"Regala agli altri ciò che non hai" (Alessandro Manzoni).
In questi tempi difficili che ci costringono all'isolamento sociale, il rancore, il disprezzo e l'ostilità troppo spesso prevalgono. In una fase di rinnovata caccia alle streghe contro chi esercita il sacrosanto diritto di porsi domande risuonano oltremodo attuali le parole di Manzoni.
Ci rendiamo conto che una petizione rivolta alle televisioni non verrà mai presa in considerazione, ci sono enormi interessi degli inserzionisti da tutelare, ma magari soprattutto in questo nefasto periodo forse un pò di solletico se siamo in tanti a firmare glielo possiamo procurare, invito tutti a condividere e firmare la petizione grazie!
Leggi condividi e diffondi: PROGETTO PACE NEL MONDO – EDUCARE L’UMANITA’ ALLA PACE di Franco Libero Manco
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Libere di passeggiare
Libere di passeggiare.
Durante questo lockdown siamo statx invitatx tuttx a rimanere a casa ossia, a limitare i nostri spostamenti per contenere il contagio.
Però c'è differenza tra lo stare a casa ossia evitare i luoghi affollati e lo stare chiusi in casa privandoci di aria fresca, sole e movimento.
La chiusura nelle nostra abitazioni può essere un danno psicologico e fisico non trascurabile.
E se ne soffriamo noi, che a volte adoriamo oziare sdraiati sull'erba ma che, se abbiamo la possibilità di farlo, sopportiamo anche di rimanere qualche giorno chiusx, quale può essere l'impatto sulla vita delle e dei numerosx compagnx di vita che invece sofforno particolarmente fisicamente e psicologicamente le situazioni di immobilità?
Parliamo dei cani, dei gatti e dei numerosi animali domestici che soprattutto abitano nei centri urbani.
I 200 metri concessi per la passeggiata da solx o accompagnatx dalle e dai nostrx compagnx non sono sufficienti per mantenere una attività fisica e psicologica che aiuti ad essere più serenx.
Pensando a tuttx voi che siete costrettx ad uscire nei soliti 200 metri di asfalto e cemento, lanciamo questa piccola campagna #liberedipasseggiare.
Cosa fare?
Scriviamo tuttx, con parole nostre e personalizzando il messaggio, alle proprie amministrazioni comunali locali, agli uffici delle Regioni e all'associazione nazionale dei Comuni italiani (mail info@anci.it) per chiedere la riapertura dei parchi e delle zone verdi autorizzando, ovviamente rispettando il distanziamento di sicurezza, la fuizione di queste aree a tutte le persone, da sole o accompagnate dalla-dal proprix amicx a 4 o 2 zampe, ma anche dalle-dai proprix bimbx, che ne sentano l'esigenza vitale!
Agripunk Onlus
Io personalmente mi sono documentato e per chi è stato castigato con multe, gabelle o prebende, consiglio di leggersi questo facsimile di ricorso e magari utilizzarlo per contrastare questi beceri e scandalosi abusi perpetrati ai nostri danni.
Nino Malgeri
Ricorso in Prefettura
contro le multe
Al Prefetto /
Giudice di Pace
(Città)
RICORSO
Io
sottoscritto ____________nato a ______________il ___________e residente _________
in
riferimento al verbale numero ____________ redatto il ___________a mio carico (
infrazione art. 4 comma 1 DL19/2020), mentre mi recavo____________________________________,
presento ricorso adducendo i seguenti motivi: (Personali, familiari o altri da
descrivere…)
inoltre
contesto il provvedimento restrittivo di cui sopra, poiché viola la
costituzione, nel dettaglio:
“Il DPCM 10 aprile 2020
(e precedenti DPCM) altro non è che un
atto amministrativo del Presidente del Consiglio dei Ministri che, nel momento
in cui limita la libertà di circolazione delle persone prevedendo un
contenimento universale per asserite esigenze sanitarie già si pone in
evidente contrasto con gli artt. 16 e 32 Costituzione, oltre che ad impedire lo
svolgimento dell’attività lavorativa e di iniziativa economica”.
Il governo non ha
rispettato il dettato costituzionale, avendo attribuito con un decreto
legge ad un proprio componente il potere di limitare con atti amministrativi le
libertà costituzionali, che possono trovare limiti solo in atti legislativi
parlamentari.
“Il DCPM 10 aprile
2020 (e precedenti DPCM) è quindi illegittimo al pari della norma
presupposta consistente nel D.L. 19/2020 violando gli art. 1, 4, 16, 32, 35 e
41 della Costituzione”.
questo STATO DI
EMERGENZA è anticostituzionale e lo è non soltanto perché in aperta
violazione della Carta costituzionale, ma perché agisce come in uno STATO DI GUERRA quando, per fortuna, in
guerra non siamo.
Quindi, perché il governo assume PIENI POTERI come se lo fossimo?
E se è vero, com’è vero, che non siamo in GUERRA, non ci sono neanche i presupposti per fare una legge che violi gli Art. 2; l’Art.10; l’ Art.13; l’Art.16 – e forse altri – della nostra Costituzione chiedendo, anzi imponendo di fatto ai cittadini di giustificare i loro movimenti.
Quindi, perché il governo assume PIENI POTERI come se lo fossimo?
E se è vero, com’è vero, che non siamo in GUERRA, non ci sono neanche i presupposti per fare una legge che violi gli Art. 2; l’Art.10; l’ Art.13; l’Art.16 – e forse altri – della nostra Costituzione chiedendo, anzi imponendo di fatto ai cittadini di giustificare i loro movimenti.
L’Art.2 della Costituzione dice che la Repubblica riconosce e
garantisce i diritti inviolabili dell’uomo;
L’Art 10 dice che l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale;
L’Arti 13 dice che la libertà personale è inviolabile.
L’Art.16 dice che ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce (ma non esiste una legge tale che stabilisca queste limitazioni).
L’Art 10 dice che l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale;
L’Arti 13 dice che la libertà personale è inviolabile.
L’Art.16 dice che ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce (ma non esiste una legge tale che stabilisca queste limitazioni).
Ribadisco che ’Art.16 della Costituzione dice che le uniche limitazione alla libertà
di movimento dei cittadini sono quelle stabilite dalla legge. E
un articolo di legge che dichiari apertamente di limitare i diritti
costituzionali dei cittadini non c’è, e dovrebbe essere fatto oppure
bisognerebbe fare una modifica o una deroga alla legge costituzionale vigente.
E lo si potrebbe fare solo in virtù di uno stato di eccezione, di emergenza,
che per il nostro Ordinamento Giuridico è lecito solo in uno STATO DI GUERRA. Infatti, facendo i
conti con la realtà delle leggi, l’Art.78 della Costituzione dice chiaramente
che l’unico stato di emergenza riconosciuto dall’Italia, tramite il quale si
possa arrivare a dare al governo dei poteri straordinari di deroghe
costituzionali o di deleghe a enti locali, non è uno stato di emergenza
sanitaria, ma uno STATO DI GUERRA.
Quando un presidente del consiglio esercita illecitamente, illegittimamente, illegalmente e incostituzionalmente pieni poteri
che si esercitano solo in STATO DI
GUERRA, arrogandosi quindi diritti e deroghe costituzionali, addirittura
esautorando il parlamento, come il dare potere alle FF.OO e alla FF.AA, in
qualsiasi parte del mondo occidentale si chiama violare la costituzione.
Inoltre:
“Secondo
i dati ISTAT, nel primo trimestre dell’anno 2020, il numero totale dei morti è
in linea con gli anni precedenti, anzi vi sarebbe una qualche diminuzione.
Secondo i dati forniti dalla Protezione Civile, all’attualità vi sarebbero 20.465 morti con un’età media di 78 anni, di cui il 61% con tre o più patologie pregresse, il 20,7% con due patologie pregresse, il 14,8% con una patologia pregressa mentre solo il 3,5% non avrebbe avuto nessuna patologia. Quindi, il numero dei soggetti morti per Covid-19 senza patologie pregresse sarebbero 716, che rappresenta in confronto della popolazione italiana lo 0,0011%, mentre alla data odierna il totale di chi ha contratto il Covid-19 (comprensivi i positivi 103.616, i guariti 35.345 ed i morti 20.465) pari a 159.516 persone sarebbe lo 0,264% della popolazione.
Tali numeri non sembrano essere stati adeguatamente valutati ai fini di effettuare il contemperamento degli interessi della nazione”.
Secondo i dati forniti dalla Protezione Civile, all’attualità vi sarebbero 20.465 morti con un’età media di 78 anni, di cui il 61% con tre o più patologie pregresse, il 20,7% con due patologie pregresse, il 14,8% con una patologia pregressa mentre solo il 3,5% non avrebbe avuto nessuna patologia. Quindi, il numero dei soggetti morti per Covid-19 senza patologie pregresse sarebbero 716, che rappresenta in confronto della popolazione italiana lo 0,0011%, mentre alla data odierna il totale di chi ha contratto il Covid-19 (comprensivi i positivi 103.616, i guariti 35.345 ed i morti 20.465) pari a 159.516 persone sarebbe lo 0,264% della popolazione.
Tali numeri non sembrano essere stati adeguatamente valutati ai fini di effettuare il contemperamento degli interessi della nazione”.
Aggiungo
che oltre ad aver illegittimamente decretato la restrizione della libertà dei
cittadini, il governo avrebbe dovuto proibire la vendita e la distribuzione dei
prodotti di derivazione animale quali carne, pesce, latte, formaggi e uova, i
veri responsabili del covid 19 e di tutti i virus tipo Ebola, Sars, Mucca
Pazza, suina ecc, tutti virus di origine animale, a tale proposito invito il
prefetto a leggere quanto segue:
Il coronavirus che ha scatenato
l'epidemia COVID-19 proviene dai patogeni degli animali selvatici:
Gli animali, se lasciati in pace, non
creano alcun problema. Ma se li cacciamo e distruggiamo i loro habitat, veniamo
a stretto contatto coi loro virus, contro i quali non abbiamo difese. Quando il
virus fa il salto di specie (detto spillover), scoppia l'epidemia.
È già successo e continuerà a succedere:
il 75% delle nuove patologie infettive sono causate da virus provenienti dagli
animali. È quanto è successo negli ultimi anni: SARS, MERS, influenza aviaria,
influenza suina, e altre, che hanno ucciso un numero enorme di persone.
Non parliamo del singolo animale che
esce dal bosco per avvicinarsi alla città (e, comunque, se lo fanno, è solo a
causa della distruzione del loro ambiente e della caccia), ma di quantità
enormi di animali sterminati, per mangiarli o per predare le risorse
dell'ambiente in cui vivono.
Gli allevamenti amplificano i pericoli
I virus provengono dai selvatici, ma
sono soprattutto gli allevamenti di animali per il consumo umano a scatenare il
problema. Per tre ragioni:
Primo, perché spesso il virus fa il
salto di specie prima dagli animali selvatici a quelli allevati, e poi da
questi all'uomo; negli
allevamenti trova vita facile, dato l'affollamento, il numero enorme di animali
e le loro pessime condizioni di salute.
Secondo, perché la creazione di nuovi
allevamenti è una delle cause primarie di distruzione degli habitat, di
deforestazione,
soprattutto nelle foreste tropicali; si deforesta per far spazio ad
allevamenti, oppure a coltivazioni per i mangimi degli animali allevati in
altri posti.
Terzo, perché, quando nelle stesse aree
disboscate vengono creati allevamenti, c'è una pericolosa vicinanza tra animali
selvatici e allevati che
aumenta moltissimo la probabilità di diffusione dei virus.
Chiedo a codesta Prefettura / Giudice di
Pace di ritenere illegittimo il verbale di cui sopra ed esonerarmi dal
pagamento della somma richiesta.
In Fede
Allegati eventuali documenti
Data____________
Pandemia, quarantena, allevamento. La normalità come catastrofe.
by Ermanno Castano

Al di là della letalità del Coronavirus e dell’efficacia medica delle misure prese (tutt’ora oggetto di dibattito) quello che ci interessa in queste poche righe è il loro effetto politico: erano necessarie tali misure? Si poteva prendere un’altra direzione? Quali cambiamenti lascerà dietro di sé l’ermergenza sanitaria? Proviamo a cogliere l’inoperosità che il virus ci offre per cercare un contatto con noi stessi, con il luogo che abitiamo, e per provare ad accennare una risposta alle domande di cui sentiamo l’urgenza. Urgenza motivata dal fatto che attorno all’‘epidemia’ i dati e le notizie diffusi in modo spettacolare lasciano quantomeno perplessi.
Da dove viene un virus?
Bisogna innanzitutto smontare la retorica della pandemia come evento ‘naturale’ sulla cui fatalità non influiscono le condizioni sociali. I virus sono esseri naturali, certo, ma le pandemie sono molto diverse fra loro e cambiano a seconda del contesto storico e sociale in cui avvengono. Studi vecchi di molti decenni (1) avvertono come la crisi ecologica che la nostra civiltà sta attraversando (causata da una crescita economica illimitata) si presenti sotto diversi aspetti fra cui: lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, il riscaldamento climatico e le pandemie. Fra i testi più rilevanti che si possono citare in merito al rischio di pandemie (in particolare di coronavirus) c’è uno studio dell’Oms del 2007 (2) intitolato The Wolrd Healt Report 2007 che avvisa della minaccia riconducendola agli alti livelli di distruzione ambientale causati da uno sviluppo industriale orientato unicamente al profitto.
Il particolare tipo di epidemie proprio della nostra epoca (diverso da quelle tardo antiche o medievali) nasce dalla dannosa interazione fra deforestazione e agroindustria. Monocolture e allevamenti intensivi vanno, in genere, a sostituire le foreste e gli ambienti naturali con un duplice effetto nefasto: da un lato l’assenza di questi ultimi fa venire meno la biodiversità capace di contrastare naturalmente il diffondersi dei virus, dall’altro la distruzione delle foreste fa sì che alcuni animali selvatici (spesso venduti anche nei mercati) entrino in contatto con quelli degli allevamenti e con le periferie urbane.
I casi più noti e studiati sono quelli degli insetti e dei pipistrelli che, non trovando più i loro habitat e le loro prede, si sono rivolti agli allevamenti intensivi che li hanno sostituiti. Non dimentichiamo che la Cina (dunque anche Wuhan dove probabilmente è nata l’infezione) è fra i maggiori esportatori di carne da macello al mondo, e qui si trovano enormi allevamenti detti pigs hotels perché ammassano decine di migliaia di esemplari in schiere di edifici alti anche tredici piani. Un’‘eterna Treblinka’ (3) in cui la vita viene continuamente prodotta solo per essere consumata.
Ci sono innumerevoli studi che mostrano come negli anni passati molti virus hanno proliferato negli allevamenti intensivi generando grandi epidemie, fra le quali ricordiamo: l’encefalopatia spongiforme (‘mucca pazza’), la Sars, l’influenza aviaria, la peste suina, la Mers, etc. Le ipotesi più accreditate attualmente sull’origine del SarsCov2 si concentrano proprio sugli allevamenti o sui wet market (4). Va segnalato inoltre, anche se non è chiara la relazione, che nei giorni immediatamente precedenti alla manifestazione del coronavirus la Cina stava affrontando l’ennesimo caso di peste suina col conseguente abbattimento di milioni di capi.
Il passaggio di tali patogeni da questi sfortunati animali all’uomo può avvenire sia attraverso il contatto fisico con gli operatori, che attraverso il consumo delle loro carni, spinto a uno spasmodico eccesso dall’agrobusiness che rappresenta un importante fetta del pil mondiale. Oltre a tutto ciò, diversi studi mostrano come lo stesso smog che rende l’aria delle metropoli irrespirabile possa fare da vettore e contribuire alla diffusione dei virus in aree urbane in cui il sovraffollamento offre l’incubazione ideale per questo tipo di infezioni.
Il rischio di pandemie (il caso dei coronavirus, come dimostrato, era già noto da più di dieci anni) è di tale rilevenza da essere posto dall’Oms all’attenzione del G20 di Amburgo nel 2017 (5), proprio quello durante il quale migliaia di manifestanti sono stati arbitrariamente arrestati e gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo di Parigi sul clima. Non che gli altri paesi hanno fatto meglio: lo hanno sottoscritto e poi disatteso (come già accaduto col protocollo di Kyoto), a dimostrazione del fatto che non basta un trattato (peraltro dai modestissimi obiettivi) per opporsi a fondamentali interessi capitalistici come quello dello sfruttamento delle risorse naturali. In ogni caso, il G20 del 2017 ha deciso di ignorare del tutto il pericolo delle epidemie globali, portandoci dove siamo oggi, anche se governi e Oms fanno finta di non saperne nulla.
Sono qui per restare.
Il virus insomma non è venuto dal nulla, ma è emerso in una situazione in cui la ‘normanità’ aveva già raggiunto livelli di intollerabilità, interrompendola e mostrandone il vero volto che non si aveva il coraggio di guardare. Ricostruita la genesi dell’epidemia, possiamo rivolgerci alle misure sanitarie prese per arginarla. In Italia, tra febbraio e marzo 2020, sono stati emanati alcuni decreti ministeriali che sostanzialmente hanno sospeso lo stato di diritto. Senza addentrarci in questioni mediche, ci chiederemo piuttosto: di che tipo di stato di eccezione si tratta? Sarà possibile revocarlo qualora l’emergenza dovesse venire meno?
La dichiarazione dello stato di eccezione viene giustificata con l’emergenza epidemica. Allo stato attuale però non solo, evidentemente, non si può sapere se e quando finirà l’emergenza, ma anche qualora dovesse finire tutto fa pensare che la nozione di ‘diritto’ potrebbe subire trasformazioni profonde. Mi riferisco al fatto che l’opinione pubblica, in questa crisi, ha totalmente accettato l’idea che si possa integralmente legiferare sul proprio corpo (il contatto, la distanza, gli spostamenti). Non sarebbe la prima volta che in Italia misure eccezionali siano poi diventate ordinarie, il nostro paese è sempre stato in questo senso un importante laboratorio mondiale, e temiamo che lo sia anche in questo momento.
Sin dall’inizio dell’epidemia da coronavirus (tralasciando gli effetti clinici) i media e l’opinione pubblica hanno accolto i decreti evocando, semmai, misure ancora più drastiche come quelle adottate in Cina o in Corea del Sud. Numerosissime sono state le delazioni, ancora di più le denunce. Al contrario poche e isolate sono state le voci contro l’insalubrità degli spazi urbani o i tagli alla sanità pubblica, che sono la vera causa della carenza di posti. Ancora meno sono stati coloro che hanno attaccato quello che abbiamo mostrato come il cuore stesso del problema: la distruzione ambientale e il modello delle magalopoli sovraffollate.
Verso tali obiettivi si sarebbe potuta rivolgere la rabbia collettiva e misure poltiche altrettanto drastiche di quelle adottate, che forse avrebbero dato risultati più duraturi nel contrastare la crisi ecologica di cui le pandemie sono sintomo. Al contrario, la maggioranza dell’opinione pubblica (comprese molte forze critiche) ha finito per accodarsi all’isteria collettiva che ha portato ad accettare di buon grado il controllo biopolitico totale che veniva proposto come unica soluzione e che fa ricadere sul solo corpo sociale la ‘lotta’ al virus. Una lotta che non manca di aspetti paradossali dal momento che combatte questa sola battaglia [evitando contesti ben più gravi come il collasso climatico o quello nucleare(6)] e allo stesso tempo vorrebbe immunizzare l’umanità da qualunque virus che, come alterità né viva né morta, ne minaccia la presunta purezza.
Perciò insieme alla retorica della ‘naturalità’ delle epidemie bisogna smontare anche quella della ‘neutralità’ delle misure prese. Così come non esistono eventi naturali che non siano in relazione con la sfera culturale (artistica, economica, politica, etc), allo stesso modo non esistono decisioni tecniche o neutrali. Anche le azioni mediche, soprattutto se prese su intere popolazioni, sono azioni politiche.
È facilissimo rilevare come la decisione di mettere in quarantena l’intera popolazione non risponda solo alla necessità medica (forse efficace) di arginare il virus, ma risponde anche ad altri parametri, fra cui: contenere la spesa sanitaria, estendere il controllo sociale, preservare gli interessi capitalistici (a questi si può aggiungere l’idea ‘inconscia’ che il mondo ci appartenga e abbiamo tutto il diritto di governarlo per i nostri scopi, ma di questo aspetto metafisico parleremo nel prossimo paragrafo). Ad esempio si può constatare che mentre i decreti sono già stati usati per sciogliere manifestazioni di protesta, gli interessi dell’industria chimica, zootecnica e petrolifera (legati strettamente alla crisi ecologica e quindi alle epidemie) non siano stati neanche sfiorati dalle misure restrittive. Eppure questa poteva essere l’occasione politica per fare i conti con la loro brama di profitto che è una delle forze che sta portando il mondo alla catastrofe. Al contrario, non solo non si è colta l’occasione per una immediata conversione ecologica, ma l’industria beneficia anche di aiuti statali: praticamente si sta già preparando la prossima pandemia.
Coerentemente, sin dall’inizio dell’infezione gli organi di governo e i mass media hanno provato a gestire la paura col razzismo verso i cinesi, ma poi esso si è rivoltato contro gli italiani stessi. Dopo di che si è proceduto con il dispositivo moderno per eccellenza: l’internamento, nella forma della quarantena. Il fatto che la catastrofe a cui assistiamo sia stata ampiamente anticipata da rilevanti studi (7) lascia pensare che la scelta della quarantena non sia solo un automatismo, ma sia anche stata prevista come possibile protocollo emergenziale.
Nel prossimo futuro ci dobbiamo aspettare un numero crescente di eventi di questa portata: pandemie, città sommerse dall’innalzamento dei mari, zone rese inabitabili dalla siccità o dall’inquinamento, un numero crescente di profughi. La risposta non può essere indifferentemente la quarantena. Lo stato di eccezione planetario è solo il mezzo con cui i governi intendono gestire la catastrofe per trasformarla in un dispositivo e confinare una vita che ormai gli sfugge da tutte le parti dentro un modello le cui sperequazioni non hanno più motivo di esistere. Ora si spalanca la possibilità: o una nuova forma di vita di cui già si vedono molteplici segnali nella solidarietà, nelle energie ‘rinnovabili’, nel ri-uso, oppure un modello produttivista che pur di preservarsi trascina nel baratro il mondo intero.
L’antropocentrismo come naufragio.
La catastrofe che viviamo è un effetto tanto del capitalismo che della cultura antropocentrica che gli fa, diciamo, da sfondo ideologico, e i cui legami non possiamo analizzare in questo breve spazio. È stato coniato il termine ‘antropocene’ (8) per descrivere il fatto che l’uomo è divenuto una forza geologica capace cioè di modificare, in genere in peggio, la composizione chimico-fisica del pianeta (ad es. aumendando la CO2). Ad esso è stato contrapposto il termine ‘capitalocene’ (9) per indicare come non l’‘uomo’ in generale (cioè non ogni civiltà), ma il suo sviluppo capitalistico e industriale è responsabile di un tale impatto negativo sull’ambiente. Una nozione sociologica in cui sono estremamente influenti l’ecologia e la critica al consumismo.
In realtà il dibattito si innesta almeno su altre due precedenti direttrici: la critica foucaultiana all’‘umanesimo’ come discorso ambivalente che pone l’uomo al centro del mondo solo nella misura in cui ne fa un oggetto scientifico, e la critica all’antropocentrismo (in chiave antispecista) come pregiudizio ideologico che colloca l’uomo al di sopra delle altre specie e del mondo naturale.
Antropocene e capitalocene non sono, quindi, perfettamente sinonimi, ma indicano due aspetti parzialmente differenti il cui scarto va, a mio avviso, mantenuto. Il fatto che la medesima civiltà che ha dato luogo all’umanesimo abbia distrutto la natura, è comparabile a quello per cui la cultura dell’idealismo ha condotto ad Auschwitz. Si può dire che l’antropocene sia insieme il trionfo e il naufragio dell’umanesimo: l’uomo, con la sua tecnologia ipertrofica, è sì il centro del mondo, ma lo è come un buco nero divoratore.
Fuor di metafora, quello a cui assistiamo non è solo il tracollo di un modello economico che con la sua rapacità ha depauperato il mondo naturale fino a renderlo inabitabile. È allo stesso tempo il tracollo di un’intera sensibilità che non vede altro che sé stessa e schiaccia ogni forma di vita che non si adegui all’immagine stereotipata dell’Uomo. Tutto ciò che nell’uomo e nella natura vi si conforma viene consumato come risorsa, ciò che non vi si conforma viene annichilito.
Ciononostante, non tutte le culture hanno pensato la superiorità umana o hanno prodotto un’industrializzazione illimitata. Esistono culture (e quindi tecniche) che non vivono nella frattura violenta con la natura e anche se per ora sono marginali, la catastrofe potrebbe offrire loro spazio. Una catastrofe che non lascia spazio a versioni green o sostenibili dello sfruttamento, ma che chiama a superare la logica del profitto e dell’antropocentrismo. È ora che l’uomo goda della sua dimenticanza e guardi con occhi nuovi agli altri esseri con cui condivide il pianeta.
Tante facoltà che la superbia metafisica credeva di sua esclusiva proprietà abbondano in altre specie: linguaggi, tecniche, sentimenti, ragione. E ora anche un virus viene a ricordare all’uomo (micro ecosistema che contiene batteri in numero maggiore delle sue stesse cellule) la sua abitazione fragile nella natura. Un individuo? Non diciamo sciocchezze.
L’ uomo che si crede ‘formatore di mondo’ è stato in realtà anticipato di milioni di anni dalle foreste le quali, esse sì per prime, hanno modificato la composizione chimica dell’atmosfera aumentandone l’ossigeno fino ai livelli attuali. Noi respiriamo il respiro degli alberi. La natura è la sorgente, dicevano i greci, e non necessita affatto di una coscienza per ‘avere un mondo’.
Sono bastate poche settimane di abbattimento della produzione e dei consumi per fare ciò che nessun protocollo, firmato e disatteso, ha potuto in quarant’anni: far rifiorire un numero incredibile di forme di vita, ottenere un’aria respirabile e mari limpidi. Se ‘umano’ volesse dire esposizione all’incontro con l’altro sarebbe una possibilità di vita che finora non abbiamo neanche sognato.
Si auspica la ripartenza dei consumi, ma è proprio qui il problema. Bisogna smettere di consumare, di abusare di ogni cosa, di produrre oceani di oggetti destinati all’immediata distruzione, ma ragionare in un’ottica di condivisione, decidere insieme cosa, come e perché produrre o non produrre, usare senza appropriarsi. Non ci illudiamo che sia facile, né che basti ‘lasciar fare’ agli eventi, perché anche l’omissione è pur sempre un’azione.
La catastrofe esige una de-creazione e una de-produzione, ma non come compito, come obiettivo a cui sacrificare qualcosa, bensì come semplice modo di vivere, di stare insieme, di prendersi cura di sé, degli altri e del mondo che abitiamo. Gioirne.
Tecniche e arti di una gestualità di questo genere già esistono interamente, vanno solo usate. Abolito il profitto, c’è abbondanza per tutti.
Allevare la società.
Qual è allora il rischio della quarantena? Il fatto che, come abbiamo tentato di mostrare, la possibilità di una pandemia era nota alle organizzazioni internazionali fa sospettare che la quarantena faccia parte di una risposta preventivata (10). In altre parole è possibile che a un rischio calcolato corrisponda una paura controllata e usata come mezzo di governo (il distanziamento sociale come nuovo paradigma).
Il pericolo che intravediamo è che l’uso politico della quarantena su scala mondiale si vada a innestare su trasformazioni già in atto alla fine della globalizzazione (che potrebbero sommarsi alla ‘crisi’ economica e ai conflitti bellici), come la violenta riterritorializzazione dei popoli e il ritorno al paradigma della sovranità facendo leva su un nuovo nazionalismo in chiave non solo razzista-integralista, ma medico-sanitaria.
Inoltre, da molti decenni si discute di una svolta ‘governamentale’ per descrivere non solo l’enorme accrescimento del potere esecutivo, ma anche la proliferazione di tutta una serie di tecnologie di controllo della società. In particolare, Foucault ha evidenziato come nel neoliberismo convivano due diversi dispositivi biopolitici: quello del corpo-specie e quello del corpo-individuo, il primo si rivolge alle politiche di controllo del corpo sociale (igiene, mortalità, etc.), il secondo alla disciplina individuale (anatomia, educazione, etc.). Un conflitto fra essi era già emerso con la questione dei vaccini in cui alla facoltà di ognuno di disporre del proprio corpo si è contrapposto il potere del governo di garantire l’immunità di gregge.
Il rischio che vediamo oggi nelle trasformazioni politiche in atto, è un netto accrescimento del dispositivo del corpo-specie a discapito di altri dispositivi (11): una svolta che potrebbe portare le nostre società verso un modello ‘impolitico’ che sarebbe accostabile, per parafrasare Sloterdijk, al modello dell’allevamento animale. Un modello in cui l’idea di popolo come corpo politico potrebbe cedere il passo integralmente a quella di popolazione come corpo biologico di cui i governi curerebbero l’aspetto igienico e sanitario (salute, mortalità, natalità, etc) in vista della loro efficienza e produttività. Una gestione che opera rovesciando la normalità come catastrofe in catastrofe come normalità e che già vede nella crisi ecologica un’opportunità di guadagno (12).
La letteratura fantascientifica ha sbagliato nell’immaginare la catastrofe come un evento improvviso, dal giorno alla notte, probabilmente ricalcandone l’immagine su quella dell’attacco nucleare. Una catastrofe invece può ben essere lunga molti decenni, come è avvenuto per la fine dell’Impero romano. E così è oggi.
Il film 28 giorni dopo (13) racconta uno scenario in cui i pochi superstiti di un’epidemia mortale sono convinti da un richiamo radiofonico ad abbandonare l’appartamento in cui si sono rifugiati per recarsi in una lontana base militare. Giunti qui non troveranno però la salvezza promessa, ma solo la parodia della vecchia società, per di più in mano a un gruppo di militari violenti e assetati di sangue. L’atmosfera claustrofobica del film trova l’unico momento di interruzione, e quindi di salvezza, quando i fuggiaschi si ritrovano, appena fuori dalla città infetta, immersi in un paesaggio edenico.
Tutto lascia immaginare che se avessero avuto la forza di mantenersi, come accade a noi oggi, in tale inoperosità invece di inseguire le sirene militari, avrebbero guadagnato l’accesso a un’altra vita: come nel finale di La fuga di Logan (14), non c’è più nulla da conquistare ma solo una vita da vivere.
Note
1. A partire dal Rapporto sui limiti dello sviluppo pubblicato dal ‘Club di Roma’ nel 1972.
2. Il testo è relativamente recente ma mette insieme decenni di studi ed è visionabile al link https://www.who.int/whr/2007/whr07_en.pdf
3. Secondo la riuscita definizione di Charles Patterson.
4. Cfr. David Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie, Adelphi 2014.
5. Questo è il testo https://www.who.int/dg/speeches/detail/health-emergencies-represent-some-of-the-greatest-risks-to-the-global-economy-and-security
6. È noto come la catastrofe di Fukushima abbia ormai contaminato l’intero oceano Pacifico.
7. Il libro Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Influenza, Agribusiness, and the Nature of Science (Monthly Review Press 2016) di Robert Wallace mette insieme anni di studi realizzati dagli istituti di ricerca
8. Introdotto negli anni ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer e ripreso nel 2000 dal chimico Paul Crutzen.
9. Introdotto dallo storico Jason Moore del 2016.
10. Il modello è il protocollo adottato nei paesi africani colpiti da Ebola che ha permesso di circoscrivere l’infezione lasciando incredibilmene invariata la carenza di mezzi sanitari.
11. Si pensi a tecnologie già disponibili come i Big data, il tracciamento o la biometria.
12. Lo scioglimento delle calotte polari ha segnato l’assurdo inizio della lotta per le loro risorse naturali.
13. Danny Boyle, 2002.

"Occupati dei guai, dei problemi
del tuo prossimo.
Prendi a cuore gli affanni,
le esigenze di chi ti sta vicino.
Regala agli altri la luce che non hai,
la forza che non possiedi,
la speranza che senti vacillare in te,
la fiducia di cui sei privo.
Illuminali dal tuo buio.
Arricchiscili con la tua povertà.
Regala un sorriso
quando tu hai voglia di piangere.
Produci serenità
dalla tempesta che hai dentro.
“Ecco, quello che non ho te lo dono”.
Questo è il tuo paradosso.
Ti accorgerai che la gioia
a poco a poco entrerà in te,
invaderà il tuo essere,
diventerà veramente tua nella misura
in cui l’avrai regalata agli altri"
(Alessandro Manzoni, "Regala agli altri ciò che non hai")
Facciamo dell'altruismo l'abitudine, il senso ed il principio delle nostre esistenze.
Amiamo e rispettiamo.
Rispettiamo e amiamo.
Smetteremo di essere uomini e diverremo finalmente esseri dotati di "umanità".

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