
Le strade sono piene di macchine ma nonostante questo la maggior
parte delle persone non è in vacanza. Sembra un paradosso, la
televisione dice che l'italia è al mare o in montagna, fa vedere
immagini di eserciti di persone sui lettini e sotto gli ombrelloni,
sulle seggiovie, sui ghiacciai. E' il paradosso di Karl Popper.
Instillare nelle persone l'invidia (mediante la tolleranza) in tutte
quelle persone che non possono permettersi di "riposare". Perchè
intendiamoci, il lett
ino al mare non è
riposo ma l'informazione tende a stravolgere la realtà. Da sempre. E
cosi agosto diventa il mese del riposo. In realtà le persone sono alla
miseria. Molti si indebitano per poter fare tre giorni di mare ai figli.
Questo è un mio vecchio racconto che parla proprio di questo. In un
ottica trasversale, dove il vecchio montanaro ri-conosce i tranelli del
potere ma non sa distinguerli. Li sente. Dove comprende che non bisogna
seguire le "tavole dei comandamenti" della massificazione. Dove
comprende che la felicità non risiede in quei comandamenti ma
nell'autodeterminazione del vivente.
Buona lettura...
Olmo
Sentieri in dolce cammino: una storia di montagna e anarchia
L’uomo dagli occhi di cenere
Tempo fa ho conosciuto, quasi per caso, un vecchio montanaro. Uno che negli anni sessanta arrampicava forte. Ero fuori a cercare di avviare la pompa dell’acqua. Cento metri di altitudine più in basso. La pompa che serve a portare l’acqua in baita. Mentre, mezzo congelato stavo per rinunciarvi, ecco che appare questo signore con i pantaloni di velluto, una camicia a quadri pesante, di altri tempi, due scarponi che avevano lottato in mille battaglie e la sigaretta in bocca. Quello che segue è il dialogo che ho avuto con lui.
Un bel sorriso. Aperto. Mi risulta subito simpatico.
Noto che ha la camicia di flanella tirata su nelle maniche. In un avambraccio un tatuaggio. Strano, mi dico, i montanari di un tempo di solito non hanno tatuaggi.
il suo facile è chiaramente relativo. Un sentiero che si inerpica per quasi mille metri in salita. Riesci a prendere fiato solo in due punti.
rispondo, cercando di mantenere il suo sorriso cordiale.
Ride, un colpo di tosse robusto, un respiro profondo e si siede sulla roccia, davanti a me.
Noto che ha gli occhi azzurri, come l’azzurro dei ghiacciai. Mi siedo di fianco, lo osservo con la coda dell’occhio. Lui sembra guardare l’orizzonte, lontano, io mi accontento di guardare il rododendro che sta accingendosi a riposare per il lungo inverno che verrà.
Si, la conosco quella parete. La chiamano la “Severa”. Una parete paurosa, verticale, liscia, di 800 metri. Trovare appigli è come trovare le stelle alpine al mare.
Rispondo, facendo finta di conoscerla bene. In realtà ne ho il terrore.
Alzo lo sguardo verso la “Severa”. E’ talmente liscia che il sole è rispecchiato. In estate è scalata da pochissime persone. In inverno da nessuno. E nel 66 le corde erano in canapa, pesavano talmente tanto che oggi le alpiniste e gli alpinisti, della domenica, non riuscirebbero a portarla per più di un ora. In piano.
Potevo evitarmelo. Lo sanno tutti che non è dura. E’ terrificante.
Mi fa vedere la mano.
Ecco, mi dico, ora non ho più dubbi, di fianco a me è seduto un grande alpinista. La “Severa” in inverno, nel 66. Roba da matti. Roba da alpinisti.
Ride divertito. Io penso: mamma mia. Poi si fa silenzioso, si tocca la mano mutilata, la scalda col fiato e riprende a guardare l’orizzonte.
Mi guarda come si guardano i bimbi. Tenero e spiritoso.
Ride ancora e fa cenno di si con la testa. A questo punto comincia 1 ora di monologo. Un monologo di tale profondità e modernità che raramente ho sentito nella vita. Neanche da gente ben più giovane di lui e piena di esperienze. Si stira la schiena, mi guarda, solo un attimo e poi, comincia…
La ribellione del vecchio alpinista
. Si ferma, qualche attimo, quasi a disegnare il padre nella sua mente, poi, prosegue: Mi osserva determinato, i suoi occhi: come la neve di gennaio, quando si colora delle stelle. Vuole vedere se sono anch’io uno dei ragazzi dei gommoni sulle rapide.
<50 litri=""> Rispondo subito, serio, guardandolo dritto negli occhi, severo. Per fargli comprendere che quello che dice è vero.
Prende respiro, è leggermente alterato. Non mi guarda, forse ha timore di vedere uno sguardo interrogativo di colui che lo pensa matto, poi, continua, ma con meno forza.
. Ora mi guarda. I suoi occhi sono diventati cenere. Un grigio di altri tempi. Sono bagnati dalle lacrime. Lacrime antiche come le sue rughe. Io lo guardo triste, malinconico, vorrei tirarlo su e dirgli che sono come lui. Vecchio e stanco. Che non è solo. Ma non ci riesco, anche i miei occhi sono cenere. Da tanto tempo. Socchiudo le labbra, faccio uno sforzo immenso e gli prendo la mano. La stringo leggermente. Lui mi guarda, smarrito, non se l’aspettava. Guarda la sua mano nella mia, poi rialza lo sguardo e mi dice lentamente:
I suoi occhi sembra che implorino una risposta che gli dia i passi. Solitudine amplificata in eterno. I suoi occhi…
la mia voce esce senza il mio consenso.
. Riprendo fiato, lo guardo. Forse mi sono spinto oltre, in fondo non lo conosco. Lui china la testa leggermente di lato, mi osserva, come si osserva una parete prima di scalarla. Abbiamo ancora le mani legate. Accenna un sorriso. Poi, ne accenna uno più grande, più certo, più importante. Ed è lì, in quel momento, che comincia a ridere. Rido anch’io. Si alza, schiaccia il suo cappello sulla testa, si allaccia la camicia e comincia a camminare. Qualche metro poi, si gira, mi regala un sorriso raro e dolcemente mi dice:
.
Io non rispondo, alzo la mano per salutarlo, un dolce sorriso. Di quelli che faccio poche volte. Lo lascio andare. Ma avrei voluto dirgli: Ciao amico, ciao vecchio montanaro.
Ciao fratello.
Ma non ho potuto, era già lontano...50>
Fonte.
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