Una delle tante conseguenze della globalizzazione espressa attraverso le sue pratiche più diffuse, che vede la connessione tra land-grabbing, schiavitù animale e oppressione dei popoli che, anche se criminalizzati, hanno occupato un lembo di quelle terre da sempre abitate, al contrario di chi le ha colonizzate per ragioni di profitto.
Una storia nata nel 1991, quando Carlo Benetton (fratello minore dell’impero tessile italiano) ha acquistato queste terre da dove ora proviene il 10% della lana prodotta da Benetton.
Benetton, che difende il proprio operato sventolando la carta della produzione “sostenibile” e dei posti di lavoro, non ha intenzione di riconoscere la rivendicazione delle terre ancestrali da parte dei/delle Mapuche, accusati a loro volta di clandestinità e di occupazione abusiva.
Vicenda, questa, che esprime al meglio l’essenza del neo-colonialismo, perché se da un lato molti/e Mapuche cercano di contrastare l’opera di Benetton, dall’altra diversi loro membri sono costretti a lavorare per la stessa multinazionale.
Un conflitto tra indigeni e multinazionale italiana che si rinnova periodicamente, e che nel corso dell’ultimo tentativo di sgombero dei/delle Mapuche ha portato al ferimento di 14 dei suoi membri.
Noi non riconosciamo i confini, la nostra gente si estende da mare a mare
Si racconta Jessica, donna Mapuche originaria di Esquel (cittadina argentina), mentre presidia una delle cabine di sorveglianza precarie installate per monitorare la zona, dalla quale sventola una bandiera palestinese: un’accampamento di fortuna privo di acqua corrente ed energia elettrica.
Hanno proiettili, noi pietre, vogliono buttarci fuori ma questo non sarà possibile.
Fonte: Earth Riot
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