo di intendere l’animalismo. Noi stessi non chiediamo diritti e cittadinanza, in quanto riteniamo che servano solo a rafforzare il dominio di chi viene investito del potere di concederli-.

La capacità di avvertire su di sè l’altrui sofferenza e un’attribuzione di valore a questa capacità, non è dettata da organi coercitivi che sollevano la stessa oppressione ma dalla libera consapevolezza del singolo, il “traguardo” a una esistenza dignitosa scelta in completa libertà. Siamo “tutt* terrestri”, in armonia col restante, non è sollecitazione superficiale ma determinazione al salto di prospettiva di una totale autodeterminazione. “Nessuno è straniero” deve necessariamente scardinare quel dispositivo che genera alfabeti nei corpi (animali di serie A,B,Z) fino a una desertificazione di quei termini che amplificano, non solo fisicamente ma anche dialetticamente, la distruzione dei corpi stessi. Addomesticamento e istituzionalizzazione sono concetti che andrebbero liberati (e non liberalizzati in un contesto di strumento sistemico) non aboliti.

Ancora oggi, nell’oceano variopinto dell’animalismo (non italiano, mondiale) si confonde abolizionismo con liberazionismo. Perchè?. E’ pur vero che le differenze, in alcuni casi, possono essere sottili, ma esistono certamente. L’abolizionismo (anche quello più radicale in cui si affronta l’abolizionismo “totale”. Bisognerebbe poi capire cosa si vuole intendere con “Totale”) è, per genesi etimologica legato, mani e piedi, alle istituzioni.

“…Abolizionismo: In generale movimento tendente a modificare o abolire una consuetudine o una legge (la schiavitù, la pena di morte ecc.). Mira a ottenere, tramite le istituzioni, o i canali a esse connesse la messa al bando di una legge ingiusta o riforma discriminatoria. Di mutarla o cancellarla….” (Dizionario Devoto-Oli o Zingarelli non cambia)

L’abolizionismo cerca il riconoscimento animale (anche la stessa liberazione dei corpi animali naturalmente) da un lavoro (profondo) all’interno della società e delle sue istituzioni. La lotta abolizionista promuove e immagina un confronto coi soggetti politco-istituzionali (anche in una dialettica forte e contrapposta). L’attivismo abolizionista crede, fermamente, in una crescita-miglioramento della civiltà e di conseguenza un “riconoscimento” dei diriiti degli animali, in una continua fiducia nei soggetti di “governo”. Solo loro possono, con i mezzi molteplici di cui dispongono, risolvere lo sfruttamento dei corpi animali. Gli abolizionisti, anche quell* più politicizzati, guardano a una soluzione-rivoluzione “Copernicana” mantenendo però il dialogo, in alcuni casi, il compromesso, con i soggetti che mantengono lo “status” di oppressore.

Il liberazionismo invece non riconosce la funzione delle istituzioni. Ne svela la disfunzione e il reazionismo. Molto più radicale dell’abolizionismo, il liberazionismo non crede nel cambiamento della società attraverso lo stesso “Sistema dominante” che di quella società ne è padre e padrone. Non crede che la società-dominio possa autocorreggersi o riformarsi. La società è irriformabile e solo una battaglia esterna alla società, “titolare” dell’oppressione, può portare ai cambiamenti tanto sognati. Da tutt*. E’ evidente che il liberazionismo è per “natura” anarchico. L’anarchia difatti non riconosce lo Stato, e ritiene che non possa essere riformabile. Il cambiamento verso una società liberata e orizzontale, equa nelle differenze, solidale, passa dalle ceneri del sistema dominante precedente. In tutti e due i movimenti “abolizionista-liberazionista”, possiamo, comunque, parlare di antispecismo (anche perchè, a oggi, l’antispecismo è in continuo mutamento, si aggiorna, “cambia” in prospettiva e in funzione del -differente generazionale- della società). Detto questo rimane, assolutamente incontrovertibile, la libertà inalienabile del soggetto segregato.


Una libertà “liberazionistica” quindi proiettata al di fuori di oscurantismo genuflesso pacificato che manipola le ultime distrazioni totali consentendo al sistema di autoriprodursi. Sono i corpi che lo chiedono. A molti sfugge che la liberazione totale non ha, e non consente, compromessi. In una dimensione di sè si colloca il nostro rifiuto di esercitare potere sia sull’essere umano che sul non umano. Ecco perchè lottiamo contro l’attrazione verso la politica istituzionale che non fa altro che amplificare le diseguaglianze e allontana la lotta di liberazione riducendola a mero spettacolo delle parti. La liberazione totale non può approciarsi a visioni salutistiche che guardano la linea e non il “reticolato”, e non può farlo neanche in quelle visioni più sensibili dove la prigionia è vista, spesso, solo in direzione dell’animale non umano, e non come dovrebbe essere per tutti gli esseri (compresi gli umani che sono animali come gli altri). La direzione non sempre è sinonimo di meta (intesa come abbattimento dei muri mentali che scardinano la concezione stessa di proprietà) così come l’antispecismo non sempre è sinonimo di lotta al dominio. Sempre più spesso l’espressione assume connotazioni da “operetta”, scendendo a concessioni politico-partitiche e per spinta oscillatoria a quelle sociali. Chiunque può giustificare la locuzione facendola propria, indossando un vestito per ogni stagione, ma, così facendo, perde di valore ed esaurisce la formidale spinta generatrice. Non esistono maestri o guru che possano alimentare la fiaccola della libertà, essa brucia per combustione naturale, non è il termine a qualificare il soggetto ma le azioni quotidiane. Non è sufficiente dipingersi il volto con i colori della terra se poi si volta lo sguardo al baratro, non basta assumere posture di circostanza in direzione dello sfruttato o del perseguitato se poi la scala del privilegio moltiplica le distanze tra i gradini. La semplicità delle mani che lavorano verso un principio di liberazione totale senza le “transazioni” che sollevano da responsabilità morali. La genuinità di piedi che percorrono chilometri non illuminati dalle “luci della ribalta” (associazionistiche o individuali) o da protagonismo collettivo velleitario, piedi filtrati attraverso spezzate-barriere di inclusione che ne amplificano la validità e nascosti dalle sirene etimologiche, questi si, sono i passi da gigante in direzione di una totale comprensione del dramma. Siamo tutti animali, questa è l’unica legge a cui possiamo prestare obbedienza ed è proprio perchè siamo animali che le peculiarità sono differenti, ed inspiegabili. Molto spesso sentir parlare di lotta contro la vivisezione, contro gli allevamenti intensivi, contro la caccia richiama alla mente concetti quali “sensibilizzazione del potere politico”, “traguardo della democrazia”. Quante volte si sente la frase: “Vittoria di importanti battaglie legali” e la fantasia corre subito alle raccolte di firme, alle mozioni, alle proposte di legge, ai sit-in, alle manifestazioni. Quando si abbraccia la visione totale libertaria della liberazione animale significa anche (e soprattutto) non collaborazione con i governi, predatori, per la salvaguardia dei “diritti” degli animali. Significa ribellione costante contro l’attuale sistema sociale di cui lo sfruttamento e la tortura non sono che alcuni dei tanti prodotti e dei tanti strumenti di autoconservazione. La gerarchia sociale non può che produrre dominio, sfruttamento e oppressione. Pensare dunque di liberare gli animali senza eliminare la causa della loro oppressione, significa solo contribuire alla spettacolarizzazione del gioco democratico ed evidenzia una superficiale considerazione dei legami che intercorrono tra vivisezione e ricerca bellica, tra allevamenti intensivi e sfruttamento delle risorse dei paesi del sud del mondo, tra dittatura delle multinazionali farmaceutiche, tra risttrutturazione continua dei monopoli capitalistici e trasformazione dell’essere umano in cavia. La liberazione del vivente sotto una dimensione libertaria appare evidente, poichè scardina la continua crescita dominante che, moltiplicando gli effetti devastanti dell’ambiente, ne consolida la struttura gerarchica e oppressiva. Ecco perchè le accuse che vengono rivolte agli attivisti politici liberazionisti sono sempre pesantissime. Accuse di estremismo e di fanatismo, ripropongono, in termini ovviamente mistificatori, la solita barzelletta sull’unità del “movimento” sull’inutilità dell’azione illegale, sulla necessità di essere propositivi (disegni di legge), sul progresso che condannerà, nel tribulale della storia, l’oscurantismo “scentifico” e lo stato di minorità della ricerca medica. E’ lo stato e i suoi apparati legislativi che, con apposite sanzioni e divieti, garantirà la fine della crudeltà sugli animali (l’abolizionismo).

-D’altronde è il potere che, per ragioni di conservazione, ha bisogno di raggiungere forme di dominio “decentrato” e di produzioni “ecologizzate”. Chi vuole creare rapporti non meditati da nessuna entità superindividuale tra sè e l’ambiente, e quindi le altre forme di vita, non può che negare il dominio e lo sfruttamento, sotto qualsiasi sembianza ideologica (compresa quella animalista ed ecologica) si nascondano-.

Lo sfruttamento dell’uomo avrà sempre continuità e sistematica oppressione fino a quando vi sarà sfruttamento animale non umano. Solo liberando e incenerendo i rapporti di asservimento della macchina del capitale si potrà parlare in termini diversi. In sintesi liberando l’essere umano dal giogo del sistema si potranno liberare gli altri animali e la proposizione è identica: liberando dalla violenza e lo sfruttamento gli altri animali si potrà giungere alla liberazione dell’uomo. Diversamente è impossibile.


Nel mondo si stanno sviluppando migliaia di associazioni per la conservazione-tutela-diritti degli animali. Il Sistema non ne nega lo sviluppo, anzi, lo incentiva. Perchè? Perchè conosce molto bene la differenza tra lotta al dominio e concessione del “diritto”. I viventi muoiono, sono sfruttati a miliardi, quale spinta migliore se non quella di “donare” spazio alla sensibilità individuale e collettiva per mantenere le catene ben robuste. Il potere concede “la lirica della speranza” da secoli. Abolizionismo e Liberazionismo sono due strade differenti, alle volte, nella storia, si sono incrociate, altre volte divise. Restano comunque due approcci. La visione totale, invece, della liberazione animale, purtroppo, non ha “strati” o “sentieri” altri. Il sentiero è uno: liberare tutt*. Con ogni mezzo necessario. E lo smettere di credere (non ascoltare), finalmente, che l’oppressore possa “vestirsi” con gli abiti dell’oppresso è già un passo, immenso, in avanti.

Nessun commento: